L'exit strategy

Con l'elmetto calato sulla testa, il Gran Combattente Silvio Berlusconi azzarda l'estrema difesa: "Resisteremo", dice al solito manipolo di fedelissimi azzurri che lo acclama davanti a Palazzo Grazioli. Contro tutto e contro tutti. Contro le cifre e contro i fatti. Lo Zelig di Arcore (secondo un'iconografia cara alla moglie Veronica) azzarda così l'ennesima metamorfosi. E' sconfitto, ma tenta ugualmente di...

...spacciarsi vincitore. E all'insegna di questa metamorfosi, il leader del centrodestra maneggia, adultera e strumentalizza a suo comodo offerte e proposte che gli arrivano dal centrosinitra.
Massimo D'Alema che responsabilmente gli lancia un appello prima di tutto a riconoscere la sconfitta elettorale e la piena legittimità a governare di Prodi, e poi anche a ricostruire un dialogo tra i Poli e a cercare il massimo della convergenza possibili per la scelta del nuovo Capo dello Stato, il Cavaliere risponde con la consueta forzatura esegetica (che gli vale l'immediata controreplica dell'Unione) e con un'inconsueta disinvoltura politica (che gli costa l'infuriata rottura della Lega). Rilancia la formula stravagante del "compromesso storico berlusconiano": un nuovo governo, che si basi su "un'intesa parziale, limitata nel tempo, per affrontare le scadenze istituzionali economiche ed internazionali del Paese". [...]
La Grande Coalizione nasce da una gigantesca manipolazione. "Si è di fronte a uno stallo, a una situazione nella quale, almeno sulla base del voto popolare, non ci sono né vincitori, né vinti". Questo è l'assunto, palesemente falso e ormai negato anche dai numeri, dal quale parte Berlusconi per sviluppare la sua originalissima interpretazione delle "larghe intese". Quand'anche si ritenesse affascinante un esperiemento di tipo tedesco a frustrarlo non è la volontà delle persone, ma la realtà delle cose.
E' vero: il voto del 10 aprile ci consegna due Italie divise e inconciliabili, persino sul piano geografico. [...] Ma è altrettanto vero che, dalle urne, e per quanto debole o deluso, un vincitore alla fine è uscito. Si chiama Romano Prodi. E per quanto nutrita ed eterogenea, quel vincitore una sua maggioranza parlamentare ce l'ha. Proprio come la ebbe lo stesso Cavaliere, nell'ormai lontano 1994, quando guidò il Paese con un solo voto di maggioranza a Palazzo Madama.
Dunque il Prodi di oggi (esattamente come il Berlusconi di allora) ha il pieno e indiscutibile diritto-dovere di governare. Se lo è conquistato in una regolare competizione politica, nella quale il centrosinistra ha prevalso, sia pure di poche decine di migliaia di voti. E ha prevalso oltre tutto secondo le nuove norme di una riforma elettorale che il centrodestra aveva varato in corsa e ritagliato a misura sulle proprie esigenze e contro quelle degli avversari.
Può darsi che il governo dell'Unione non avrà abbastanza filo da tessere. Può darsi che non arriverà al traguardo dei cinque anni. Ma non c'è una ragione al mondo per cui Prodi debba rinunciare in partenza, senza nemmeno raccogliere la sfida. Anzi, di ragione ce n'è una sola: sarebbe quella di rimettere in sella il Cavaliere. Non più solo per abbozzare insieme una road map per uscire dall'ingorgo delle prossime scadenze: le due Camere, il Quirinale, la riforma costituzionale, la Finanziaria. Nell'accezione distorta di Berlusconi, tutto questo dovrebbe avvenire non solo attraverso il contributo dell'opposizione di controdestra, come sarebbe fisiologico in una sana democrazia dell'alternanza. Ma attraverso il suo pieno ingaggio dentro un "governissimo", di natura incerta ma inagibilità sicura.
La delicatezza del quadro politico non solo autorizza, ma impone la ricerca di una riflessione [...] Da questo passaggio stretto l'Italia può uscire solo a un patto. Berlusconi, se ne è capace, deve compiere consapevolmente almeno un gesto utile alla democrazia popolare (che appartiene a tutti) e non più funzionale all'autocrazia populista (che riguarda solo lui). Deve convincersi a vestire i panni dello sconfitto. Con grande dignità, perché i numeri glielo consentono. Ma con onesta umiltà, perché le regole glielo impongono. Ogni minuto che ancora se ne va, in questo interregno sospeso dove il sovrano pretende di comandare senza avere più la corona, è un danno profondo arrecato al Paese, alle sue istituzioni, alle sue leggi, ai suoi interessi morali e materiali. Ogni minuto che ancora se ne va, in questa incognita terra di nessuno dove si alternano tentativi destabilizzanti e tentazioni consociative, è un cedimento ulteriore alla formidabile manipolazione semantica praticata dal premier.
Si impone un'immediata assunzione di responsabilità. Prima di tutto da parte di Ciampi: per il presidente della Repubblica, dissolti gli ultimi dubbi di ordine costituzionale, conferire l'incarico al nuovo primo ministro nella prima "finestra" istituzionale utile (tra il 5 e il 10 maggio) è non più solo opportuno, ma addirittura doveroso. Poi anche da parte di Prodi: per il leader (e per il centrosinistra che lo sostiene) votare compattamente i presidenti di Camera e Senato e formare un governo coeso nello spazio ristretto ma prezioso di quella stessa "finestra" istituzionale è non solo consigliabile, ma addirittura irrinunciabile.
Ogni caduta ha i suoi canoni, come insegnava l'avvocato Clamence di Albert Camus. Può essere drammatica o farsesca, dolorosa o serena. Purché resti caduta, e non travolga tutto e tutti in uno stesso destino, livido e senza ritorno. Alla vigilia del voto, tra i suoi più ascoltati consiglieri c'è chi aveva suggerito al Cavaliere una brillante exit strategy, etica ed estetica: "Fallire felicemente è il gioco più bello dell'esistenza". Ne prenda atto, una volta per tutte.     Massimo Giannini "la Repubblica" del 15 aprile 2006.


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