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Dentro una gabbia

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Prima corteggiate, amate, desiderate come dei preziosi gioielli e poi... la follia di gesti inspiegabili, fatti nei confronti delle fidanzate, compagne, mogli di una vita, perché nella mente di che elabora questi malvagi pensieri, perversa un'unica idea: "se non sarai mia non sarai di nessun altro".

Picchiate malvagiamente, violentate orribilmente, uccise macabramente dalla persona che pensano di fidarsi più: fidanzato, compagno, marito, padre dei loro figli.

Amare fino alla persecuzione, fintanto che in quella mente malata e contorta che genera brutali gesti non ci compia l'inaspettabile.

Oramai ogni giorno si sentono raccapriccianti notizie di questo genere, siamo invasi da una "follia umana", che non cenna a placarsi ed una donna quando si trova davanti a queste situazioni come può difendersi. E talvolta neanche la giustizia la tutela come dovrebbe.

Questa è la storia di Sonia, moglie e mamma, ma prima di tutto donna. La sua unica minaccia è il suo uomo che ancora continua a perseguitarla. Oggi ha deciso, anche se in forma anonima, di raccontare la sua drammatica vicenda che dura oramai da anni senza aver raggiunto fino ad ora una conclusione positiva.

Ha sposato un uomo che credeva di amare e di conoscere fino in fondo, ma poi con il tempo si è resa conto che quella persona che condivideva il suo letto e la sua vita era solo un matto che ben presto sarebbe diventato il suo peggior nemico.

Ha sopportato da lui troppe cose, perché suo marito riusciva a giocare con la sua paura di parlare, sapeva che lei non lo avrebbe mai fatto e continuava così ad approfittarsi di una donna all'apparenza debole ed indifesa.
br> Ma dopo aver subito da lui ripetute violenze sessuali, sempre di più intrappolata in una vita che non è la sua, una sera dopo una brutta litigata dove lui inizia anche a menarla selvaggiamente, procurandole lividi sulle braccia e gambe, Sonia decide di ribellarsi denunciandolo e chiedendone la separazione.

Sperava che così qualcosa potesse cambiare che lui potesse calmarsi, ma invece continuò ad infierire su di lei con ogni tipo di dispetto, incendiandole la macchina, aspettandola sotto casa, minacciandola in ogni maniera, senza pensare che davanti a tutto questo polverone di cattiverie ed ingiustizie c'erano anche due occhi innocenti che vedevano tutto: quelle di un bambino.

Un bambino che troppo presto aveva dovuto mettere da parte i giochi e la sua spensieratezza di fanciullo per crescere prima del tempo, per quella mamma che adorava e che giorno dopo giorno continuava a lottare con un padre orrendo.

Oggi Sonia sembra aver ricominciato una vita "normale", ma aspettando i lunghi tempi della legge che facciano il proprio percorso nei confronti del suo ex marito, lui continua ancora ad essere presente nella sua vita e, anche se in maniera meno violenta di prima, continua a perseguitarla...

Sonia è ancora viva ma è una delle tante donne vittime di uomini malati, donne sfortunate perché morte nelle mani dell'uomo che loro amavano e di cui si fidavano. Molte di loro si sarebbero potute salvare.

Ed ora prima di raccontare un altro ennesimo caso di cronaca, chi dovrebbe difendere e tutelare queste donne lo faccia seriamente... la legge deve punire chi ammazza o chi perseguita fino alla follia. Perché le donne sono stanche di continuare a lottare e di difendersi da sole da chi dovrebbe proteggerle...

Crediamo di amare una persona senza renderci conto che potrebbe essere il nostro peggior nemico... perché si può arrivare ad amare una donna sino ad ammazzarla, perché l'odio e la follia che scorrono nella mente perversa di questi malvagi uomini non hanno più parole... La ragione ci direbbe che andrebbero aiutati ma il cuore invece ci dice che andrebbero ammazzati...

Aung San Suu Kyi: l'invincibile

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Aung San Suu Kyi: l'invicibile

E' la terra dalle mille Pagode, esotica, affascinante, un gioiello prezioso incastonato tra fiumi, foreste, montagne e sperdute valli. E' una terra lontana, impregnata di spiritualità; ovunque lo sguardo si riempie delle surreali immagini di Templi preziosi e Buddha rivestiti di lamine d'oro. E' la terra della gentilezza, dove i suoi abitanti, composti da diversissime etnie, ti accolgono con un sorriso e un'ospitalità che scalda il cuore. E' una terra che soffre.
E' la Birmania, ora Myanmar, piccolo e misterioso paese del sud-est asiatico ai confini della più conosciuta Thailandia. Per il Mondo Occidentale è una statistica, un problema tra i centinaia che la politica internazionale sceglie di non affrontare, e risolvere.

E' la terra di Aung San Suu Kyi, la piccola donna che ormai da anni, a prezzo di innegabili sacrifici, tiene in scacco il Regime militare al potere.

Figlia del Generale ed Eroe Birmano Aung San, assassinato nel 1997, è la fondatrice del NLD (National Legue for Democracy). Daw Aung San Suu Kyi, ormai sessantacinquenne, è punto fermo e simbolo di libertà e di coraggio in una terra tormentata dalla Dittatura, oppressa dal degrado sociale ed economico, dove sanità, educazione e servizi essenziali sono quasi inesistenti, e i redditi sono molto al di sotto della soglia di povertà.

Nel 1989 Aung San Suu Kyi è stata imprigionata, e anche se il suo partito nel 1990 ha vinto le elezioni, il Regime militare ha annullato i risultati con la scusa che "il Paese non era ancora pronto per decidere del proprio futuro". Quattordici anni di prigionia agli arresti domiciliari, senza mai smettere di lottare per il diritto del suo popolo alla Libertà. Evitare il carcere è stato un privilegio, in quanto figlia di colui che ha liberato la Birmania dagli invasori Inglesi, e quindi rispettato e onorato anche da chi oggi detiene il potere.

Ma nessuno può restituirle quello che ha perduto. Quali pensieri possono avere attraversato la mente di questa donna incredibile, non solo esponente politico ma anche moglie, quando le hanno impedito di stare accanto al marito morente di cancro?
Dove ha trovato la forza per sopportare la solitudine, le aggressioni (è scampata ad un attentato miracolosamente), le minacce, la lontananza dai proprio cari? E' madre, ma non ha visto crescere i propri figli, che hanno avuto l'opportunità di incontrarla solo quattro volte in quattordici anni. Ma Aung San Suu Kyi non ha concesso ai suoi carcerieri di piegare il suo spirito, e continua a lottare, anche se è sola contro tutti. Non ha concesso a se stessa di avere paura. Si ispira ai principi della non violenza proclamati da Gandhi e da Martin Luther King, e la sua è una lotta pacifica dove i valori di pace, eguaglianza e diritto alla libertà hanno la precedenza sulle sofferenze personali.
A nulla è valso il premio Nobel per la Pace concessole nel 1991, la Medaglia d'Onore attribuitale dal Congresso, la mobilitazione dei mezzi di comunicazione, il rispetto e gli appelli dei grandi del Mondo; le pesanti sanzioni applicate dagli Stati Internazionali che hanno più volte richiesto l'immediato rilascio. Inutilmente.

Il 21 Maggio di quest'anno sono scaduti i termini dei domiciliari. Il 14 maggio Aung San Suu Kyi è stata di nuovo arrestata. In una sorta di farsa politica, è stata accusata di avere violato i termini della libertà domiciliare, avendo dato ospitalità al pacifista Americano John Yeathaw che ha raggiunto a nuoto la sua abitazione per incontrarla.
Tra un anno ci saranno le nuove elezioni, e il Regime, di nuovo, ha deciso di toglierla di mezzo. La piccola donna dallo sguardo dolce e inafferrabile ha sorriso, al proclama della nuova condanna. In modo sprezzante, verso i suoi aguzzini che temono da anni il suo potere dilagante e il rispetto che il popolo, e il mondo intero, le tributa.
Ma la lotta è ancora lunga, per questo fragile fiore d'acciaio che si è immolato e caricato della responsabilità di salvare la sua gente. Che grazie a lei può ancora sperare di avere un futuro.

E' doveroso inchinarci di fronte alla forza d'animo e allo spirito di questa donna.

Ma andiamo oltre per una volta. E indignamoci di fronte ai soprusi di chi nega la libertà e punisce i suoi paladini. Aung San Suu Kyi ci aiuta a comprendere coscientemente e profondamente quanto siano importanti i valori di libertà e democrazia che i popoli occidentali danno per scontato, in quanto già acquisiti (anche se a prezzo di molte vite purtroppo sepolte in ricordi che appartengono ad altre generazioni, e che noi abbiamo perduto); ci ispira a credere che tutto sia possibile, e che anche una persona sola, forte dei propri principi, per quanto fragile e indifesa, senza usare violenza possa divenire strumento attivo per cambiare il mondo.

Si perchè Aung San Suu Kyi è invincibile. E qualsiasi cosa il Regime al potere potrà fare per fermarla, lei ha già vinto.

"Per vivere una vita piena si deve avere il coraggio di farsi carico della responsabilità dei bisogni altrui... si deve voler assumere questa responsabilità. Il buddismo, fondamento della cultura tradizionale birmana, attribuisce il massimo valore all'uomo che, unico tra gli esseri viventi, può raggiungere la condizione più elevata dello spirito. Ogni uomo possiede il potenziale di attuare la verità grazie alla propria volontà e attività, aiutando gli altri a fare altrettanto".

Aung San Suu Kyi


Fonti: www.aungsansuukyi.it "Prisoners for peace: Aung San Sun kyi and Burma's stuggle for Democracy" Morgan Reynolds.

La mia vita dietro le sbarre

Ho deciso di scrivervi per raccontare la mia storia. Per me ora è molto dura raccontarla, perchè vuol dire anche ricordarla e non è facile.

Ho vissuto per diciassette anni in un super carcere di massima sicurezza, perchè mio padre era il comandante della Polizia Penitenziaria. Quelli sono stati per me anni durissimi e difficilissimi. Era il periodo delle brigate rosse ed ero costretta tutto il giorno a vivere la mia vita sotto scorta. Era brutto essere guardati dai compagni di scuola come una persona "strana o diversa", solo perchè si viveva un brutto periodo.

In quel carcere sono entrati i peggiori pentiti, i grandi camorristi ed i mafiosi, ma mio padre è sempre stato un grande uomo che ha saputo svolgere il suo lavoro nell'onestà e nella dignità, per me era un semplice eroe ma poi alla fine era un uomo semplice che aveva scelto purtroppo un mestiere rischioso per lui e per la sua famiglia.
Non si possono descrivere fino in fondo le giornate passate chiusa in quella caserma dove avevano le abitazioni le famiglie del comandante e del direttore. Si viveva nella paura che potesse sempre accadere qualcosa, perfino quando arrivò Renato Vallanzasca, meglio conosciuto come "il bel renè", sembrava la fine del mondo, elicotteri, carri armati, polizia, carabinieri, il carcere era circondato da migliaia di persone solo per lui. Una vita così dura la può capire solo chi la vive in pieno, come l'ho vissuta io.

Non potrò mai dimenticare una mattina quando durante la notte vi fu una rivolta in carcere, il giorno seguente mi svegliai e sotto la finestra della mia camera vi erano tre bare... sono frammenti di vita che resteranno per sempre indelebili nella mia vita.

Un sera mentre rientravamo a casa con la scorta, un carabiniere ci ha sparato poiché a causa della fitta nebbia non ci aveva riconosciuto.
Ho visto la morte in faccia, quella paura che non passava mai, le sirene, le pistole, tutto sotto i miei occhi, e quei carcerati con quelle faccie pulite ma dentro di loro si celava l'ombra del nemico.

Oggi posso solo raccontare, ma non è stato facile vivere giorno dopo giorno sotto scorta, sentirsi veramente sola anche in mezzo a tante persone, il timore di non vedere più rientrare il proprio padre a casa. Ti sentivi chiusa, soffocare da un male chiamato "crimine", che non si placava mai...

Oggi vivo una vita normale, ma i ricordi non mi abbandoneranno mai ed ogni volta che passo davanti a quel carcere non potrò mai dimenticare tutta la mia adolescenza che ho lasciato lì e che nessuno mi restituirà mai più.
E di mio padre, che per me era un grande eroe, non potrò cancellare dalla mente i suoi sguardi di timore verso i suoi figli per paura che ci potesse accadere qualcosa, avrebbe dato la vita per noi.
E' stato un uomo forte e anche per alcuni scomodo, ma non si è mai fatto intimorire da nessuno ed era per questo forse che le brigate rosse lo volevano morto.

Oggi queste mie parole sono grida di rabbia per non avere avuto una vita tranquilla come molte ragazze, per non avere avuto tante amiche perché per loro ero diversa. Porterò sempre dentro di me le urla di quei detenuti quando facevano le rivolte, i manganelli degli agenti che facevano rumore contro le sbarre. Ho odiato quella vita e il giorno che sono rimasta senza la scorta, perchè mio padre era andato in pensione, avevo paura di tutto, non ero abituata, così a 18 anni mi sono ritrovata a dover ricominciare tutto da capo senza più accanto a me i miei angeli e non è stato facile era come avere paura di camminare da sola. Per ogni morto che faceva le brigate rosse, la paura in noi era sempre più forte.

Nessuno mi potrà ridare i miei anni ma rimane in me ugualmente la felicità perché nulla di brutto accadde alla mia famiglia. Oggi rimane solo un ricordo che non morirà mai.

Loredana Roberta Berardi

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