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Viaggio nella città fantasma. L'Aquila un anno dopo il terremoto

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L'Aquila un anno dopo

Sono trascorsi appena 16 mesi e gli abruzzesi ancora non dimenticano...
Sono ritornata nella mia terra che non esiste più, inghiottita mostruosamente la notte del 6 aprile 2009 alle ore 3.33.

L'Aquila meravigliosa città turistica e storica è ora ricoperta da impalcature su impalcature, ancora una volta tutto l'orrore di quella notte viene segnato nelle mura di quei palazzi divorati dal terremoto.

Ho voluto raccogliere le gioie, l'emozioni che ancora una volta quella città così spoglia e vuota riesce nonostante tutto ancora a darmi, ma anche l'amarezza, la tristezza e la malinconia di non ritrovare più la mia amata città.
Negli occhi degli abruzzesi, ancora si legge la paura di quella notte di terrore che mai potranno dimenticare, persone che hanno perso tutto, la casa, ma soprattutto i loro cari, ancora piangono, sono stretti in quella morsa di dolore e di solitudine che vive L'Aquila in questo momento.

Le case costruite dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, sono molte, dislocate ognuna di loro nei vari paesi limitrofi alla città.
Ricominciare da capo... è quello che hanno fatto gli abruzzesi dopo quella notte di terrore. Sono rimasta ore ed ore ad ascoltare il loro urlo di dolore per chi ancora aspetta una cosa, per chi piange un proprio caro che ora non c'è più, trovo persone contente di tutto il lavoro svolto dalla protezione civile e dal Presidente del Consiglio ma ve ne sono altrettante che si sentono dimenticate.

Il lavoro di Silvio Berlusconi è stato ottimo perché in così poco tempo ha fatto costruire tantissime case, ma negli occhi di molti anziani leggo la tristezza per aver perso la propria casa e non riescono ad adattarsi in quella che hanno ora. Persone che hanno vissuto la vita lavorando la terra, che con enormi sacrifici si erano costruiti una casa e poi in una sola notte hanno perso tutto, non è facile portare quella mentalità di una volta in questi tempi.

Continuo il mio viaggio in quella città che non si riconosce più, il suo lungo corso che parte dalla fontana luminosa è solo fatto di impalcature, strade laterali ancora chiuse, case distrutte che parlano da sole. Riesco a contare solo tre, quattro bar aperti, e vedere tanti turisti che si mettono in posa davanti a palazzi o negozi distrutti...

La vita a L'Aquila si è fermata alle 3.33 del 6 aprile 2009, ma gli abruzzesi rivogliono la loro città come prima... cammino e cammino lungo il corso dove l'emozione che sento più viva in me è la malinconia per la mia città. Ma i simboli di quel giorno rimarranno per L'Aquila "la casa dello studente", dove ora si vedono solo le foto di quei ragazzi che sono morti sotto le macerie, fiori, dediche e la chiesa di Collemaggio, dove appena la vedi sembra normale, bellissima come sempre, ma come entri e vedi quello che rimane senti il cuore stringersi in una forte morsa. Il tetto crollato giù, la chiesa spaccata in due... non vi sono parole per descrivere quello che si prova... Senti che una parte di te è morta, sepolta tra quelle macerie ancora rimaste visibili agli occhi dei turisti e di tutti gli abruzzesi.

Avrei dato qualsiasi cosa per rivedere la mia città di nuovo viva... e invece mentre me ne vado lentamente, lascio la mia L'Aquila ancora sofferente, ricordando tutte quelle persone che sono morte, che non hanno più una casa, che non hanno più la loro città... senza dimenticare i numerosi suicidi che ci sono stati dopo il terremoto, perché è facile scrivere solo le tante cose belle che sono state fatte, ma è altrettanto difficile scrivere la realtà, quella che oggi L'Aquila e gli abruzzesi non dimenticano ancora...

Aids: una malattia dimenticata

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Sembrerebbe sparita, debellata, sconfitta, se consideriamo che della malattia del secolo se ne parla ormai pochissimo, quasi più. Come se avesse cessato di essere una minaccia. Come se non ci facesse più paura.
Oggi parliamo di influenza A/H1N1 (febbre suina), siamo terrorizzati dagli effetti dell'inquinamento della terra e dei nostri mari, persino gli Ogm ci inquietano a dismisura e tormentano i nostri sogni.

Ma davvero la Sindrome da Immunodeficienza Acquisita che ha mietuto milioni di vittime a partire dai primi anni ottanta è stata debellata? Parliamo di 25 milioni di casi in venticinque anni.
No, il pericolo purtroppo non è passato, e se da un lato si affacciano nuove terapie che fanno ben sperare per il futuro, dall'altro la morsa del contagio non cessa a desistere. Anzi: in Italia si registrano ogni anno oltre 4.000 nuovi casi, dato oltretutto in difetto se consideriamo che non tutte le regioni sono monitorate dal Ministero della Salute.

In termini di prevenzione l'Italia risulta essere al ventisettesimo posto (su ventinove paesi), e le sporadiche campagne di divulgazione, quando vengono avviate, troppo spesso sono inadeguate e inefficaci.
Il nostro Paese deve fare in conti con un moralismo dilagante che impedisce la corretta informazione alle fasce più a rischio: tra i giovani dilagano un'incertezza e un'ignoranza davvero preoccupanti, come se l'Aids fosse una malattia inventata, lontana, impossibile da contrarre; come se riguardasse sempre "gli altri".

Eppure oggi più che mai - e i dati rilevati dall'osservatorio della città di Milano ne sono la dimostrazione più evidente - la Sindrome da Immunodeficienza conferma di essere pericolosa e mortale come in passato.
In casa non se ne parla, come anche a scuola: la maggioranza degli organismi preposti all'educazione dei nostri ragazzi evitano di affrontare le problematiche legate al sesso, alla contraccezione e ai rischi del contagio.
Il risultato è che la diagnosi dei nuovi casi avviene frequentemente senza riuscire a comprendere come la trasmissione del virus sia avvenuta, e purtroppo spesso quando è troppo tardi per consentire di intervenire in modo tempestivo.
Ed è questo il problema: perché l'immediatezza dell'accertamento può salvare la vita. E' qui che la terapia dà il suo meglio, e consente di avere riscontri efficaci. Dopo, diventa tutto più difficile.

E l'Aids si contrae esattamente come venticinque anni fa: la trasmissione tra tossicodipendenti, con lo scambio di siringhe infette, è leggermente diminuita; ma sono aumentati incredibilmente i casi di contagio tramite rapporti sessuali non protetti. L'uso del preservativo è ancora un tabù soprattutto tra i giovanissimi, e questo ci deve fare davvero riflettere.
L'informazione è un dovere delle Istituzioni, che non possono permettersi di farsi influenzare dal falso perbenismo cattolico che impedisce di pianificare i giusti interventi per combattere contro un nemico che continua a mietere vittime su vittime.

E allora, un giorno, forse davvero potremo dire: "ormai di Aids non si muore più"...

Informazioni utili:
www.lilamilano.it
centralino Informativo Aids: dal lunedì al venerdì si può telefonare al numero 02 58103515
www.lila.it/lilachat/category-view.asp
www.arche.it
www.npsitalia.net
www.aegis.com

Cercatori di emozioni

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Sport estremi

Vivere al limite, mostrare disprezzo per le regole, sfidare la morte, l'autorità, l'etica, la morale comune. Assumere comportamenti atipici, a volte autolesionistici, devianti, alla ricerca dell'emozione estrema, nella certezza che sia sempre possibile superare i propri limiti, fisici e psicologici, e le convenzioni sociali.

Sono i "Sensation Seeker", che caratterizzano individui tendenzialmente solitari, poco ansiogeni, principalmente di sesso maschile.

Il primo studioso ad individuare questa categoria di soggetti è stato il Dott. Zuckermann, negli anni Settanta, il quale scoprì che ci sono persone che in assenza di stimoli adeguati diventano inquiete e pericolose, e che pertanto sentono forte il bisogno di ricercare continuamente situazioni al limite della sicurezza personale. Si tratta di individui curiosi, anticonformisti, avventurosi, di mente aperta, ma anche insofferenti, aggressivi e maniaci del controllo.

Tutto questo non delinea necessariamente una personalità di tipo negativo, ma il Sensation Seeker va sempre oltre, e l'eccesso porta all'abuso di alcool, sesso, droghe, adrenalina.
Si gioca alla roulette russa, si fa sesso senza protezione, e con individui a rischio, si sfida il gruppo sdraiandosi in autostrada certi che le auto ci evitino miracolosamente.

Quando il desiderio di superare i limiti si sublima nella pratica sportiva, parliamo di "Sport Estremi". Ne fanno parte l'alpinismo, il free climbing, il parkour, il bungee jumping, le immersioni, il parapendio, il kitesurf e molti altri (www.sportestremi.org), tutti diversi, ma con un denominatore comune: si pretende di avere il totale controllo sulla casualità, l'imprevisto, le probabilità.

Si pratica uno Sport Estremo perché si rischia la vita, e, paradossalmente, ci si sente più vivi. Buttarsi nel vuoto con una fune, o immergersi nelle acque ghiacciate dell'Artico, dà un forte senso di potere, aumenta l'autostima, rafforza la considerazione di non fare parte della nicchia. Il brivido è proporzionale all'assenza di protezioni e di sicurezza, e la vittoria sugli elementi e su se stessi (tenendo sempre conto di una buona dose di fortuna) dà soddisfazioni difficilmente replicabili; che portano nuovamente il soggetto a cercare nuove sfide, aumentando i livelli di rischio.

Per esperienza posso dire che lo scarico di adrenalina che subentra nel momento in cui avverti di essere andato oltre, e di aver rischiato l'incolumità fisica, è qualcosa di estremamente appagante, vitalizzante, soprattutto quando ne esci solo con qualche graffio e abrasione. E la voglia di rifarlo è praticamente istantanea. Solo dopo ti rendi conto di quanto hai rischiato, e di quanto la fortuna ti abbia assistito durante l'improbabile impresa.

Emozionarsi è fondamentale per avere una vita piena e soddisfacente, e sperimentare rende più completi e sicuri, ma è importante cercare di restare entro i limiti conosciuti e consentiti, evitando atteggiamenti arroganti che possano portare a credere di avere superpoteri o fortuna eterna.

Perché le conseguenze potrebbero essere deleterie, se non mortali.

La pedofilia cambia "pelle" e diventa donna

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La pedofilia cambia pelle e diventa donna

Il numero di bambini che dice di aver subito delle molestie sessuali da parte di donne è raddoppiato negli ultimi 5 anni. ChildLine, una charity inglese che si occupa di abusi sui minori, ha confermato il trend con un aumento del 132 per cento di denunce per molestie femminili e un aumento di "appena" il 27 per cento per quelle maschili.

Questi i risultati impressionanti delle nuove statistiche pubblicate qualche giorno fa. I dati analizzati si riferiscono alla Gran Bretagna, anche se non sono sicura che il trend sia circoscritto "geograficamente".

Il presidente del centro di ascolto britannico, Esther Rantzen, afferma che le nuove statistiche smentiscono i miti comuni sugli abusi sessuali. E aggiunge che le vittime non sono solo le bambine, come molti continuano a pensare, ma anche i bambini, dei quali molto spesso abusano le stesse madri. E precisa, inoltre, che la maggior parte delle molestie ai danni delle bambine non viene commessa dai patrigni, contrariamente a quanto si crede, ma dai padri biologici.

Sicuramente, la maggior parte delle violenze sessuali viene commessa da uomini, con circa 6mila casi registrati proprio da ChildLine, ma la stessa associazione parla di oltre 2mila casi riportati, dove gli abusi sono perpetrati da donne.

I dati inquietanti confermano il caso recente di Vanessa George, la maestra di asilo, che insieme ad un'altra donna era parte di un circolo di pedofilia su internet.

Certo posso immaginare che l'aumento di denunce verso le donne possa anche essere dovuto al fatto che ora molti più bambini si rivolgono a ChildLine. Ne deriva un aumento del numero di abusi "falsato" dal "successo" delle helplines. Ma bisogna anche considerare che se da una parte è possibile che i bambini non vogliano vedere i propri padri, madri, sorelle o fratelli andare in prigione, dall'altra non vogliono più subire violenze e cercano quindi un modo per interrompere le molestie.

Insieme a Chirs Cloke di NSPCC mi chiedo come è possibile che le donne possano essere dei molestatori sessuali. E comunque, il fatto che gli uomini continuino a mantenere il primato non è una cosa che mi solleva. Una violenza contro un altro essere umano è un atto semplicemente vergognoso.

Ladies on the Road

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Ladies on the Road

"...She rides a Harley Davinson" cantava quasi vent'anni fa il grande Neil Young, omaggiando tutte quelle donne, per la verità ancora poco numerose, che attraversavano l'America cavalcando le magnifiche bicilindriche.
Da allora il fenomeno si è intensificato, come forse neppure la storica Casa Motociclistica di Milwaukee avrebbe mai potuto prevedere o sognare, e le Harley sono diventate appannaggio anche del mondo femminile.

Parli di Harley e il pensiero va al mondo dei motociclisti liberi e ribelli così ben rappresentati dagli Hippies Peter Fonda e Dennis Hopper nel film cult del 1969 "Easy Rider", oppure ai Choppers resi famosi dagli Hell's Angel, l'Associazione di riders, di stampo criminale, che ha siglato incredibili pezzi di storia, purtroppo discutibili, delle due ruote.

Nati dopo la Seconda Guerra Mondiale, il gruppo di motociclisti più famoso del mondo ha scorazzato per anni per l'America seminando violenza e distruzione, dando vita a guerre di clan (v. contro i Bandidos) che polizia e FBI hanno faticato a contenere. In realtà il movimento, alle sue origini, aveva connotazioni fortemente politiche, tendenzialmente di estrema destra e pro-guerra del Vietnam.

Oggi le cose sono cambiate, anche se i riders più inossidabili ancora portano i segni distintivi che li hanno caratterizzati nei decenni: abiti in pelle, dissacranti e aggressivi, barba e capelli lunghi, tatuaggi. Alcool, donne, risse, disprezzo per regole e leggi.
Ma i tempi sono cambiati e i toni alleggeriti, ed è sempre più facile trovare anche associazioni di riders in rosa, che affiancano la nuova generazione di motociclisti che si compone principalmente da tranquilli e pacati professionisti dai 35 anni in su. Per loro guidare un'Harley è un segno distintivo, che consente di creare gruppi chiusi e piuttosto elitari con cui fare occasionalmente viaggi che durano lo spazio di un week end, ma soprattutto per mostrarsi all'ora dell'aperitivo nei locali più fashion e di tendenza.

E le donne rappresentano una percentuale sempre più importante in questo contesto, senza dimenticare che il primo vero movimento di motocicliste, ancora attivo, è nato in America negli anni della grande depressione (Motor Maids).
Guidare un'Harley piace molto alle donne. Perché, grazie agli sforzi delle case motociclistiche, che hanno realizzato modelli performanti e accessori specifici per il mondo femminile, sono facili da guidare, sono belle e, come per la loro controparte, permettono di fare gruppo, cosa prioritaria in un mondo tendenzialmente maschilista ed emarginante per le donne dal carattere forte.

Qui, invece, si "combatte" sullo stesso livello. Le donne guidano, viaggiano, si ritrovano, si prendono cura e riparano la loro motocicletta allo stesso modo di un uomo. Ma soprattutto si divertono moltissimo.

Silvia guida un'Harley. Una Sportster di colore nero e argento che, alla luce di un infuocato tramonto toscano rifulge dei colori sanguigni e variopinti del cielo. Parcheggia vicino alla spiaggia desolata, per ammirare lo spettacolo della natura. Ha forse quarant'anni, capelli lunghi castani, espressione intelligente di chi la sa lunga, e indossa jeans e maglietta.
Mi racconta che ha sempre amato le moto da corsa, e che per anni ha girato in pista. Più di ogni altra cosa amava andare veloce, e neppure i numerosi incidenti cui è incorsa negli anni l'hanno mai fermata.

Ma poi è arrivato Marco. E' diventata mamma. Qualcosa è scattato dentro di lei, forse lo spirito di sopravvivenza che ogni donna sviluppa dopo avere procreato, teso alla protezione e difesa della prole. E non è più riuscita ad andare in moto. Finchè, dopo un paio di anni, il richiamo delle due ruote è tornato forte e prepotente, e ha deciso di comprare un'Harley. E di affrontare di nuovo l'esperienza motociclistica con uno spirito più consono al suo nuovo ruolo. Non più velocità e adrenalina, ma la quiete del viaggiare assaporando il momento presente, la riscoperta della lentezza che consente di diluire e dilatare il tempo.

L'Harley suggerisce la contemplazione e la calma, mi dice con un tono sognante. Ma ha scoperto altro, oltre al piacere di tornare in sella ad una moto. Si è riappropriata della propria libertà, che in parte aveva sacrificato, anche se con piacere, per svolgere al meglio il ruolo di mamma. E ora, non appena riesce, lascia a casa marito e figlio e si ritaglia una giornata solo per lei. Senza sensi di colpa, con serena disinvoltura. Si gode i paesaggi, si ferma dove vuole, e si sente di nuovo completa.

Mi dice che è felice, mentre il vento le scompiglia i capelli e le frusta dolcemente il viso. Perché in quel momento, esiste solo Lei. Lei, e la sua splendida moto, di cui è evidentemente orgogliosa. Le chiedo se subisce critiche per questa sua passione piuttosto da Outsider.
Ride e mi risponde che sì, ne riceve in continuazione. "Ma non me ne frega niente..." ribatte soddisfatta, infilandosi gli occhiali da sole. La guardo fiera e contenta risalire sulla sua moto, e allontanarsi con lentezza godendosi la strada che si apre dinnanzi a lei.

"...She rides a Harley Davinson..." E tutto il resto, in fondo, non conta.

Guerrilla Gardening

Il termine guerrilla gardening definisce un movimento di "giardinaggio politico", praticato soprattutto da gruppi di ambientalisti, armati di zappe, semi e piante, che si prefigge come obiettivo quello di riportare a nuova vita terreni cittadini abbandonati, attraverso quelli che sono chiamati, in linea con lo spirito del fenomeno, attacchi verdi (per lo più notturni, e segreti).

In un periodo storico molto delicato, in cui sul banco delle trattative dei Grandi del Pianeta ci sono le problematiche ambientali che ci si trova a dover affrontare nel post Kyoto, i guerrilla gardeners si inseriscono perfettamente all'interno del dibattito, con la loro lotta al degrado e all'inquinamento delle città. Il pollice verde diventa uno strumento rivoluzionario.

Tra gli illustri guerriglieri ante litteram, viene citato spesso Johnny Appleseed (in italiano, Giovannino Semedimela), pioniere statunitense vissuto a cavallo tra il Settecento e l'Ottocento, ricordato proprio perché, nella sua esplorazione delle terre del selvaggio west, piantò migliaia di semi di mela, in un territorio vastissimo compreso nei confini di Ohio, Indiana ed Illinois. Oltre ad essere diventato una figura leggendaria, celebrata in centinaia di libri, canzoni e film, è oggi considerato precursore dell'attivismo ambientalista ed ecologista.

Ma il movimento vero e proprio nasce negli anni Settanta, sempre negli Stati Uniti, e più precisamente nel 1973, anno in cui Liz Christy ed i suoi Green Guerrilla trasformarono un lotto di terreno derelitto, nell'area di Bowery Houston a New York, in un giardino.
Da allora, il fenomeno si espanse, fino ad arrivare nella vecchia Europa. E' rimasto famoso l'episodio del primo maggio del 2000, nel quale il collettivo di attivisti Reclaim the Streets, al grido di "Lasciate che Londra Germogli!" si riversò nella piazza del Parlamento londinese, piantando ortaggi e fiori, dopo una lunga parata carnevalesca.

Oggi parecchie grandi città europee, tra cui Budapest, Vienna, Brighton, Dublino e Praga, hanno i loro guerriglieri. A Lione è stato anche redatto "Tutti alla Terra", manifesto del movimento, che si fa forte di slogan ammiccanti come "Cittadini, alla zappa!".

Il fenomeno è sbarcato in Italia due/tre anni fa: il primo attacco risale al dicembre del 2007, a piazza Baldissera, a Torino, da parte del gruppo dei Badili Badala, che oggi collabora con il portale del movimento italiano www.guerrillagardening.it, che si occupa di trasformare "il cemento in fiori".

Se volete anche voi tirare fuori il giardiniere che c'è in voi (come suggerisce il sito), qui si trovano consigli su come preparare un attacco verde, e su come creare la propria personale bomba di semi.

Al link www.avoicomunicare.it/blogpost/il-guerrilla-gardening-raccontato-da-andrea-zabiello, l'intervista ad Andrea Zabiello, fondatore del guerrilla gardening in Italia.

Awful Library Books

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How to be a complete clown

Mary Kelly e Holly Hibner sono due bibliotecarie del Michigan che, ad aprile di quest'anno, hanno aperto su wordpress.com un blog molto particolare: data la loro incredibile passione ed esperienza sul campo (avendo visto passarsi davanti ogni genere di libro), hanno raccolto, fotografato, caricato sul sito e commentato una carrellata di quelli "peggiori", segnalati da loro o da sedicenti lettori. "Peggiori" significa, a volte, semplicemente strani o datati (la maggior parte di questi è, infatti, per nulla recente). Altre volte, che sono dei testi davvero improponibili.

Le due amiche tengono a sottolineare il fatto che i commenti ai vari libri nascono semplicemente dalle loro personali opinioni, e che sono aperte a suggerimenti di qualunque tipo. Gli interventi sono benaccetti, ma è richiesta sempre la buona educazione.

Personalmente, trovo che alcuni di questi titoli siano deliziosi, altri, agghiaccianti. Gli ultimi in ordine di apparizione, al momento in cui scrivo, sono How to be a clown, del 1976, e How to be a complete clown, del 1981. Ne parla Mary, raccontando di aver vissuto due episodi traumatici a riguardo, a causa dei quali ormai vede nell'immagine dei clown l'incarnazione del Male assoluto.

Il primo, il giorno in cui il suo capo assunse un clown nella loro biblioteca, e questi parlava con una strana voce acuta che la spaventò tremendamente. Il secondo, che la fece per sempre associare l'idea dei clown a quella della morte, fu una domanda posta da qualcuno ad Holly in biblioteca, ovvero se potesse cercarle da qualche parte se, nello Stato del Michigan, fosse legale farsi seppellire truccati da clown (la cui risposta risultò essere che sì, lo è).

Una serie infinita di libri è dedicata alle giovani spose che si accingono a preparare il matrimonio, dai consigli su come scrivere i propri voti, a come truccarsi. C'è anche qualche pamphlet dedicato allo sposo.

Si sprecano i libri pensati per i genitori in difficoltà con i figli piccoli o adolescenti. "So you're adopted", del 1981, è immaginato dalle due bibliotecarie come regalo di Natale decisamente inappropriato: auguri, tesoro, c'è qualcosa che dobbiamo dirti...
Un libro del 1970 snocciola consigli su come affrontare la vita sessuale del proprio gatto, la gravidanza e la nascita dei cuccioli.

Riguardo un libro del 1974, intitolato "I problemi della morte", Holly si chiede se il più grande problema della morte non sia proprio il fatto di essere morti.
Rimanendo in tema, è segnalato anche un "Fatti da solo le tue bare", del 1996 (per animali ed esseri umani). E così via.

Se per caso nella vostra libreria trovate anche voi qualcosa di antiquato ed incredibilmente ridicolo, andate a fare un giro su www.awfullibrarybooks.wordpress.com, per condividerlo con qualcuno che, sicuramente, vi capirà.

Riscoprirsi d'estate

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Riscoprirsi  d'estate

Estate... tempo di mare e tempo di "mostrar le chiappe chiare" come dice una famosa canzone! Ma anche periodo di vitalità e voglia di fare. Saranno il sole o i colori sgargianti degli abiti, sarà l'idea delle vacanze o l'odore dell'abbronzatura, fatto sta che tutti siamo più inclini ad "osservare" chi ci passa davanti!

E allora qui sorge spontanea la domanda: "Come faccio a "tenermi" il mio lui/la mia lei?".
Se proprio non siete di quelli portati per le piccole attenzioni quotidiane, se siete di quelli che in casa non badate a cosa vi mettete addosso e se il massimo che riuscite a fare da soli è diventare il testimonial della Perugina durante le ricorrenze comandate... beh, allora questi pochi consigli chiave possono esservi d'aiuto per far sopravvivere la vostra relazione al risveglio dei sensi che l'estate offre!


1. Ritagliatevi momenti vostri nella routine quotidiana.
Riscoprite la prima colazione! Il momento del risveglio è la parte più frizzante per una coppia. Aprire gli occhi e vedere il sole, sentire i primi caldi della giornata che ti accarezzano il corpo... Approfittatene! Svegliatevi qualche minuto prima per preparare la colazione e portategliela accompagnata da un bacio e una parola dolce (se siete dei semplici comuni mortali e non la famiglia del Mulino Bianco aiuta molto la macchinetta del caffè elettrica che trovate ormai ovunque). Questo piccolo momento ritagliato dalla quotidianità può essere applicato anche a coppie con figli, perciò niente scuse! E, se il lavoro ve lo permette, anche la pausa pranzo è un ottimo momento da sfruttare per una fuga romantica o semplicemente un pranzo extra-ordinario. Siete dei pigri, mondani, modaioli? Allora il momento dell'aperitivo, nel quale ogni città si distingue, può essere un valido aiuto! E se poi ci accompagnate una cenetta sui colli a lume di candela...

2. Reinventate gli ambienti.
Anche il più minuscolo monolocale possiede un balcone o terrazzino o una finestra che dà su una vista tranquilla e può essere sfruttato per delle "casalinghe" cene all'aperto. Il sole che tramonta tardi e il profumo dell'estate sono una cornice molto romantica, se accompagnati da una frugale tavola e una cenetta per due. Rincasare e trovare ad aspettarvi il vostro amore sorridente che vi offre un bicchiere di vino bianco frizzante, con la prospettiva di una cenetta preparata con le sue mani, è il sogno comune di ogni persona! Se poi ci aggiungete una passeggiata e un gelato può diventare una serata a misura di famiglia dove anche i bambini possono divertirsi.
E se smaniate per un week-end alle terme e non potete concedervelo ricreatelo a casa vostra! Il letto cosparso di petali di rose può diventare il lettino dove fare i massaggi, l'atmosfera può essere creata con incensi o candele e un cd soft, e la vasca da bagno o la doccia possono essere scena di dolci coccole acquatiche. Altri suggerimenti? Un pic-nic in camera da letto, una cena indiana in salotto o la semplice, sensuale e afrodisiaca cena preparata a quattro mani...

3. L'abbigliamento.

Ora, e qui mi attirerò le ire di molti, ma estate e comodità non sono necessariamente un binomio vincente!
L'uomo con il sandalo, fosse anche di uno stilista alla moda, o la donna con le Birkenstock a mio parere sono inguardabili.
L'uomo può optare per delle infradito (in commercio ce ne sono di moltissimi modelli e budget) e per noi ragazze ci sono talmente tanti modelli di calzature intriganti, ma comode che i saldi ci sono per qualcosa, no?!
Saldi... Crisi permettendo, concedetevi almeno un capo nuovo! Un costume, un vestito, una maglietta, un paio di pantaloni. Anche una sola cosa che segue la moda di quest'anno può aiutarvi a reinventare il vostro guardaroba e a farvi riscoprire dal/dalla vostro/a lui/lei. Gettate quei pezzi di stoffa consunti che ormai fanno parte degli armadi e rinnovatevi, rinfrescatevi, contagiando chi vi sta accanto che sentirà questa sferzata di energia e ne rimarrà affascinato!
L'uomo è cacciatore, si sa, e non a caso osserva con interesse uno stacco di gamba che poggia su un tacco 12 cm (o zeppa che sia). Perciò, suvvia donne, riconquistiamoci degnamente i nostri uomini!! E voi uomini, non imbarazzate le vostre compagne, le commesse saranno delle amiche fidate se solo accetterete di farvi consigliare!

E per chi non ha da tenersi compagno, amante, marito fidanzato o amico??
Sbizzarritevi, divertitevi, emozionatevi e sperimentate!!!!!!!!!!!!!!!! L'estate è tutta vostra! E di gente che vuole divertirsi in giro, ce n'è a bizzeffe!!

Little Miss America

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Jon Benet Ramsey

Nel 2006 era uscito un film delizioso e tenero che raccontava la storia di una famiglia sgangherata, che portava in giro per gli Stati Uniti, a bordo di uno scalcinato furgone, la piccola Olive, selezionata per il concorso di bellezza per bambine più importante della California: Little Miss Sunshine (da qui, il titolo del film).

Il mondo delle baby miss, raccontato (almeno in parte) da questo film, non è niente di inventato. Nell'America di provincia crescono, infatti, a livello esponenziale, questi concorsi per piccole modelle, e nel frattempo, l'età media delle (e dei) partecipanti si abbassa: in Florida esiste un concorso per neonati. Naturalmente, sono le mamme le promotrici della creazione di queste piccole star, il più delle volte imbellettate come nemmeno le loro nonne ai balli di fine anno dei tempi del liceo. La vittoria in uno di questi concorsi permette la stipula di contratti importanti per pubblicità di prodotti per bambini, ed è il primo passo verso una promettente carriera nel mondo dello spettacolo.

Non si tratta solo di truccare e vestire delle bambine piccole da adulte (chi di noi non l'ha fatto a quell'età, per assomigliare alla mamma?), ma di una competizione spietata che ha come base per la vittoria una bellezza patinata e falsata che, dietro ai sorrisi sbiancati delle piccole miss, può nascondere di tutto. E' stato dimostrato che spesso, da adulte, queste reginette di bellezza soffrono dei più diversi disturbi psicologici. Ed i pericoli non si fermano qui: è rimasto famoso il caso del 1996, tuttora irrisolto, della piccola Jon Benet Ramsey, la modella di sei anni di Atlanta, vincitrice di svariati concorsi, trovata uccisa nella cantina della casa dei genitori, legata ed imbavagliata, accanto ad una richiesta di riscatto.

Al riguardo, esiste anche un reality show, Little Miss Perfect (in onda sull'emittente We Tv) che racconta la storia di dieci famiglie (per lo più, madri e figlie) che si sfidano in un concorso di bellezza, episodio dopo episodio, a suon di passerelle sui tacchi e servizi fotografici.

Il 15 luglio di quest'anno, invece, andrà in onda su Discovery Real Time (canale 118 di Sky) Little Miss America, un reportage in otto puntate sul mondo dei concorsi di bellezza per baby miss.

I sorrisi di queste piccole modelle sono congelati in un'espressione innaturale, e sotto quello strato pesante di trucco, i loro occhi tristi mi fanno pensare solo al fatto che a quest'ora, invece che sotto i riflettori, dovrebbero essere a giocare con i bambini della loro età, quelli brutti, quelli che al concorso non passerebbero nemmeno il primo turno, ma che, forse, quando saranno grandi, anche senza trofeo sul caminetto, saranno felici lo stesso.

FlashMob

Si chiamano "eventi di massa" o "flash-mobs" (termine che, tradotto, descrive un gruppo di persone che si riunisce all'improvviso in uno spazio pubblico, un "non-luogo", mette in pratica un'azione insolita per un periodo di tempo breve, e poi si disperde) e sono dei "non-eventi". Una nuova forma d'arte e di aggregazione assolutamente fuori dagli schemi, che sta finalmente prendendo piede anche in Italia, rotolata fin qui dai soliti Stati Uniti da cui partono praticamente tutte le mode, passando per diverse capitali europee e mondiali. Nella maggior parte dei casi, il flash mob non ha alcuna motivazione se non quella di rompere la quotidianità e promuovere la libertà di espressione.

L'inventore è tale Bill, un ventottenne newyorkese, che ha organizzato il primo flashmob nel 2003, nel reparto arredamento di Macy's, in cui all'improvviso 200 persone si sono presentate a chiedere un inesistente "tappeto dell'amore", seminando il panico tra i commessi e volatilizzandosi poco dopo. Del suo esperimento Bill ha detto: "Riflettevo sulle folle che vanno a vedere gli spettacoli e volevo vedere cosa succedeva eliminando lo spettacolo e lasciando la folla. La gente è diventata spettacolo".

In Italia sono diventati famosi con il film "Notte prima degli esami-Oggi", in cui i due protagonisti partecipano ad un evento simile, spogliandosi sul ponte di Castel Sant'Angelo a Roma. Il mezzo di comunicazione usato per scambiarsi le coordinate degli eventi è naturalmente la rete: in molti casi, le regole dell'azione vengono illustrate solo pochi minuti prima dell'incontro.

Il social network più frequentato al mondo, Facebook, tra gruppi ed eventi è capace di raccogliere in poche settimane l'adesione di più di quattromila persone, come è successo per l'ultimo in ordine di tempo, la Pillow Fight del 13 marzo a Bologna.
Le regole sono poche e chiare: ci si ritrova dove si è stabilito, si porta un cuscino, meglio se di piuma (banditi bottoni o applicazioni che possano ferire gli altri partecipanti), che si tiene nascosto fino all'inizio dei combattimenti (per ampliare l'effetto sorpresa dei passanti ignari di tutto), non si colpisce chi è senza cuscino o chi chiede di non farlo, non si deve iniziare prima dell'ora stabilita. L'effetto è estremamente scenografico. Ogni tanto un cuscino esplode e tutti vengono sommersi da una pioggia di piume.

FlashMob Ma la Pillow Fight non è l'unico evento del genere. Il flash mob più famoso in assoluto è il Frozen, in cui al segnale degli organizzatori i partecipanti si bloccano nella posizione in cui erano, e restano immobili per pochi minuti,p er poi disperdersi nella folla.
Poi ci sono i Zombie Walk, i lanci di torte, i balli in piazza in cui ognuno ascolta la propria musica dal lettore mp3. Memorabile, poi, il musical alla stazione di Liverpool del 15 gennaio scorso.

Nessuno scopo se non quello di divertirsi e stupire, nessuna affiliazione politica, né volontà di protesta. Eppure c'è già qualcuno che in nome dell'ordine pubblico vorrebbe eliminare queste manifestazioni di piazza: è del 12 marzo la notizia,apparsa sul Corriere della Sera, per cui la città di San Francisco vorrebbe bandire Pillow Fights e affini, colpevoli in molti casi di lasciare le strade nel caos totale. Ma i fan di queste manifestazioni spontanee di arte collettiva si stanno moltiplicando nel mondo, con idee sempre più stravaganti e spettacolari. E sarà difficile fermarli.

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