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Ladies on the Road

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Ladies on the Road

"...She rides a Harley Davinson" cantava quasi vent'anni fa il grande Neil Young, omaggiando tutte quelle donne, per la verità ancora poco numerose, che attraversavano l'America cavalcando le magnifiche bicilindriche.
Da allora il fenomeno si è intensificato, come forse neppure la storica Casa Motociclistica di Milwaukee avrebbe mai potuto prevedere o sognare, e le Harley sono diventate appannaggio anche del mondo femminile.

Parli di Harley e il pensiero va al mondo dei motociclisti liberi e ribelli così ben rappresentati dagli Hippies Peter Fonda e Dennis Hopper nel film cult del 1969 "Easy Rider", oppure ai Choppers resi famosi dagli Hell's Angel, l'Associazione di riders, di stampo criminale, che ha siglato incredibili pezzi di storia, purtroppo discutibili, delle due ruote.

Nati dopo la Seconda Guerra Mondiale, il gruppo di motociclisti più famoso del mondo ha scorazzato per anni per l'America seminando violenza e distruzione, dando vita a guerre di clan (v. contro i Bandidos) che polizia e FBI hanno faticato a contenere. In realtà il movimento, alle sue origini, aveva connotazioni fortemente politiche, tendenzialmente di estrema destra e pro-guerra del Vietnam.

Oggi le cose sono cambiate, anche se i riders più inossidabili ancora portano i segni distintivi che li hanno caratterizzati nei decenni: abiti in pelle, dissacranti e aggressivi, barba e capelli lunghi, tatuaggi. Alcool, donne, risse, disprezzo per regole e leggi.
Ma i tempi sono cambiati e i toni alleggeriti, ed è sempre più facile trovare anche associazioni di riders in rosa, che affiancano la nuova generazione di motociclisti che si compone principalmente da tranquilli e pacati professionisti dai 35 anni in su. Per loro guidare un'Harley è un segno distintivo, che consente di creare gruppi chiusi e piuttosto elitari con cui fare occasionalmente viaggi che durano lo spazio di un week end, ma soprattutto per mostrarsi all'ora dell'aperitivo nei locali più fashion e di tendenza.

E le donne rappresentano una percentuale sempre più importante in questo contesto, senza dimenticare che il primo vero movimento di motocicliste, ancora attivo, è nato in America negli anni della grande depressione (Motor Maids).
Guidare un'Harley piace molto alle donne. Perché, grazie agli sforzi delle case motociclistiche, che hanno realizzato modelli performanti e accessori specifici per il mondo femminile, sono facili da guidare, sono belle e, come per la loro controparte, permettono di fare gruppo, cosa prioritaria in un mondo tendenzialmente maschilista ed emarginante per le donne dal carattere forte.

Qui, invece, si "combatte" sullo stesso livello. Le donne guidano, viaggiano, si ritrovano, si prendono cura e riparano la loro motocicletta allo stesso modo di un uomo. Ma soprattutto si divertono moltissimo.

Silvia guida un'Harley. Una Sportster di colore nero e argento che, alla luce di un infuocato tramonto toscano rifulge dei colori sanguigni e variopinti del cielo. Parcheggia vicino alla spiaggia desolata, per ammirare lo spettacolo della natura. Ha forse quarant'anni, capelli lunghi castani, espressione intelligente di chi la sa lunga, e indossa jeans e maglietta.
Mi racconta che ha sempre amato le moto da corsa, e che per anni ha girato in pista. Più di ogni altra cosa amava andare veloce, e neppure i numerosi incidenti cui è incorsa negli anni l'hanno mai fermata.

Ma poi è arrivato Marco. E' diventata mamma. Qualcosa è scattato dentro di lei, forse lo spirito di sopravvivenza che ogni donna sviluppa dopo avere procreato, teso alla protezione e difesa della prole. E non è più riuscita ad andare in moto. Finchè, dopo un paio di anni, il richiamo delle due ruote è tornato forte e prepotente, e ha deciso di comprare un'Harley. E di affrontare di nuovo l'esperienza motociclistica con uno spirito più consono al suo nuovo ruolo. Non più velocità e adrenalina, ma la quiete del viaggiare assaporando il momento presente, la riscoperta della lentezza che consente di diluire e dilatare il tempo.

L'Harley suggerisce la contemplazione e la calma, mi dice con un tono sognante. Ma ha scoperto altro, oltre al piacere di tornare in sella ad una moto. Si è riappropriata della propria libertà, che in parte aveva sacrificato, anche se con piacere, per svolgere al meglio il ruolo di mamma. E ora, non appena riesce, lascia a casa marito e figlio e si ritaglia una giornata solo per lei. Senza sensi di colpa, con serena disinvoltura. Si gode i paesaggi, si ferma dove vuole, e si sente di nuovo completa.

Mi dice che è felice, mentre il vento le scompiglia i capelli e le frusta dolcemente il viso. Perché in quel momento, esiste solo Lei. Lei, e la sua splendida moto, di cui è evidentemente orgogliosa. Le chiedo se subisce critiche per questa sua passione piuttosto da Outsider.
Ride e mi risponde che sì, ne riceve in continuazione. "Ma non me ne frega niente..." ribatte soddisfatta, infilandosi gli occhiali da sole. La guardo fiera e contenta risalire sulla sua moto, e allontanarsi con lentezza godendosi la strada che si apre dinnanzi a lei.

"...She rides a Harley Davinson..." E tutto il resto, in fondo, non conta.

Aung San Suu Kyi: l'invincibile

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Aung San Suu Kyi: l'invicibile

E' la terra dalle mille Pagode, esotica, affascinante, un gioiello prezioso incastonato tra fiumi, foreste, montagne e sperdute valli. E' una terra lontana, impregnata di spiritualità; ovunque lo sguardo si riempie delle surreali immagini di Templi preziosi e Buddha rivestiti di lamine d'oro. E' la terra della gentilezza, dove i suoi abitanti, composti da diversissime etnie, ti accolgono con un sorriso e un'ospitalità che scalda il cuore. E' una terra che soffre.
E' la Birmania, ora Myanmar, piccolo e misterioso paese del sud-est asiatico ai confini della più conosciuta Thailandia. Per il Mondo Occidentale è una statistica, un problema tra i centinaia che la politica internazionale sceglie di non affrontare, e risolvere.

E' la terra di Aung San Suu Kyi, la piccola donna che ormai da anni, a prezzo di innegabili sacrifici, tiene in scacco il Regime militare al potere.

Figlia del Generale ed Eroe Birmano Aung San, assassinato nel 1997, è la fondatrice del NLD (National Legue for Democracy). Daw Aung San Suu Kyi, ormai sessantacinquenne, è punto fermo e simbolo di libertà e di coraggio in una terra tormentata dalla Dittatura, oppressa dal degrado sociale ed economico, dove sanità, educazione e servizi essenziali sono quasi inesistenti, e i redditi sono molto al di sotto della soglia di povertà.

Nel 1989 Aung San Suu Kyi è stata imprigionata, e anche se il suo partito nel 1990 ha vinto le elezioni, il Regime militare ha annullato i risultati con la scusa che "il Paese non era ancora pronto per decidere del proprio futuro". Quattordici anni di prigionia agli arresti domiciliari, senza mai smettere di lottare per il diritto del suo popolo alla Libertà. Evitare il carcere è stato un privilegio, in quanto figlia di colui che ha liberato la Birmania dagli invasori Inglesi, e quindi rispettato e onorato anche da chi oggi detiene il potere.

Ma nessuno può restituirle quello che ha perduto. Quali pensieri possono avere attraversato la mente di questa donna incredibile, non solo esponente politico ma anche moglie, quando le hanno impedito di stare accanto al marito morente di cancro?
Dove ha trovato la forza per sopportare la solitudine, le aggressioni (è scampata ad un attentato miracolosamente), le minacce, la lontananza dai proprio cari? E' madre, ma non ha visto crescere i propri figli, che hanno avuto l'opportunità di incontrarla solo quattro volte in quattordici anni. Ma Aung San Suu Kyi non ha concesso ai suoi carcerieri di piegare il suo spirito, e continua a lottare, anche se è sola contro tutti. Non ha concesso a se stessa di avere paura. Si ispira ai principi della non violenza proclamati da Gandhi e da Martin Luther King, e la sua è una lotta pacifica dove i valori di pace, eguaglianza e diritto alla libertà hanno la precedenza sulle sofferenze personali.
A nulla è valso il premio Nobel per la Pace concessole nel 1991, la Medaglia d'Onore attribuitale dal Congresso, la mobilitazione dei mezzi di comunicazione, il rispetto e gli appelli dei grandi del Mondo; le pesanti sanzioni applicate dagli Stati Internazionali che hanno più volte richiesto l'immediato rilascio. Inutilmente.

Il 21 Maggio di quest'anno sono scaduti i termini dei domiciliari. Il 14 maggio Aung San Suu Kyi è stata di nuovo arrestata. In una sorta di farsa politica, è stata accusata di avere violato i termini della libertà domiciliare, avendo dato ospitalità al pacifista Americano John Yeathaw che ha raggiunto a nuoto la sua abitazione per incontrarla.
Tra un anno ci saranno le nuove elezioni, e il Regime, di nuovo, ha deciso di toglierla di mezzo. La piccola donna dallo sguardo dolce e inafferrabile ha sorriso, al proclama della nuova condanna. In modo sprezzante, verso i suoi aguzzini che temono da anni il suo potere dilagante e il rispetto che il popolo, e il mondo intero, le tributa.
Ma la lotta è ancora lunga, per questo fragile fiore d'acciaio che si è immolato e caricato della responsabilità di salvare la sua gente. Che grazie a lei può ancora sperare di avere un futuro.

E' doveroso inchinarci di fronte alla forza d'animo e allo spirito di questa donna.

Ma andiamo oltre per una volta. E indignamoci di fronte ai soprusi di chi nega la libertà e punisce i suoi paladini. Aung San Suu Kyi ci aiuta a comprendere coscientemente e profondamente quanto siano importanti i valori di libertà e democrazia che i popoli occidentali danno per scontato, in quanto già acquisiti (anche se a prezzo di molte vite purtroppo sepolte in ricordi che appartengono ad altre generazioni, e che noi abbiamo perduto); ci ispira a credere che tutto sia possibile, e che anche una persona sola, forte dei propri principi, per quanto fragile e indifesa, senza usare violenza possa divenire strumento attivo per cambiare il mondo.

Si perchè Aung San Suu Kyi è invincibile. E qualsiasi cosa il Regime al potere potrà fare per fermarla, lei ha già vinto.

"Per vivere una vita piena si deve avere il coraggio di farsi carico della responsabilità dei bisogni altrui... si deve voler assumere questa responsabilità. Il buddismo, fondamento della cultura tradizionale birmana, attribuisce il massimo valore all'uomo che, unico tra gli esseri viventi, può raggiungere la condizione più elevata dello spirito. Ogni uomo possiede il potenziale di attuare la verità grazie alla propria volontà e attività, aiutando gli altri a fare altrettanto".

Aung San Suu Kyi


Fonti: www.aungsansuukyi.it "Prisoners for peace: Aung San Sun kyi and Burma's stuggle for Democracy" Morgan Reynolds.

Un 25 aprile di unità nazionale

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Per non dimenticare - 25 aprile 1945

La polemica che si è aperta anche quest'anno sul 25 aprile, ha dell'assurdo. Perché non ha senso ripetere per anni e anni gli stessi argomenti a distanza di oltre mezzo secolo dall'evento che si vuole celebrare nell'attuale situazione, storicamente del tutto diversa dal 1945.

Il 25 aprile è - dovrebbe essere - la festa per la restituzione dell'Italia alla libertà dopo l'infausto ventennio. Diversi furono i protagonisti di quella rinascita: gli Alleati che liberarono l'intera penisola con gravi perdite umane, i partigiani che contribuirono nel 1944-45 alla guerriglia al Nord e, da non dimenticare, i reparti dell'esercito regio che faticosamente si riorganizzarono dopo la debacle dell'8 settembre.

Una tale ricorrenza dovrebbe essere perciò un appuntamento nazionale di tutti gli italiani, senza distinzioni e aggettivazioni. La sua celebrazione spetterebbe innanzitutto a chi rappresenta l'unità del paese: il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio, e i presidenti del Parlamento e della Corte costituzionale.

Ma la storia repubblicana insegna che dal Sessantotto il 25 aprile è divenuto prerogativa dei movimenti di sinistra che rivendicano pretestuosamente una specie di esclusiva sulla Resistenza e perfino sulla Liberazione; senza parlare dell'ultimo quindicennio in cui le manifestazioni di piazza sono state strumentalizzate per esercitare una sorta di rivincita contro i berlusconiani al potere.

In questi giorni il presidente del Consiglio, replicando al leader dell'opposizione, ha annunziato che forse, per la prima volta, entrerà in campo. La vera anomalia in tal caso consiste nel fatto che Franceschini ha parlato, secondo un vecchio vizio, come se il 25 aprile fosse roba sua.
Se davvero Berlusconi, Franceschini e gli altri che hanno responsabilità nazionali, poco importa se di destra o di sinistra, si troveranno insieme alla celebrazione, significherà che finalmente si è fatto un passo avanti nel maturare quello spirito nazionale che tanto ci difetta.

Incombono però due incognite speculari che riporterebbero in auge l'Italietta faziosa, prigioniera di un passato che non vuole passare. La prima riguarda i militanti di una qualche sinistra e i loro rappresentanti: se dovessero contestare la partecipazione del centro-destra, si dovrebbe prendere atto che vi è una fazione nel Paese incapace di superare le turbe e i rancori adolescenziali.

La seconda riguarda la parte opposta di destra che, se continuasse a parlare di pacificazioni e di equiparazioni dei nemici della guerra civile, dimostrerebbe che dietro la svolta storica di Alleanza Nazionale, e in particolare del presidente Fini, v'è ancora una zona d'ombra nostalgica che vive obnubilata da antiche nebbie.

Massimo Teodori, docente di Storia e Istituzioni degli Stati Uniti d'America presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Perugia

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