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I mille volti della guerra

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I mille volti della guerra

Il 9 Ottobre a Londra la cattedrale di St. Paul era gremita di gente, tra i presenti la Regina, il Duca di Edimburgo, il Primo Ministro oltre ad altre personalità, incluso il presidente iracheno Jalal Talabani.
L'occasione che li ha riuniti è stata la commemorazione di militari e civili che hanno perso la vita in Iraq. Tra gli invitati, i veterani e le famiglie di chi si è sacrificato per un conflitto, che nessuno può avere il coraggio di affermare fosse giusto e anzi, costituirà un interessante ed impegnativo esercizio mentale per politici ed esperti che tenteranno di giustificarlo.

La commemorazione ha segnato il ritiro delle truppe inglesi dal territorio iracheno, avvenuto ufficialmente il 30 aprile, 6 anni dopo l'inizio dell'invasione americana.
Apparentemente, l'obiettivo principale dell'intervento militare è stato quello di liberare il popolo iracheno dal tirannico dittatore, Saddam Hussein e far trionfare la democrazia. In effetti, ci sono delle perplessità sui motivi della missione, che sono stati "condivisi" con l'opinione pubblica e che rimangono oscuri anche a chi la guerra in Iraq l'ha iniziata. Lo stesso Bush infatti, non è mai stato in grado di fornire una definizione coerente sulle ragioni per cui si è ritenuto necessario lanciare una guerra preventiva.

Il focus di questa "noble mission", è stato spostato infatti diverse volte, concentrandosi all'inizio sul disarmo e la fine del supporto al terrorismo, arrivando successivamente alla necessità di terminare un regime, che minacciava non solo gli stati confinanti, ma il mondo intero. Peccato però, che era già stato appurato che Saddam Hussein non costituisse una minaccia globale, è risaputo che non stesse acquistando uranio dal Sud Africa per costruire armi nucleari, non sono mai state scoperte armi di distruzione di massa e non c'erano prove che stesse cospirando con al-Qaeda. Quale era allora il "pericolo imminente" per cui gli Stati Uniti hanno deciso di iniziare una guerra con il minimo appoggio a livello internazionale? Certamente le riserve di petrolio hanno giocato un ruolo fondamentale, così come il fatto che all'epoca la campagna elettorale di Bush era stata finanziata da compagnie di difesa.

Per cercare di capire meglio, ho parlato però con chi, alla cerimonia, ha partecipato come invitato. Mr. Williams mi descrive il suo stato d'animo, l'atmosfera all'interno della basilica, dove solo i veterani presenti erano 2000. Uomini e donne nelle loro divise immacolate, dietro al cui viso si nasconde un camerata caduto, un amico ferito. Vengo scaraventata faccia a faccia con la realtà, con le cicatrici che le conseguenze di un conflitto inutile lasciano sulle persone.
Mi racconta che suo cugino è morto durante la terza missione in Iraq, nel 2005, lasciando la moglie e due figli con il peso della rassegnazione. Come per la maggior parte delle persone presenti, la difficoltà maggiore per loro sta nell'accettare la perdita di un familiare in un intervento giustificato solo con menzogne.
Mi spiega, che da un punto di vista geo-politico l'Iraq, così come anche l'Afghanistan, sono "pedine" importanti nel grande scacchiere euro-asiatico, nei rapporti tra India e Pakistan, entrambe potenze nucleari e per la salvaguardia degli oleodotti americani.
Questo mi fa venire in mente "La grande scacchiera" di Zbigniew Brzezinski, il quale ritiene che chi dominerà l'Eurasia sarà la sola potenza del XXI secolo. Infatti, la maggior parte della popolazione mondiale vive in quest'area e l'attività economica della macro-regione diventa sempre più importante. Sarà questo allora, insieme al petrolio, il motivo per cui l'amministrazione Blair nel 2003 ha preso la decisione di unirsi all'invasione americana. Non è del resto un caso che la British Petroleum ha firmato, proprio qualche giorno fa, un contratto per lo sviluppo del maxi-giacimento petrolifero di Rumaila.

Sono bastati pochi giorni, dal 20 marzo al 10 aprile 2003, perché gli Stati Uniti prendessero Baghdad. Dopodiché, tutta l'attenzione è stata spostata verso l'industria petrolifera, lasciando esplodere tutto il resto. Questo ovviamente è stato descritto come il processo di liberazione e l'aiuto che è stato offerto agli iracheni, per ricostruire il proprio paese. Lo stesso Gordon Brown ha definito il giorno della commemorazione come un momento per riflettere, ma anche un giorno per valutare il contributo duraturo che è stato offerto agli iracheni per la loro liberazione dal tiranno e la ricostruzione.
Nessuno parla però di quelle che vengono definite le "casualties" e gli effetti collaterali della guerra, anzi di un lunghissimo dopo-guerra, ovvero la perdita di decine di migliaia di vite innocenti. Mi chiedo se, almeno per una volta, non sarebbe stato più dignitoso offrire alle famiglie delle vittime la verità.
Il bilancio di sei anni di guerra è raccapricciante: gli Stati Uniti non sono riusciti a pacificare il paese, né a creare il governo che volevano, né a ottenere il consenso popolare. Di contro, decine di migliaia di iracheni sono stati uccisi. Non mi sorprende che, a questo punto, data anche la mancanza di appoggio dell'opinione pubblica, Obama abbia deciso per il ritiro delle truppe americane da completarsi entro il 2011.

A noi invece, non ci rimane che onorare il sacrificio di tutti coloro che hanno perso la vita durante questa "nobile missione".

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