La strategia del terrorismo ed i possibili
scenari futuri in Medio Oriente

A colloquio con l’On. Umberto Ranieri, già responsabile per la politica internazionale dei Democratici di Sinistra e sottosegretario agli Esteri, nonché vicepresidente della Commissione Esteri della Camera dei Deputati nella passata legislatura.

  Umberto Ranieri - "Otto e Mezzo" del 27 aprile 2006


E l’Italia piange altre vittime di matrice terroristica. Dopo il 19 novembre 2003 in cui persero la vita diciannove militari italiani, in missione di pace in Iraq, anche il 27 aprile 2006 sarà una data da ricordare. L’attentato di giovedì a Nassiriya, che è costato la vita a tre nostri soldati, farà parte della lunga lista di lutti che il nostro Paese ha dovuto patire da quando sono iniziati i conflitti in Medio Oriente. In tre anni di attività svolta in Iraq, sono deceduti 29 militari e 7 civili, fra cui il funzionario del Sismi, Nicola Calipari. Numeri che devono far seriamente riflettere su come sia stata strumentalizzata la politica estera del nostro Paese in favore degli interessi statunitensi in Medioriente, e su quante vite umane siano state sacrificate per un’inutile causa. A tutto ciò si aggiunge l’amara considerazione che nell’agguato di giovedì è stato colpito e distrutto un veicolo appartenente alle forze di coalizione. Sembra, infatti, che a tessere questa manovra sia stato un infiltrato del governo islamico in Iraq, la stessa persona che probabilmente lavorava a stretto contatto con i nostri militari. Un’inchiesta già in corso farà comunque luce su questo caso.
“La zona dove operano i soldati italiani è investita da forme di terrorismo, fenomeni di guerriglia da parte dei "nostalgici" di Saddam Hussein. I terroristi cercano di colpire i nostri militari poiché sono convinti - dichiara Umberto Ranieri, esperto di politica internazionale - che anche gli italiani siano degli occupanti e pertanto devono essere colpiti allo stesso modo in

cui sono colpiti gli americani. Questa è la condotta dei terroristi - continua Ranieri - che non distinguono tra chi propone la pace e chi non. Operando in quella realtà è chiaro che il rischio di subire attentati è molto elevato”. Onorevole Ranieri, poteva essere evitato questo ennesimo massacro? “Sono state adottate tutte le misure necessarie e i fatti accaduti non erano prevedibili in un contesto così difficile”.
Nella realtà irachena gli attentati, le stragi, i massacri, purtroppo sono all’ordine del giorno. Pochi giorni fa è esploso un altro ordigno lungo il percorso sul quale transitavano mezzi italiani, ma fortunatamente era una bomba a basso potenziale. Un'azione che poteva essere di avvertimento. Il contesto è molto pericoloso e bisogna sempre stare in guardia. I terroristi colpiscono tutti in modo indiscriminato secondo un’unica strategia: distruggere le forze militari, impaurire la popolazione civile, seminare il panico. Vogliono cacciare via dal loro paese qualsiasi presenza straniera e colpiscono coloro che sono considerati degli occupanti al fine di farli "scappare", per lasciare così l’Iraq nel caos, farlo precipitare nella guerra civile. Il terrorismo ha una sola strategia, diffondere il terrore ed impedire che vada avanti un processo di democratizzazione, impedire che gli iracheni si autogovernino, impedire che si crei una situazione di pace. Questo è l’obiettivo del terrorismo, che opera nell’oscurità, e resta sempre un fattore imprevedibile e pericoloso del nostro tempo.
“L’Iran dovrebbe consentire agli sciiti iracheni di assumere la guida dell’Iraq per stabilizzarlo ma non escludo che vi possano essere anche gruppi iraniani oltranzisti che non hanno intenzione di contribuire a stabilizzarlo. Se l’Iran, pertanto, da un lato sostiene l’obiettivo che si propongono gli sciiti iracheni e cioè quello di amministrare e governare oggi il paese, può darsi che vi siano gruppi che invece gettano benzina sul fuoco, che vi sia una complicità di settori oltranzisti con i gruppi sciiti, che ricorrono al terrorismo... è difficile da valutare”.
Nel programma proposto dall’Unione, uno degli obiettivi prioritari è quello di cambiare il carattere della presenza italiana in Iraq per trasformarla da prevalentemente militare a prevalentemente civile, di sostegno alla ricostruzione economica ed istituzionale del paese. In che modo allora si organizzerà il rientro delle nostre truppe dall’Iraq? “Gradualmente, nei prossimi mesi si accompagnerà al ritiro dei militari un potenziamento della presenza civile e si concorderà poi con le autorità irachene un calendario che comporterà il rientro delle forze militari entro la fine dell’anno. [...] Il ritiro degli italiani tuttavia non comporterà il ritiro degli americani o dei britannici, non mi pare che gli americani siano intenzionati rapidamente ad un loro ritiro”. D’accordo, questo non sembra essere nei loro programmi a breve termine, ma... “in ogni caso l’obiettivo di fondo della Comunità internazionale è soprattutto quello di addestrare le forze armate e le forze di sicurezza irachene per metterle in condizioni di fronteggiare il terrorismo e la guerriglia, addestrare l’esercito iracheno per potenziarne la capacità di contrasto del terrorismo”.
Il futuro dell’Iraq dunque è incerto, gravido di incognite e molto dipenderà dall’irrobustimento delle istituzioni politiche irachene e dal prevalere di orientamenti moderati. Ma soprattutto dipenderà dall’addestramento delle sue forze militari e dal loro potenziamento, quindi dalla capacità dei militari iracheni di fronteggiare direttamente guerriglie e terrorismo. Ed in ultimo, anche dal miglioramento generale delle condizioni di vita degli iracheni stessi. “L’importante - secondo Ranieri - è che si raggiunga un equilibrio ed un accordo tra sunniti, sciiti e curdi, che si mantenga l’affetto istituzionale fondato sull’accordo tra queste tre componenti. Occorre poi che la Comunità internazionale si adoperi per sostenere questo processo di stabilizzazione [...] è una prospettiva lunga e complessa”.
L’Iraq è un male cronico ma l’Iran è un potenziale male futuro per tutti i paesi del mondo. Riguardo all’allarme lanciato proprio in questi giorni dall’Onu sulla questione del nucleare, occorre scongiurare che un regime teocratico come quello iraniano si doti dell’arma nucleare, per evitare che si proceda alla proliferazione.
Molti sono gli interessi in gioco. In primis la Cina, uno dei membri del Consiglio di sicurezza, che sta esitando poiché ha importanti contratti petroliferi con l’Iran; e la popolazione cinese è diventata grandissima consumatrice di energia. Poi la Russia, che ha venduto alla repubblica islamica tecnologia nucleare civile, un sistema di difesa aereo e velivoli. E non manca l’Italia i cui rapporti con l’Iran, da un punto di vista commerciale ed economico, sono ottimi. Il nostro Paese è interessato affinché le questioni vengano affrontate e risolte sul piano diplomatico e del negoziato. E’ chiaro tuttavia che anche l’Italia è preoccupata come tutti gli altri paesi del rischio che l’Iran si doti dell’arma atomica. “L’arma nucleare può diventare uno strumento di ricatto e pressioni nella realtà mediorientale, soprattutto in presenza di una condotta da parte del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad irrequieta ed irresponsabile, se si pensa ad alcune sue dichiarazioni...” Ed i programmi di questo presidente populista sono davvero ambiziosi: costruire un nucleare civile e militare per giungere ad un equilibrio a livello globale, e diventare il leader di una grande potenza per dominare il mondo con l’arma atomica. “L'Iran non ha rispettato le richieste delle Nazioni Unite e ha continuato il suo programma nucleare”, sono le conclusioni del rapporto appena diffuso dall'Aiea (Agenzia internazionale per l'energia atomica).
“La Comunità internazionale deve sviluppare una forte pressione sulle autorità iraniane perché desistano dal portare a termine il progetto nucleare. Si è già trasmesso il dossier iraniano, che è all’attenzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il quale valuterà lo stato dalla situazione e deciderà se giungere a sanzioni verso l’Iran, affinché il governo iraniano ritorni ad un rispetto dei vincoli internazionali”. Le sanzioni economiche, che sono la sola arma che l’Onu possieda nei confronti dell’Iran, raramente però hanno effetto. Hanno avuto qualche volta effetto quando hanno colpito il capitale. Come è successo, ad esempio, in Sudafrica che si è trasformato anche grazie alle sanzioni economiche, diventando un paese dove la popolazione di colore, che era la maggioranza ma non aveva potere, ora è una maggioranza che ha potere. Se, al contrario, le sanzioni colpiscono il popolo e non il capitale finiscono per non avere quasi mai effetto. Ritornando al discorso del nucleare, “il problema non è la tensione tra Stati Uniti ed Iran ma il comportamento dell’Iran nei confronti della Comunità internazionale nel suo contesto. Le decisioni su come affrontare la questione iraniana non devono essere prese solo dalla Casa Bianca ma dalla Comunità internazionale e quindi dalle Nazioni Unite. Un ricorso alla forza non mi sembra all’ordine del giorno e per il momento si è impegnati sul terreno della pressione politico-diplomatica, bisognerà vedere a che punto questa condurrà”.
La situazione mediorientale resta pertanto molto difficile e la prospettiva per l’Iraq è che “occorre lavorare per cambiare il carattere della nostra presenza, trasformandola da essenzialmente militare a civile. E proporsi di raggiungere in Iraq una stabilizzazione, con tre obiettivi: da un lato trasferire sempre di più i poteri alle autorità legittime e sovrane irachene, quindi al nuovo Governo ed al Parlamento; continuare nell’addestramento delle forze militari e di sicurezza irachene per metterle in condizioni di fronteggiare la guerriglia; dall’altro un impegno più generale della Comunità internazionale per fornire sostegni economici, cercare di garantire una graduale ripresa economica e migliorare le condizioni di vita degli iracheni, con un ruolo anche più significativo delle Nazioni Unite”.

Per quanto riguarda l’Iran, che costituisce realmente una delle grandi sfide con cui deve fare i conti la Comunità internazionale, occorre lavorare affinché il regime di Teheran non porti avanti il programma nucleare, sulla base del negoziato e dell’azione diplomatica, e “in ogni caso la pressione sull’Iran è necessaria per impedire che si doti dell’arma atomica. Non penso che si sia alla vigilia di scelte unilaterali da parte degli Stati Uniti di ricorso alla forza militare, perché la lezione irachena è stata tale da rendere del tutto improbabile che gli americani possano seguire la stessa strada”.
E per ciò che riguarda il conflitto israelo-palestinese? “Bisogna lavorare perché riprenda un negoziato, un dialogo tra le parti, anche se tutto è diventato più difficile dopo il successo di Hamas, di una componente integralista che, a quanto pare, non intende modificare le proprie posizioni sul futuro di Israele e sul sostegno al terrorismo”. D’altra parte è anche assolutamente legittimo che Israele pensi alla propria difesa e si garantisca una protezione. Gli Stati Uniti sono una garanzia per Israele ma nonostante abbiano sicuramente un piano strategico per un attacco nei confronti dell’Iran ora non possono intervenire. I tempi non sono ancora maturi.
Onorevole Ranieri, un’ultima considerazione. Come vive la popolazione civile irachena la presenza dei militari italiani in Iraq? “Dovunque abbiano operato, i nostri militari sono stati sempre apprezzati per la loro professionalità e la loro dedizione. Credo che anche nel teatro iracheno i nostri soldati si siano fatti apprezzare dalla popolazioni civile. Hanno fatto un buon lavoro nei limiti delle possibilità di una missione prevalentemente militare”.

Grazia Visconti

(intervista rilasciata dall'On. Umberto Ranieri il 29 aprile 2006
pubblicata sul Web il 4 maggio 2006)


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