Il dolore della solitudine

La storia della depressione è la storia dell'umanità, anche se il termine "depressione" è stato introdotto solo negli anni '20 dallo psichiatra tedesco Meyer.

La depressione è un'esperienza affettiva universale, connaturata all'essere umano, e rappresenta una delle modalità affettive con cui l'uomo si relaziona col mondo. Ogni cambiamento, in quanto tale, è perdita di qualche cosa di noto e avventura dell'ignoto, per cui comporta sentimenti di depressione per la perdita e di ansia per l'ignoto. Vivere significa affrontare continuamente cambiamenti e quindi è sempre presente in noi il rischio di passare dalla depressione fisiologica alla depressione patologica.
La depressione ondeggia tra normalità e patologia: può essere infatti lutto (normale reazione alla perdita di una persona cara oppure una grave frustrazione) o malattia (si differenzia dal lutto soprattutto per durata, per quantità e per sproporzione rispetto alla causa scatenante). Il lutto permette, con il suo "lavoro", di sciogliere il legame con la persona (o ideale) perduta, che diventa un dolce ricordo e permette il recupero di nuovi rapporti affettivi e di nuovi investimenti nella realtà. Il "lavoro del lutto" coincide con una depressione, in cui l'oggetto d'amore perduto è tenuto in vita dentro di noi, ma il principio di realtà prende il sopravvento e si è di nuovo capaci di guardare avanti. Quando però i sintomi depressivi non hanno un evento scatenante o persistono per troppo tempo, c'è perdita di autostima, il senso del tempo e dello spazio cambia e c'è la percezione dell'impossibilità di uscire dalla situazione, allora si entra nella patologia.

La depressione nella letteratura e nell'arte

La malattia è conosciuta fin dall'antichità e fin dall'antichità è descritta come un'anomalia rispetto alla normalità: un insieme di comportamenti o modulazioni affettive che ora definiremmo depressione.
Forse la prima descrizione di depressione è quella che Omero fa di Bellerofonte nell'Iliade: "...ma quando viene in odio agli Dei, Bellerofonte solo e consunto di tristezza errava pel campo acheio l'infelice e l'orme dei viventi fuggìa" con l'abbandono degli Dei si spegne il coraggio e la forza di vivere ed è il vuoto assoluto, la tristezza divorante in cui l'eroe si dibatte e si logora.
Gli artisti prima e meglio degli altri sono riusciti a cogliere ed a rappresentare le sofferenze e le inquietudini dell'uomo, e le loro descrizioni sono state esemplificative della depressione.

Plutarco, descrivendo il Re Antioco, innamorato della giovane matrigna: "...ogni minimo malessere è ingrandito dagli spettri pensosi della sua ansietà, guarda se stesso come un uomo che gli Dei odiano, il medico o l'amico consolatore vengono allontanati, siede fuori dalla porta avvolto in stracci. Di tanto in tanto si trascina nello sporco e confessa questo o quel peccato. Vegli o dorma è inseguito dagli spettri della sua angoscia, sveglio non fa uso della ragione, addormentato non ha tregua delle sue paure. In nessun luogo trova scampo dai terrori immaginari."

Seneca, nel De Tranquillitate Animi rispondendo a Quinto Sereno: "Il male che ci tormenta non è nel luogo in cui ci troviamo, ma è in noi stessi. Noi siamo senza forze per sopportare una qualsiasi contrarietà, incapaci di tollerare il dolore, impotenti a gioire delle cose piacevoli, sempre scontenti di noi stessi."

Petrarca, nel Secretum: "...tutto è aspro, cupo, orrendo: la disperazione trasforma il giorno in notte d'inferno e costringe a nutrirci di lacrime e di dolore con un non so che di una voluttà tanto che a malincuore se ne distoglie."

Si citano anche l'opera di Durer, la "Melanconìa" che esemplifica il dolore paralizzante del depresso e "Il Grido" di Munch che comunica la squassante angoscia del depresso.

Si può chiudere questa breve carrellata con la descrizione che nel 1846 fa lo psichiatra Esquirol: "afflitto da un torpore che impedisce di pensare, una lassità generale che impedisce di agire, abbandona le occupazioni, trascura la famiglia e il lavoro, è indifferente agli affetti, matura idee nere; disperato per la propria nullità che è convinto di non poter superare, desidera la morte che a volte anche si dà".

In cerca di una definizione

Nei secoli si è parlato di melanconia poi di depressione endogena o maggiore, di depressione reattiva o disturbo distimico o nevrosi depressiva, di depressione cronica, di depressione mascherata, di depressione senile, di depressione organica ed infine di depressione atipica, di valenze ciclotimiche o bipolari.

  • La malinconia o depressione endogena o maggiore (Freud): "Profondo e doloroso scoramento, un venir meno all'interesse per il mondo esterno, perdita delle capacità di amare, inibizione di fronte a qualsiasi attività, avvilimento del sentimento di sé che si esprime in autorimprovero o autoingiurie e culmina in un grandioso senso di colpa con l'attesa delirante di una punizione."
  • Depressione reattiva (Breuler): "attenuatasi la dolorosa disperazione sulla propria disgrazia, riasciugate le lacrime, quando il peggio sembra superato, lo sventurato si ritrova come impietrito, non ha più gli interessi di prima, niente più lo può rallegrare e avvincere, i familiari gli sono indifferenti, la vita ha perduto ogni attrazione, le percezioni hanno perso rilievo e plasticità."
  • Depressione cronica o depressione residua. Permangono con minor gravità i sintomi della fase acuta soprattutto il ritiro sociale, l'apatia, la scontentezza, il pessimismo. Il paziente non riesce a superare la perdita dell'oggetto, che continua a cercare ed a rimpiangere, rimproverando di continuo le persone con le quali entra in relazione, di non essere all'altezza dell'oggetto perduto o non raggiunto.
  • Depressione mascherata. Prevale il disturbo somatico sui sintomi psichici.
  • Depressione senile. Possono essere presenti inquinamenti paranoidei, ipocondria marcata, a volte confusione. Alcuni quadri devono essere differenziati dalla demenza.
  • Depressione organica. E' quella secondaria all'assunzione di alcuni farmaci (ad esempio roserpina) di allucinogeni o ad alcune patologie (malattie infettive, calcinoma del pancreas, ipotiroidismo)

    Si ritiene ora che non si debba parlare di malattie diverse e separate, ma di un continuum tra una forma e l'altra che varia a seconda della struttura di personalità, dei casi della vita, delle vicende personali e relazionali vissute nell'infanzia o, con un altro approccio, della qualità e quantità del deficit dei neuro-trasmettitori.

    La chiave della depressione è la perdita di un affetto. Il depresso sente se stesso, la propria vita, la realtà circostante secondo una trasformazione peggiorativa che colora tutto di qualità spiacevoli e dolorose. L'esistenza del depresso si svuota di significato e di interesse, è vissuta nella solitudine, la morte è vista come liberatrice. Cambia il modo di essere nel mondo, soprattutto nei parametri del tempo e dello spazio. C'è la paralisi del divenire, il peso del passato si dilata, pochi atti del passato connotano tutta la storia personale e si caricano di negatività, il passato non ha più esperienze piacevoli, la nostalgia è dolorosa, il futuro inaccessibile, sbarrato, non c'è più progettualità, il presente si contrae, diventa immodificabile. Lo spazio è ristretto, angusto, chiuso, immobile, vuoto, gli oggetti diventano irraggiungibili: "mi sento lontano dentro."

    Al di là della diagnosi, che aiuta il medico ad una corretta prescrizione della terapia psichiatrica, è indispensabile che si crei una buona relazione tra il medico ed il paziente: non bisogna mai prescindere dalla relazione che permette di capire il senso e la profondità della sofferenza. Come scrive Balint: "compito del medico è saper somministrare se stesso ed i farmaci."
    Il medico dovrà riuscire ad accettare di soffrire con il paziente, a condividere quel senso di vuoto e quella paralizzante aggressività che in maniera diversa sono sempre presenti nella relazione con il depresso. Compito del medico sarà anche informare i familiari che il depresso non ha un deficit di volontà, non soffre perché vuole soffrire, non lavora perché non vuole lavorare, ma perché non riesce a non soffrire e non ce la fa proprio a lavorare. Non basta la pacca sulla spalla ed il richiamo a reagire ed a confrontarsi con le proprie responsabilità: questo atteggiamento, serve a volte solo ulteriormente a colpevolizzarlo.
    Il depresso va rispettato, tanto profondamente quanto profonda è la sua sofferenza; va a volte ripreso anche con fermezza e richiamato alla realtà delle cose, ma sempre con l'intenzione di aiutarlo a curarsi, con la piena consapevolezza che oggi è pienamente possibile, grazie ai farmaci e a consolidati approcci psicoterapici, guarire o migliorare o quanto meno, recuperare una migliore qualità di vita.

    Uno scrittore contemporaneo Paulo Coelho, che ha vissuto tre anni in un manicomio, ci trasmette come a volte l'esperienza depressiva, anche quella più cupa e più folle, può comunque essere un'occasione maturativa e rappresentare un tunnel buio, cupo e doloroso che si apre in una grande prateria di libertà e di speranza. In "Veronica decido di morire", Veronica attraverso relazioni significative, dalla consapevolezza della morte arriva sorprendentemente alla consapevolezza della vita, fino alla consapevolezza della capacità di vivere ogni giorno come un miracolo, come una entusiasmante scoperta, contraddicendo Ungaretti quando recita "la morte si sconta vivendo".
    Il miracoloso dono della serenità può essere conquistato sempre in qualsiasi luogo, anche in quelli apparentemente più improbabili e anche nelle situazioni più tristi. E, se non tutto, almeno un po'.

    Dr. Carlo Saffioti

      Torna allo speciale       Prosegui nella lettura