Non c'è stato alcun imbroglio. Era una cinica farsa organizzata a tavolino nella residenza privata di un uomo che non sa perdere. Una illiberale "operazione di marketing da guerra civile". Non c'è alcun risultato conteso o incerto. Non c'è alcun pacchetto di voti che, diversamente assegnato, può ribaltare la vittoria al centrosinistra di Romano Prodi. E' una...
...bufala che ci siano, come ha detto Silvio Berlusconi, "molti, molti, molti lati oscuri". Dopo tre giorni di colpevole silenzio, finalmente, il ministero dell'Interno ammette che "il primo provvisorio calcolo delle schede contestate è frutto di un errore materiale che, per alcune province, ha portato a sommare le schede contestate con le schede nulle o bianche".

Nell'uno e nell'altro caso sono insufficienti, anche se concesse tutte al centrodestra, a migliorare la performance del perdente. C'è solo da augurarsi, a questo punto, che Silvio Berlusconi metta da parte capricci da bambino prepotente e manovre sudamericane. Ritrovi la misura di un corretto atteggiamento istituzionale e, come Rutelli nel 2001 (un'ora dopo l'esito ufficioso), avverta il dovere di ammettere pubblicamente la sconfitta. In attesa che il perdente decida di restituire a se stesso, con una vampata di rossore, almeno una piccola parte della dignità perduta, c'è da chiedersi come sia potuto accadere. Come è potuto accadere che una democrazia matura come la nostra sia precipitata per quattro giorni nello smarrimento, prigioniera del solito furbo stratagemma che degrada anche la realtà dell'esercizio più autentico della sovranità popolare a illusione, a opinione controversa, a paradosso, a manipolata realtà virtuale?
Se è accaduto anche questo nella coda avvelenata di questi cinque anni mediatico-populisti, non è il frutto di un destino cinico. E' il risultato delle tre debolezze - politica, istituzionale, informativa - che hanno accompagnato l'avventura governativa del premier. Quella politica, innanzitutto.
Per due giorni il Paese ha invocato e atteso che gli alleati facessero ragionare Berlusconi. Gli consigliassero prudenza. Gli chiedessero responsabilità istituzionale. Non è stato così. Come sempre, si sono mossi nella sua ombra sostenendolo fino al passo ultimo di negare il risultato elettorale. Il passo più estremo per chi, nel corso del tempo, ha accettato di votare in tutta fretta le leggi ad personam che favoriscono gli interessi del Capo. O leggi palesemente incostituzionali. O una riforma della legge elettorale concepita soltanto per impedire la vittoria agli avversari o, per lo meno, per ridimensionarla anche se a danno della governabilità di cui il Paese ha bisogno.
La fragilità degli alleati - alla resa dei conti, costante nel tempo e nelle decisioni - ha incrociato l'indebolimento delle istituzioni. Questa volta a pagarne il prezzo è stato il ministero dell'Interno e un uomo che, nel corso del suo incarico, ha conservato sempre qualità di "super partes". Al redde rationem, anche Beppe Pisanu non ha retto e ha piegato le ginocchia perché è fuor di dubbio che la maggiore responsabilità dell'artefatta incertezza degli ultimi quattro giorni ricade sulle sue spalle.
Inquietava, lunedì notte, vederlo andare su e giù, spesso di nascosto, dal Viminale alla residenza privata del premier perdente. Quel che è sortito poi, da quelle riunioni, lo chiama in causa se si ordinano i fatti noti. Lunedì notte. I capi del centrodestra sono tutti a Palazzo Grazioli. C'è anche Letta. Arriva Pisanu. Le notizie condannano alla sconfitta il centrodestra. Non si capisce che cosa stiano decidendo in quel palazzo. Pisanu rientra al Viminale. Qualcosa sembra di capire, martedì mattina, da una dichiarazione di Peppino Calderisi, "tecnico" elettorale del centrodestra. Attenzione, dice, "tra i dati del Viminale e quelli della Cassazione c'è sempre uno scarto di 40/50 mila voti. La partita non può essere considerata definitiva". Sono le 13:55. Quattro minuti dopo, 13:59, un comunicato del ministero dell'Interno riferisce che al Senato ci sono 39.822 schede contestate e alla Camera 43.028. E' il dato che più conta. Capovolte nel segno, le schede contestate della Camera possono rovesciare il risultato. Nasce qui la bubbola della vittoria in bilico. Berlusconi l'enfatizza, minaccioso e impudente, con una conferenza stampa a Palazzo Chigi con accanto le "comparse" della sua coalizione. Pisanu tace. Continua a tacere per tre giorni anche quando nelle ventisei Corti d'Appello cominciano ad affluire i numeri delle schede contestate. Minuscoli. 300 in Lombardia, 190 nel Lazio, 200 dalla Puglia... La Cassazione, subito allertata, segnala giovedì al Viminale che quel dato (43.028) è fuori misura e che le contestazioni sono poche migliaia. Nonostante l'avviso, Pisanu continua a tacere. Rifiuta ogni dichiarazione ufficiale che possa riportare il sereno. Soltanto venerdì apre bocca per ammettere "l'errore materiale".
Troppo poco per chiudere una crisi che ha tenuto il Paese sull'orlo di una crisi di nervi. Siamo di fronte ad una grave inefficienza, il direttore centrale per i servizi elettorali del Viminale dovrebbe già essere stato rimosso. Così non è. Non c'è stato alcun licenziamento per l'elementare ragione che le informazioni corrette sono affluite al gabinetto del ministro per tempo. E allora è Pisanu che dovrebbe pensare di rassegnare l'incarico per riconquistare un decente decoro ed evitare di aggiungere il suo nome alla lunga lista di uomini che, in ossequio al Capo, hanno sacrificato il rispetto di se stessi e della propria funzione pubblica.
L'impotenza della politica e la fragilità delle istituzioni sono state possibili, in queste ore, per la diffusa debolezza dell'informazione e, soprattutto, del servizio pubblico radiotelevisivo. Anche in questa occasione, il giornalismo italiano ha dimostrato la sua cronica incapacità di cercare quei "fatti" che sono la linea di demarcazione che separa inevitabilemente l'informazione dalla politica. In questo caso il compito non era improbo. La risposta a ogni dubbio sull'incertezza del voto era riposta in ventisei luoghi riconoscibili, le Corti d'Appello. Era sufficiente raggiungere quei palazzi per trovare la smentita degli allarmi del premier e l'inconsistenza dei dati del Viminale. Un lavoro di routine. Ci si sarebbe potuto attendere che soprattutto il servizio pubblico volesse affrontarlo. Non ha pensato di farlo. Il "vespismo" che governa indecorosamente la Rai ha accodato, come sempre, l'informazione a una politica che vive di opinioni, lontana dai fatti e spesso contro di essi. Anche il risultato matematico di un'elezione, anche i numeri del voto sono diventati "opinione" per un giornalismo degradato, dimentico che il suo dovere è riportare la verità dei fatti nel dibattito pubblico, scovarla per offrirla, appunto, alla libertà delle opinioni. Succube della politica, il giornalismo italiano non può essere consapevole che, senza la forza incoercibile dei fatti, senza la loro inevitabilità, la politica distrugge irrimediabilmente se stessa. Come abbiamo visto accadere negli ultimi tre giorni con la frottola del risultato elettorale in bilico. La connessione ad una realtà non virtuale o manipolata è la fatica che ora attende, con il cambio di stagione, la politica, le istituzioni, l'informazione. La realtà, finalmente. Giuseppe D'Avanzo "la Repubblica" - 15 aprile 2006
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