Haiti è un paese devastato e distrutto, geograficamente lontano, eppure il dolore e la desolazione che lo hanno colpito lo rendono vicinissimo al nostro cuore.
Sappiamo bene cosa significa perdere tutto in un istante, è scritto nella storia della nostra storia, e gli ultimi ricordi sono tristemente recenti.
Haiti piange i suoi morti, e noi con lei, noi che siamo meravigliosamente empatici e comprensivi, capacità tutta italiana che il mondo ci riconosce e ammira, quando non viene ahimè considerata una debolezza. Noi che però siamo anche capaci, accanto alle preghiere e alle raccolte di fondi, di intervenire in modo deciso e pratico, con azioni intelligenti e tempestive.
E il nostro Paese è ora presente ad Haiti con uno dei volti che ci riempie maggiormente di orgoglio.
Quello di Guido Bertolaso, il Capo della Protezione Civile, inviato speciale in una terra colpita da una tragedia di proporzioni bibliche che dopo il terremoto sta soffrendo la confusione e la mancanza di organizzazione della macchina degli aiuti internazionali.
Accendi la tv e te lo trovi davanti, col volto serio e cupo, senza l'ombra di un sorriso.
Mi piace Bertolaso, con la sua immancabile felpa blu, che lo veste meglio di un abito di Armani (non l'ho mai visto senza la divisa della Protezione Civile ed è difficile immaginarselo con abiti differenti), e le borse sotto gli occhi che dimostrano che lui non dorme, se c'è da risolvere un problema.
Mi piace quest'uomo tutto d'un pezzo, mentre lo osservo muoversi con silenziosa disinvoltura tra tonnellate di macerie che metterebbero soggezione persino ad un supereroe.
Ma lui no, lui cammina sicuro ascoltando le autorità locali, guardando l'inferno con un distacco che solo chi ha il controllo pieno della situazione, e ha già visto scenari del genere molte volte, può ostentare.
Ci rifletti un attimo, e ti rendi conto che Bertolaso c'è sempre.
Quando la crisi arriva, lui è lì.
E' questione di minuti, ore, e poi miracolosamente appare, già con un piano d'azione, già con la soluzione in tasca.
Non fa discorsi politici, non bacia i bambini e accarezza gli anziani, eppure è dentro la tragedia, il volto perennemente contratto dimostra che è vicino al dolore di chi ha perso tutto.
E anche se così non fosse, non è importante, se lui è stato chiamato è perché ha uno scopo diverso e preciso.
Quello di risolvere il problema. Quello scomodo di prendersi la responsabilità degli interventi e dei soccorsi. Osserva, decide e agisce.
Parla poco, mai per caso, e spesso in modo diretto e tagliente, cosa che non piace a molti. Di certo non la manda a dire.
G8, Giubileo, emergenza rifiuti, deragliamento treni, incendi, esondazioni, SARS, eruzioni vulcaniche, bonifiche, e più recentemente il terremoto dell'Aquila.
E' ovunque, anche questa caratteristica tipicamente italiana.
E ora lo esportiamo pure, come facciamo con i nostri prodotti DOC di cui siamo più orgogliosi.
Ha il fascino carismatico di Cary Grant e la dinamicità di Bruce Willis, compare nel momento del bisogno per poi sparire quando l'emergenza è rientrata, per lasciare i riflettori ai nostri uomini politici che si prenderanno onori e meriti.
Che andranno a baciare i bambini e accarezzeranno gli anziani.
E' dunque uomo senza macchia e senza paura? Siamo in Italia, ed è praticamente impossibile.
Cercando nel Web scopri che è stato indagato per l'emergenza rifiuti in Campania (nell'inchiesta denominata "Rompiballe"), accusato di avere smaltito in modo poco lecito la spazzatura nell'ambito della crisi. Brutta faccenda, qui è in gioco l'inquinamento ambientale, e non è cosa da poco.
Forse è vero, forse no, ma francamente in questo momento è cosa che passa in secondo piano.
Nel paese dove vengono esaltati truffatori, mafiosi e tronisti credo si possa perdonare se il Capo della Protezione Civile non abbia pensato di smaltire le tonnellate di rifiuti in eccesso che nessuno voleva nel tritarifiuti di casa sua! Sempre che la cosa sia poi dimostrata in giudizio.
Invece mi piacerebbe che venissero esaltati di più i suoi meriti, come quelli di tutti gli uomini invisibili che lavorano per garantire la sicurezza nel nostro paese, troppo spesso ignorati e dimenticati.
Grazie Sig. Bertolaso, perché in mezzo a tante tragedie, che sembrano essere sempre più frequenti e terribili, lei sembra essere una delle poche cose buone e stabili che la nostra bella Italia è in grado di offrire, anche in termini di immagine internazionale (al di là delle nostre scontate bellezze femminili, che da sempre esportiamo, e ai nostri sportivi).
Grazie perché quando la vedo in tv, con la sua faccia vera, vissuta e severa, tiro un sospiro di sollievo, un po' come quando da piccola guardavo in ansia i film di Hitchock in attesa che da un momento all'altro arrivasse James Stewart a salvare Kim Novak, immancabilmente, come da copione.
Grazie perché nel paese dove nessuno è responsabile per niente, i nostri politici in primis, e l'omertà regna sovrana, nei momenti più tremendi lei non si vergogna di esserci, e di vestire i panni di improbabile eroe offrendosi come punto di riferimento quando tutti spariscono per la paura di essere accusati (cosa che accade automaticamente dopo una sciagura).
Le mancano i superpoteri, Sig. Bertolaso, e poi sarebbe davvero perfetto (soprattutto perché grazie a loro sarebbe riuscito a far sparire con magia autentica quei rifiuti che gettano un'ombra sulla sua integrità).
Ma per questo ha ancora tempo. E a noi piace comunque anche così.
Fonte: www.agenziami.it
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Il 9 Ottobre a Londra la cattedrale di St. Paul era gremita di gente, tra i presenti la Regina, il Duca di Edimburgo, il Primo Ministro oltre ad altre personalità, incluso il presidente iracheno Jalal Talabani.
L'occasione che li ha riuniti è stata la commemorazione di militari e civili che hanno perso la vita in Iraq. Tra gli invitati, i veterani e le famiglie di chi si è sacrificato per un conflitto, che nessuno può avere il coraggio di affermare fosse giusto e anzi, costituirà un interessante ed impegnativo esercizio mentale per politici ed esperti che tenteranno di giustificarlo.
La commemorazione ha segnato il ritiro delle truppe inglesi dal territorio iracheno, avvenuto ufficialmente il 30 aprile, 6 anni dopo l'inizio dell'invasione americana.
Apparentemente, l'obiettivo principale dell'intervento militare è stato quello di liberare il popolo iracheno dal tirannico dittatore, Saddam Hussein e far trionfare la democrazia. In effetti, ci sono delle perplessità sui motivi della missione, che sono stati "condivisi" con l'opinione pubblica e che rimangono oscuri anche a chi la guerra in Iraq l'ha iniziata. Lo stesso Bush infatti, non è mai stato in grado di fornire una definizione coerente sulle ragioni per cui si è ritenuto necessario lanciare una guerra preventiva.
Il focus di questa "noble mission", è stato spostato infatti diverse volte, concentrandosi all'inizio sul disarmo e la fine del supporto al terrorismo, arrivando successivamente alla necessità di terminare un regime, che minacciava non solo gli stati confinanti, ma il mondo intero. Peccato però, che era già stato appurato che Saddam Hussein non costituisse una minaccia globale, è risaputo che non stesse acquistando uranio dal Sud Africa per costruire armi nucleari, non sono mai state scoperte armi di distruzione di massa e non c'erano prove che stesse cospirando con al-Qaeda. Quale era allora il "pericolo imminente" per cui gli Stati Uniti hanno deciso di iniziare una guerra con il minimo appoggio a livello internazionale? Certamente le riserve di petrolio hanno giocato un ruolo fondamentale, così come il fatto che all'epoca la campagna elettorale di Bush era stata finanziata da compagnie di difesa.
Per cercare di capire meglio, ho parlato però con chi, alla cerimonia, ha partecipato come invitato. Mr. Williams mi descrive il suo stato d'animo, l'atmosfera all'interno della basilica, dove solo i veterani presenti erano 2000. Uomini e donne nelle loro divise immacolate, dietro al cui viso si nasconde un camerata caduto, un amico ferito. Vengo scaraventata faccia a faccia con la realtà, con le cicatrici che le conseguenze di un conflitto inutile lasciano sulle persone.
Mi racconta che suo cugino è morto durante la terza missione in Iraq, nel 2005, lasciando la moglie e due figli con il peso della rassegnazione. Come per la maggior parte delle persone presenti, la difficoltà maggiore per loro sta nell'accettare la perdita di un familiare in un intervento giustificato solo con menzogne.
Mi spiega, che da un punto di vista geo-politico l'Iraq, così come anche l'Afghanistan, sono "pedine" importanti nel grande scacchiere euro-asiatico, nei rapporti tra India e Pakistan, entrambe potenze nucleari e per la salvaguardia degli oleodotti americani.
Questo mi fa venire in mente "La grande scacchiera" di Zbigniew Brzezinski, il quale ritiene che chi dominerà l'Eurasia sarà la sola potenza del XXI secolo. Infatti, la maggior parte della popolazione mondiale vive in quest'area e l'attività economica della macro-regione diventa sempre più importante. Sarà questo allora, insieme al petrolio, il motivo per cui l'amministrazione Blair nel 2003 ha preso la decisione di unirsi all'invasione americana. Non è del resto un caso che la British Petroleum ha firmato, proprio qualche giorno fa, un contratto per lo sviluppo del maxi-giacimento petrolifero di Rumaila.
Sono bastati pochi giorni, dal 20 marzo al 10 aprile 2003, perché gli Stati Uniti prendessero Baghdad. Dopodiché, tutta l'attenzione è stata spostata verso l'industria petrolifera, lasciando esplodere tutto il resto. Questo ovviamente è stato descritto come il processo di liberazione e l'aiuto che è stato offerto agli iracheni, per ricostruire il proprio paese. Lo stesso Gordon Brown ha definito il giorno della commemorazione come un momento per riflettere, ma anche un giorno per valutare il contributo duraturo che è stato offerto agli iracheni per la loro liberazione dal tiranno e la ricostruzione.
Nessuno parla però di quelle che vengono definite le "casualties" e gli effetti collaterali della guerra, anzi di un lunghissimo dopo-guerra, ovvero la perdita di decine di migliaia di vite innocenti. Mi chiedo se, almeno per una volta, non sarebbe stato più dignitoso offrire alle famiglie delle vittime la verità.
Il bilancio di sei anni di guerra è raccapricciante: gli Stati Uniti non sono riusciti a pacificare il paese, né a creare il governo che volevano, né a ottenere il consenso popolare. Di contro, decine di migliaia di iracheni sono stati uccisi. Non mi sorprende che, a questo punto, data anche la mancanza di appoggio dell'opinione pubblica, Obama abbia deciso per il ritiro delle truppe americane da completarsi entro il 2011.
A noi invece, non ci rimane che onorare il sacrificio di tutti coloro che hanno perso la vita durante questa "nobile missione".
Barak Obama è stato criticato per sembrare soprattutto un grande comunicatore attento più all'immagine che alla realtà. Non so quale fondamento abbia questa osservazione, ma certo è che il nuovo Presidente degli Stati Uniti in pochi mesi è riuscito a ribaltare l'immagine americana nel mondo, annullando gran parte dell'ostilità che il suo predecessore aveva attirato, e suscitando molte speranze anche tra le popolazioni dei continenti in cui era più diffuso l'antiamericanismo.
Per questo Obama può e deve essere considerato un leader della riconciliazione: tra America e Europa, tra America e paesi sottosviluppati, tra America e le nuove nazioni emergenti come Cina e India, e anche tra America e quegli Stati che fino a qualche tempo fa erano considerati parte dell'"Asse del male". Ancor più importante, è l'uomo che ha riacceso la speranza del processo di pace tra palestinesi e israeliani.
Finora i premi Nobel per la pace erano stati assegnati a tre presidenti statunitensi per le imprese già compiute: a Theodore Roosevelt, nel 1906, per l'arbitrato che mise fine alla guerra russo-giapponese; a Woodrow Wilson, nel 1919, per avere promosso la Lega delle nazioni, prodromo del nuovo diritto internazionale, e a Jimmy Carter, nel 2002, per la prevenzione dei conflitti e i diritti umani.
Al presidente Obama, diversamente, è stato conferito il massimo riconoscimento internazionale dell'Accademia svedese non tanto per ciò che ha concretamente fatto, quanto per la linea che intende seguire nel campo della pace secondo le intenzioni chiaramente espresse fin dall'insediamento alla Casa Bianca il 20 gennaio 2009.
E' la cosiddetta politica della "Mano tesa", rivolta sia agli amici che a quei nemici che dovranno decidere se raccogliere l'offerta di dialogo o invece proseguire nella strategia della violenza islamistica all'interno degli Stati musulmani e contro l'Occidente. Si può comunque scommettere che il dialogo di Obama non sarà dissociato dal pugno di ferro nei confronti dei terroristi che perseguono progetti di morte.
Il questo senso il Nobel ad Obama è più che meritato. C'è ora da augurarsi che, forte del prestigioso riconoscimento, il Presidente americano possa riuscire meglio che in passato a realizzare quell'opera di pacificazione che ha già iniziato nelle aree in cui ardono i focolai di guerra e alligna la mala pianta dei conflitti, anche di quelli che sembrano indomabili.
Massimo Teodori, docente di Storia e Istituzioni degli Stati Uniti d'America presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Perugia
Con la fine della guerra fredda la Nato si e' inventata un nuovo nemico per giustificare il proprio perpetuarsi ed ampliamento: il terrorismo internazionale.
Contrariamente ad ogni previsione che avrebbe dovuto vedere la dissoluzione della Nato dopo lo scioglimento volontario del Patto di Varsavia, oggi l'Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico non solo esiste ancora, ma si e' allargata notevolmente, sviluppando negli anni recenti una spaventosa dinamica di guerra, che arriva ad includere la possibilita' di utilizzare attacchi nucleari "preventivi", per fermare la proliferazione di armi di distruzione di massa ed impedire la imminente diffusione di armi atomiche. Questa oggi, e' apparentemente l'opzione principale di fronte a minacce come il fondamentalismo religioso ed il terrorismo.
Con la fine del mondo bipolare, la Nato si e' trovata di fronte ad un dilemma esistenziale: come spiegare, con la scomparsa del suo principale antagonista, il suo allargamento e la trasformazione da organizzazione difensiva ad organizzazione militare "offensiva". Come giustificare la sopravvivenza di una macchina militare che permette agli Stati Uniti di esercitare il loro peso militare in Europa, con tanto di spiegamento di basi ed ingerenze politiche? I fautori dell'Alleanza hanno necessariamente dovuto reinventare una nuova serie di valori, che facesse sembrare indispensabile l'organizzazione.
Con la dissoluzione del grande nemico URSS e del proprio blocco di alleanze, si crea una nuova situazione geopolitica di cui gli USA approfittano immediatamente, e la prima Guerra del Golfo viene utilizzata per ri-orentare la propria strategia e rafforzare la loro presenza in un'area strategica, dove sono concentrati i due terzi delle riserve petrolifere mondiali. Da questo momento, si abbandona definitivamente "la scusa" della minaccia dell'avanzamento del comunismo, che era stata alla base di tutte le precedenti guerre degli Stati Uniti; dal Vietnam fino alle operazioni contro il Nicaragua.
Sulla base della nuova strategia, gli USA premono sulla Nato perche' faccia altrettanto, inizia a delinearsi il "nuovo concetto strategico" della "grande Nato". I conflitti che hanno seguito la crisi Yugoslava, sono stati l'occasione per agire, per la prima volta, in un contesto europeo ed applicare il nuovo concetto strategico che, rielaborando liberamente l'articolo 5 del trattato, arriva ad impegnare i paesi membri anche a condurre operazioni di risposta alle crisi non previste dall'articolo e al di fuori del territorio dell'Alleanza.
Per rafforzare ulteriormente questa ampia interpretazione, si delineava un discorso sull'incapacita' dell'Europa stessa di assicurare la pace nell'ambito dei propri confini, senza l'aiuto degli Stati Uniti, in ambito Nato ovviamente, sottolineando nel contempo l'importanza delle azioni militari umanitarie e del diritto di ingerenza, nel momento in cui uno Stato si dimostri incapace di proteggere i suoi cittadini, o ne minacci esso stesso la sicurezza. In questa eventualita' la comunità internazionale, quasi a rievocare la Santa Alleanza, ha il compito d'intervenire e rimuovere le autorità colpevoli. Queste le basi che hanno giustificato nel 1999 l'intervento in Serbia, permettendo agli Stati Uniti di far scoppiare una guerra, evitabile, rafforzando la loro presenza in Europa.
Manipolando sapientemente la tesi della lotta delle democrazie occidentali contro la dittatura, e in nome del "diritto d'ingerenza", la Nato riusciva a far passare quasi tre mesi di bombardamenti illegali come la vittoria di una guerra umanitaria sul male. In questo modo, si dissipavano le contestazioni degli oppositori e si by-passava il problema posto dalla trasformazione dell'Alleanza, che diventava de facto una coalizione offensiva in grado di aggredire uno Stato sovrano, senza il preventivo accordo delle NU.
La stessa retorica di adesione a "valori comuni" e garanzia dell'ordinamento democratico di un paese, e' stata utilizzata per giustificare "pubblicamente" le adesioni dei paesi dell'Europa orientale, comprese alcune repubbliche dell'ex URSS, che entrando nella Nato, in pratica, permettono agli Stati Uniti di spostare forze e basi militari sempre piu' ad est, acquisendo un vantaggio strategico sulla Russia. La stessa idea dello "scudo" missilistico in Polonia e la base radar nella Repubblica Ceca rispondono a questo piano, consentendo al tempo stesso agli USA di monitorare efficacemente non solo il territorio russo ma anche quello europeo.
Intanto, il precedente giuridico della Serbia offriva alla Nato la possibilita' di attaccare un paese considerato una minaccia e di svincolarsi dall'accordo dell'ONU. In questo senso, l'aggressione all'Afganistan, sulla base della clausola della difesa reciproca dell'articolo 5, come paese accusato di essere implicato negli attacchi dell'11 settembre 2001, e' stata facilmente giustificabile, allargando ancora di più il campo di azione dell'Alleanza e, ben più importante, facendole assumere una totale legittimazione nella "guerra al terrorismo", presentata ormai come la nuova ragione d'essere della Nato.
Gli attentati dell'11 settembre hanno offerto ed alimentato una nuova giustificazione per la sopravvivenza e le spese della Nato, presentata come strumento per una lotta, necessariamente armata, contro il terrorismo, che teoricamente minaccia tutti i paesi, in quanto tutti potenzialmente vittime degli attacchi.
Rifacendosi alla retorica del terrorismo, e sulla base dello slogan lanciato da Bush all'indomani dell'attacco alle Torri Gemelle, "global war on terror", iniziano a dividersi le relazioni internazionali ed a delinearsi lo "scontro di civilta'", trasformando il terrorismo da pratica attuata da gruppi armati, in un vero e proprio nemico che agisce compatto a livello globale. Questo, identificato con il complotto islamico, contrapposto all'unione delle democrazie, diventa il nuovo nemico che giustifica l'allargamento infinito della Nato e gli interventi in qualunque area mondiale, per localizzarne i "nascondigli" ed i sostenitori.
Forte di questa nuova ragione d'essere, la Nato e' ora in grado di affrontare le nuove sfide, che accanto al terrorismo includono anche la proliferazione delle armi di distruzione di massa, i "failed states", che possono interagire con i terroristi ed offrire armi ed informazioni e le crisi regionali, come quella del grande Medio Oriente, dal Maocco al Pakistan, che alimentano le ideologie e quindi il fanatismo di cui si nutre il terrorismo. Considerando l'importanza e l'impegno richiesto da tali sfide, la Nato non solo riesce a giustificare la propria sopravvivenza ma addirittura riesce a disporre in ordine di battaglia le armate dei paesi membri per portare avanti un discorso "armato" in nome della sicurezza.
Con questo pretesto inattaccabile, ecco dunque spiegato il pattugliamento del Mediterraneo Orientale (Active Endeavour), le missioni in Afghanistan ed Iraq per "cercare" armi di distruzione di massa, portare avanti la guerra ad Al Qaeda, esportare la democrazia anche se poi in realta' si potrebbe parlare piu' giustamente di controllo del petrolio, presidio dell'area mediorientale e quello ravvicinato dell'Iran.
Dopo il fondamentalismo islamico, le nuove ragioni saranno identificate con i paesi Asiatici, inclusa la Russia. Ma queste saranno nuove sfide.
Ad otto anni dall'11 settembre 2001 è possibile tirare un bilancio della guerra al terrorismo dichiarata dal presidente Usa George W. Bush all'indomani del tragico evento.
La data sta ormai a indicare nel mondo intero uno spartiacque tra due periodi storici, come lo sono state il 5 agosto 1945 con la prima bomba atomica, e il 9 novembre 1989 con la caduta del Muro di Berlino. "Prima" dell'11 settembre il terrorismo islamista non era considerato un potente fenomeno globale, come invece è stato ritenuto "dopo" con l'effetto di provocare un profondo ripensamento delle strategie politiche e militari internazionali delle grandi e medie potenze, non solo in Occidente.
Durante la Guerra fredda (1947-1989) la priorità delle democrazie occidentali era lo scontro con l'Unione Sovietica. Con l'11 settembre la difesa dal e la lotta al terrorismo islamista sono divenuti gli imperativi che hanno impegnato le risorse morali e materiali dell'occidente mobilitando l'intelligence e gli apparati militari. Per avere un'idea di come gli effetti si sono fatti sentire sulla vita quotidiana di centinaia di milioni di persone, basta pensare a quel che è cambiato negli aeroporti.
Sul piano militare le campagne condotte dagli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq hanno avuto esiti discutibili o ancora aperti. Se per un verso la guerra a Saddam ha avuto il benefico effetto di defenestrare un dittatore sanguinario, per un altro non è riuscita a pacificare la regione che resta tormentata. Probabilmente, nell'ottica della lotta al terrorismo, quella iniziativa di Bush Jr. è stata inutile e controproducente perché ha richiamato sul territorio diversi gruppi riconducibili al fondamentalismo islamista. Per un altro verso la guerra d'Afghanistan che, diversamente dall'Irak, ha a che fare con Al Queda, dimostra dopo anni che il confronto con il fondamentalismo terrorista islamico non può essere affrontato soltanto con l'uso della forza militare ma richiede una strategia più complessa che punti anche sulla collaborazione economica e civile. Solo gli anni a venire diranno se ciò è possibile, e con quali risultati.
Diversamente dalle imprese militari, è ormai indubbio che sul piano dell'intelligence e della prevenzione civile l'Occidente ha avuto finora ragione del terrorismo sul proprio territorio. Dopo l'11 settembre a New York e gli altri tragici casi di Londra e Madrid, in America e in Europa non vi sono più stati significativi episodi terroristici di matrice islamista, segno che i servizi segreti, le polizie e gli altri apparati di sicurezza hanno funzionato attraverso un efficace coordinamento internazionale indispensabile per affrontare il fenomeno transnazionale.
La presenza attiva di minoranze fondamentaliste e terroristiche in seno al miliardo e mezzo di islamici distribuiti sui tre continenti ha provocato un mutamento anche nei rapporti tra gli Stati. La Russia semiautoritaria, la Cina capital-comunista e l'India, in ragione delle loro minoranze etniche, e il Pakistan, a causa della presenza di veri e propri centri islamisti sovversivi, hanno dovuto collegarsi all'Occidente per combattere il terrorismo interno. Al tempo stesso i cosiddetti paesi "islamici moderati" come l'Egitto e, per altri versi, l'Arabia Saudita, sono stati anch'essi spinti ad appoggiarsi agli americani per resistere più efficacemente alla pressione fondamentalista interna.
Un altro fattore emerso dopo l'11 settembre è la proliferazione nucleare che ha aperto una duplice questione di sicurezza interna e internazionale. In primo luogo la potenziale nuclearizzazione di paesi come l'Iran ha sconvolto l'equilibrio nella regione e di conseguenza minaccia la sicurezza di Israele. In seconda istanza la fabbricazione di ordigni atomici da parte di iraniani, nordcoreani, siriani e altri simili Stati dà origine a un pericolo ancora più grave: la diffusione di materiale atomico miniaturizzato anche a gruppi terroristi non statali in grado di farne ovunque un uso ricattatorio.
Tirando le fila in un bilancio complessivo, è realistico affermare che oggi l'Occidente è in grado di difendersi molto meglio di quanto non lo fosse otto anni fa; ma, al tempo stesso, è indubbio che nel mondo intero sono cresciuti i pericoli delle forze del terrore, siano esse arroccate in alcuni Stati come l'Iran e la Somalia, o diffuse in gruppi che per le loro azioni criminali si celano dietro lo schermo ideologico dell'islamismo.
Massimo Teodori, docente di Storia e Istituzioni degli Stati Uniti d'America presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Perugia
Angela Maria Aieta, Susanna Pegoraro, sono solo alcune delle più di 200 donne su un numero complessivo di 321 persone di origini italiane e di 44 di cittadinanza italiana che da più di trent'anni in Argentina sono "desaparecidos".
Il governo argentino ha dovuto coniare per loro come per tutti i 30.000 desaparecidos una forma particolare per definire giuridicamente la loro condizione "assen pour desaparecion forzada".
Loro, infatti, non sono morti, le madri non hanno una tomba su cui piangere, non sono dispersi, si sono semplicemente dissolti nel nulla sotto i colpi di una dittatura tra le più spietate della storia che ha voluto togliere a questi, che nella maggior parte dei casi erano ragazzi nel pieno della loro giovinezza ed a un intero paese i sogni, gli ideali, la libertà.
Delle loro storie ci rimane poco, a volte solo freddi e lunghi elenchi di nomi fotografie ingiallite dal tempo dietro cui si nascondono storie di coraggio di amore materno, paterno e ideali per cui vivere e morire.
La storia di Angela Maria Aieta e Susanna Pegoraro è uguale a quella di tante donne italiane per lo più figlie di emigrati di seconda generazione che spesso sono scappate con le loro famiglie o con i loro mariti dalla dittatura fascista o sono partite, nel dopoguerra, da un'Italia poverissima per inseguire il mito del sogno americano. Chi riuscì a scalare i gradini del successo, chi continuò a condurre una vita modesta e chi invece fu inghiottito come le nostre due protagoniste nel vortice della tragedia argentina.
Susanna, originaria di un paese del Veneto, era una bellissima ragazza di 22 anni. Era incinta quando i militari la sequestrarono il 18 giugno 1977. La portarono via con la forza mentre, insieme a suo padre, beveva un caffè in un bar di Buenos Aires. Susanna, con suo padre, fu portata nell'Esma, la scuola militare argentina trasformata dalla dittatura in un grande centro di detenzione clandestina, un vero e proprio lager che ha visto passare durante gli anni della dittatura circa 8.000 persone. Susanna partorì una bimba e poco dopo fu uccisa.
Angela Maria Aieta, di cittadinanza italiana, emigrata dalla provincia di Cosenza, fu sequestrata nella sua casa di Buenos Aires il 5 agosto 1976 con l'unica colpa di essere la madre di uno dei capi dell'opposizione. Doña María, come tutti la chiamavano in Argentina decise, inizialmente, di opporsi al regime per aiutare i figli. Ma poi si prodigò per tutti i giovani incarcerati dal regime. Si mise in contatto con i loro genitori e organizzò una rete di mutuo soccorso familiare diventando così un punto di riferimento per i parenti dei desaparecidos di tutta Buenos Aires.
Fu gettata viva da un aereo in uno dei voli della morte. Lo scorso anno la città di Buenos Aires le ha dedicato una piazza e il suo paese natale, Fuscaldo, le ha intitolato simbolicamente una scuola elementare.
Due donne, due madri, le cui vite sono state accomunate da questa tragedia, le cui vicende si sono di nuovo intrecciate dopo 30 anni il 24 aprile 2008 di fronte alla Corte D'Assise d'Appello di Roma che ha condannato all'ergastolo i capi del centro di detenzione clandestina dell'Esma, il capitano Jorge Eduardo Acosta, comandante del Servizio Informazioni, Alfredo Astiz, comandante di uno dei gruppi di sequestratori e torturatori, il capitano Jorge Raúl Vildoza, comandante dell'Esma, il prefetto navale Héctor Febres, responsabile del destino dei bambini nati dalle prigioniere sequestrate in stato di gravidanza e il contrammiraglio Jorge Vañek, comandante delle operazioni navali.
Questa sentenza è stata possibile dopo il ricorso alla giustizia italiana di molte famiglie di desaparecidos sudamericani che nel 1998 dopo aver tentato di ottenere verità e giustizia nei loro paesi, in cui i responsabili della tragedia argentina hanno goduto di amnestie senza fine, hanno chiesto l'intervento dei giudici italiani anche grazie al fatto che molti avevano ancora la cittadinanza italiana.
Il governo democratico di Carlos Menen aveva già cercato di risanare la ferita varando la legge 24411 del 1994, che prevedeva un rimborso economico a tutte le famiglie dei desaparecidos che avessero accettato la certificazione di morte dei propri cari in azioni sovversive contro le forze militari e paramilitari. Il valore di questo beneficio fu calcolato intorno ai duecentomila dollari. Le madri di Plaza de Mayo non accettarono il baratto e ancora oggi, dopo trent'anni, continuano a radunarsi ogni giovedì.
Rinunciando a questa somma le madri di Plaza de Mayo hanno rinunciato alla dichiarazione di morte dei loro figli. Questi ragazzi, quindi, per la legge non sono morti né dispersi, sono rimasti intrappolati nel buco nero della legge e della politica che non riesce a mettere fine con la parola giustizia a trent'anni di sofferenze e di tragedia.
La figlia di Susanna è stata ritrovata dalla nonna dopo molti anni. Come tutti gli hjos dei desaparecidos argentini è cresciuta senza sapere niente del suo passato. La ragazza, oggi trentenne, ha deciso di non sottoporsi all'esame del DNA scegliendo di "non sapere".
La dittatura e le successive scelte nefaste della politica argentina, hanno tolto a lei il diritto di essere figlia, alla giovane Susanna il diritto di essere madre ed a desaparecidos argentini il diritto di vivere e anche di morire.
Siamo dunque più di sessanta milioni di italiani residenti, avendo superato del venti per cento la soglia dei cinquanta milioni raggiunta cinquant'anni or sono, nel 1959, durante il boom economico.
Non mi soffermo sul contributo decisivo che gli immigrati hanno dato negli ultimi decenni alla crescita demografica del nostro Paese perché il discorso richiederebbe un'analisi approfondita e specialistica per cui non c'è spazio.
Vorrei invece dare uno sguardo da lontano alla vicenda complessiva vissuta dall'Italia nei cinquanta-sessant'anni che ci siamo lasciati alle spalle, a beneficio particolare delle generazioni che non hanno vissuto in presa diretta le trasformazioni della seconda metà del Novecento.
In poco più di mezzo secolo gli italiani hanno visto di tutto. Nel dopoguerra eravamo una nazione stremata, arretrata, e provinciale, e siamo divenuti uno dei Paesi dall'economia più sviluppata, partecipi del largo benessere del mondo civilizzato, e protagonisti essenziali dell'Europa e dell'occidente.
Non è poco, anche se oggi tutto ciò sembra scontato, come il fatto, del tutto inedito, che non c'è stata alcuna di quelle guerre che i nostri genitori e i nostri nonni dovettero subire sulle loro terre e sui loro corpi.
Nel corso di due generazioni l'Italia ha superato, bene o male, ogni tipo di mutamenti e di avversità. La politica ha conosciuto combinazioni di tutti i colori, senza mai abbandonare la convivenza pacifica. Il terrorismo è stato vinto non senza un comune sforzo nazionale. E le istituzioni, per quanto precarie, hanno retto senza eccessive scosse.
Malgrado fosse indotta da una maldestra "rivoluzione giudiziaria" che ha fatto più danni che vantaggi, la cosiddetta "prima Repubblica" ha ceduto il passo a un altro assetto che non è ancora entrato a regime, anche se promette di farlo nell'attuale stagione.
E' vero che molte calamità hanno afflitto il Bel Paese, e continuano ad affliggerlo come il terremoto in Abruzzo, ma ciononostante quasi tutti viviamo in condizioni inimmaginabili cinquant'anni or sono. Abbiamo più case, più automobili, e più beni d'ogni tipo, oltre a rimpinzarci di gadget elettronici. Siamo molto più istruiti, viaggiamo in continuazione, e guardiamo al patrimonio artistico e ambientale con più rispetto del passato.
Certo, oggi che siamo sessanta milioni di culture, di razze e di religioni molto diversificate, non dobbiamo indulgere nella tentazione di ripiegarci sul passato con la retorica e l'orgoglio del cammino percorso. I problemi che assillano l'Italia sono tanti e gravi. Ma la consapevolezza di quel che hanno saputo fare le generazioni precedenti ci deve stimolare a guardare al futuro con quella fiducia che è essenziale per tenere unita una comunità nazionale.
Massimo Teodori, docente di Storia e Istituzioni degli Stati Uniti d'America presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Perugia
La polemica che si è aperta anche quest'anno sul 25 aprile, ha dell'assurdo. Perché non ha senso ripetere per anni e anni gli stessi argomenti a distanza di oltre mezzo secolo dall'evento che si vuole celebrare nell'attuale situazione, storicamente del tutto diversa dal 1945.
Il 25 aprile è - dovrebbe essere - la festa per la restituzione dell'Italia alla libertà dopo l'infausto ventennio. Diversi furono i protagonisti di quella rinascita: gli Alleati che liberarono l'intera penisola con gravi perdite umane, i partigiani che contribuirono nel 1944-45 alla guerriglia al Nord e, da non dimenticare, i reparti dell'esercito regio che faticosamente si riorganizzarono dopo la debacle dell'8 settembre.
Una tale ricorrenza dovrebbe essere perciò un appuntamento nazionale di tutti gli italiani, senza distinzioni e aggettivazioni. La sua celebrazione spetterebbe innanzitutto a chi rappresenta l'unità del paese: il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio, e i presidenti del Parlamento e della Corte costituzionale.
Ma la storia repubblicana insegna che dal Sessantotto il 25 aprile è divenuto prerogativa dei movimenti di sinistra che rivendicano pretestuosamente una specie di esclusiva sulla Resistenza e perfino sulla Liberazione; senza parlare dell'ultimo quindicennio in cui le manifestazioni di piazza sono state strumentalizzate per esercitare una sorta di rivincita contro i berlusconiani al potere.
In questi giorni il presidente del Consiglio, replicando al leader dell'opposizione, ha annunziato che forse, per la prima volta, entrerà in campo. La vera anomalia in tal caso consiste nel fatto che Franceschini ha parlato, secondo un vecchio vizio, come se il 25 aprile fosse roba sua.
Se davvero Berlusconi, Franceschini e gli altri che hanno responsabilità nazionali, poco importa se di destra o di sinistra, si troveranno insieme alla celebrazione, significherà che finalmente si è fatto un passo avanti nel maturare quello spirito nazionale che tanto ci difetta.
Incombono però due incognite speculari che riporterebbero in auge l'Italietta faziosa, prigioniera di un passato che non vuole passare. La prima riguarda i militanti di una qualche sinistra e i loro rappresentanti: se dovessero contestare la partecipazione del centro-destra, si dovrebbe prendere atto che vi è una fazione nel Paese incapace di superare le turbe e i rancori adolescenziali.
La seconda riguarda la parte opposta di destra che, se continuasse a parlare di pacificazioni e di equiparazioni dei nemici della guerra civile, dimostrerebbe che dietro la svolta storica di Alleanza Nazionale, e in particolare del presidente Fini, v'è ancora una zona d'ombra nostalgica che vive obnubilata da antiche nebbie.
Massimo Teodori, docente di Storia e Istituzioni degli Stati Uniti d'America presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Perugia
Sono le ore 3:27 del 6 aprile quando, tutto ad un tratto, la terra trema. La paura si diffonde a macchia d'olio investendo chiunque si trovi lì in quel momento: nello stomaco del mostro.
Ci troviamo in Abruzzo, regione che, ormai da parecchio tempo, avvertiva quotidianamente scosse sismiche. Le scosse, pur destando molta preoccupazione tra i cittadini, erano di debole intensità e pertanto non hanno creato allarmismi di grosso calibro. Tutto fino a quel momento. Attimi in cui le lancette dell'orologio di centinaia di vite umane si sono fermate per sempre.
Il destino ha scelto un orario bastardo per far tremare la terra, orario in cui la gente riposava nell'intimità delle proprie lenzuola, del proprio letto, sentendosi nel posto più sicuro al mondo. Il silenzio regnava sovrano tra le vie de L'aquila; un silenzio che, da lì a poco, sarebbe diventato morte e distruzione.
Una tragedia immane, calcinacci e travi sono ciò che restano di interi comuni, ma la domanda che tanti si chiedono è se poteva essere evitato tutto ciò. Si tratta di una tragedia che alcuni dicono pre-annunciata, altri imprevedibile, ma ora sono solo parole al vento. Un vento freddo che lascia senza parole, un vento sporco di polvere, in cui ormai respirare sembra inutile, un vento che accarezza le lacrime sulle guance di tutti coloro che hanno perso un figlio, una madre, un amico.
Gente che ha visto vomitare su se stessa le pareti di quella casa costata tanto sudore e fatica, tanti sacrifici. Strade, vie, quartieri, monumenti che raccontavano storie, centinaia di storie, ricordi su ricordi che, come un castello fatto di carte, cadeva giù.
Il numero dei dispersi e dei morti cresce con lo scorrere delle ore. Una nazione devastata dal dolore, dalla rabbia, da una sofferenza che schiaccia, ti stritola e ti fa sentire in preda al nulla. Anche se i tuoi cari sono tutti in salvo, anche se non sei di quelle zone, anche se vivi a migliaia di chilometri dall'Abruzzo, la sola visione di quelle immagini ti uccide tutte le volte che te le vedi davanti agli occhi. E muori. Ora dopo ora. Giorno dopo giorno.
Con questo pezzo rivolgiamo una preghiera a tutte le vittime di questa strage.
I processi giudiziari hanno sempre accompagnato la storia. Sorgono ovunque c'è un contenzioso, banalmente dalla lite di condominio ai più seri conflitti armati. E i contenziosi generano forme giurisdizionali. Ma il processo spesso è fonte di ingiustizia, dai tempi di quello di Socrate ai nostri giorni, e poi pone problemi di ordine etico e politico.
Dal giudizio su Gesù a Socrate, dai gerarchi nazisti di Norimberga a Cogne, Erba e Perugia; ma tra di loro, esiste un filo rosso che li lega. E' il principio di legittimità di chi giudica. E' corretto che a giudicare siano persone coinvolte nelle vicende oggetto di un procedimento giudiziario? Questa azione può causare dei rischi e quello più grave è che il processo si faccia a livello mediatico, televisivo. In questo caso, si influenzerà pesantemente l'opinione pubblica e sarà il telespettatore a giudicare chi è innocente e chi è colpevole.
Oggi, i grandi dibattiti nella società nascono e si sviluppano proprio in occasione di clamorosi processi, che riescono sempre a catturare l'attenzione delle persone per intere settimane. Ancor più che ai casi politici, l'opinione pubblica si appassiona a quelli ricchi di pathos tragico, circondati da un alone di mistero.
Dinanzi a tali eventi si riscontra una divisione del pubblico, destinata ad approfondirsi sempre più col passare del tempo: da un lato la schiera colpevolista, dall'altra quella innocentista. Entrambe sono spesso caratterizzate da una non conoscenza dei fatti specifici. Le posizioni, quindi, vengono assunte con una relativa indipendenza dagli oggetti di riferimento.
Negli ultimi anni è senza dubbio cresciuto l'interesse per le vicende giudiziarie anche nel nostro paese, soprattutto grazie all'opera di copertura effettuata di continuo dai media. Dal 1992 in poi, i processi sono entrati stabilmente a fare parte del palinsesto televisivo e anche il mondo giornalistico ha riservato maggior spazio a questo settore della cronaca.
L'enigmatico Novi Ligure, i continui interrogatori ad Anna Maria Franzoni a Cogne, le indagini sui coniugi Romano ad Erba, su Alberto Stasi a Garlasco, sugli universitari a Perugia. La giustizia, da un discorso sottoposto alla logica del segreto nella fase istruttoria e a uno specifico codice normativo, si è trasformata in un discorso di tutti e per tutti. Il sistema giudiziario da un generale regime di scarsa visibilità è passato a un regime di visibilità e dicibilità totale.
I media non si accontentano più di riferire ciò che fa la giustizia, di criticarla se necessario, di limitarsi quindi a quelli che sarebbero i propri compiti; ma ne copiano i metodi, il che rende la lettura e la visione noiosa, quanto i verbali di polizia.
Piuttosto che informare sul lavoro della giustizia, adottano il punto di vista di una parte; rivelano elementi di prova ai propri lettori, ancora prima che la giustizia ne sia a conoscenza; valuta il lavoro di ciascuno e alla fine giudica sostituendosi al giudice. I media vantano le stesse doti di un giudice istruttore: pazienza, scrupolosità, tenacia.
Alcuni giornalisti partecipano attivamente alle indagini e si sentono autorizzati a farlo citando le fonti, si pongono come i verificatori e i certificatori di queste informazioni, interrogano i testimoni, se possibile prima della giustizia, e mettono a confronto le testimonianze. La difesa non si comporta diversamente: sente il dovere di dare spiegazioni attraverso i media, testimonia e si difende sui giornali.
In Italia dovrebbe esserci un po' più di civiltà, magari come negli Stati Uniti, dove i processi vengono seguiti con costante attenzione dalle tv, ma con una differenza sostanziale: si parla di essi solo ed esclusivamente nella fase pubblica, il dibattimento appunto, dove vi è la possibilità per accusa e difesa di essere paritari nelle argomentazioni. Le fughe di notizie sono all'ordine del giorno nel nostro Paese.

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