"Il giornalismo ieri, oggi e domani: analisi delle nuove forme di comunicazione, tra rischi e vantaggi". È stato questo il tema discusso da Giuseppe Testa, giornalista e scrittore siciliano di fama nazionale, durante l'incontro con venticinque giovani aspiranti giornalisti nelle sale della facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Catania.
Una penna dal grosso calibro che ha incuriosito i presenti da subito attenti e pieni di curiosità. «Cos'è l'informazione? - è stata la prima domanda posta da Testa ai giovani - Non è altro che un prodotto».
In effetti, non si da informazione se non all'interno di una "confezione". Per differenziarsi da una banale comunicazione, l'informazione deve essere confezionata, cioè inserita all'interno di un contesto determinato che cambia in base a cosa si dice, a chi ci si rivolge, al momento sociale-culturale-politico in cui ci si trova e in base a quale mezzo di comunicazione si fa uso: insomma le famose 5W di Lasswell insegnano.
Partendo da questo ragionamento Testa ha effettuato un parallelismo tra il tradizionale quotidiano e il nuovo iPad. Un vero e proprio confronto tra ieri e oggi, caratterizzato da importanti cambiamenti. Infatti, a partire dal momento in cui il primo pc è comparso all'interno di una redazione giornalistica è iniziato a venir meno l'aspetto di "manifattura" dell'informazione e con esso quell'insieme di odori e sensazioni tattili che solo un giornale cartaceo riesce a trasmettere.
E se oggi la carta del giornale viene sostituita da uno schermo digitale e il classico rumore del volta pagina cede sempre più il posto al rapido e inodore click su di un link interattivo, ecco che l'evoluzione (involuzione?) è in pieno atto.
Si tratta di «cambiamenti di "codici"», secondo il professionista siciliano, stiamo vivendo in una fase di totale confusione che porterà alla creazione di un nuovo linguaggio e a un nuovo modo di fare informazione. Che ruolo gioca a questo punto l'attendibilità? Da una parte ci sono i nuovi media che ci bombardano di notizie magari smentendole o rettificandole dopo pochi minuti, dall'altra, ci stanno i quotidiani, che invece, avendo 24h di tempo per documentarsi e accertarsi dei fatti, daranno con più probabilità notizie complete e attendibili.
Ma la velocità è la fonte primaria dello sviluppo dei nuovi media, la gente vuole sapere, ma nel minor tempo possibile. Come sarà allora l'informazione del futuro? «Ai posteri l'ardua sentenza» diceva un certo Manzoni. Così, in un'appassionante analisi dei vari casi, tra ieri oggi e domani, tra giusto e sbagliato, tra attendibile e inattendibile, tra cartaceo e virtuale Testa ha concluso il suo intervento consigliando di fare un uso intelligente delle nuove forme di comunicazione, in quanto «i nuovi media devono essere solo strumenti utili per ampliare le nostre conoscenze, ma guai se fossero la nostra unica fonte!»
Giornalismo: November 2010 Archives
Piccoli cadaveri accatastati l'uno sull'altro. Buste di plastica e lenzuola sporche di sangue e terra cercano di nascondere i segni della cattiveria umana. Corpi insanguinati, mutilati, sfregiati.
Siamo a Beslan, repubblica autonoma nella federazione russa, luogo diventato tragicamente noto per il massacro avvenuto fra il 1° e il 3 settembre 2004, quando un gruppo di ribelli fondamentalisti islamici e separatisti ceceni occupò un edificio scolastico, portando alla morte centinaia di persone, fra le quali 186 bambini.
Attraverso le fotografie, abbiamo visto con i nostri occhi, bambini dagli esili corpicini straziati, con ancora il viso segnato dal terrore; abbiamo letto nei loro occhi la paura. Paura di non rivedere più i propri cari, di non poter più ritornare nelle loro case. Credo esistano casi, come questo, in cui le parole, anche le più belle, non bastino. E così, in ausilio di banali lettere, che poste l'una dopo l'altra forse risulterebbero essere soltanto segni superflui, entrano in scena le immagini.
Per Beslan come per tanti altri luoghi divenuti tragicamente palcoscenico di orrori. Immagini di stragi, omicidi, attentati. Immagini necessarie per scuotere le coscienze di tutti, immagini apparentemente mute, ma che in realtà parlano più di quanto si possa pensare. Perché quando vedi il volto straziato di una madre disperata che piange in ginocchio, su un marciapiede divenuto camera mortuaria per centinaia di bambini innocenti, mentre abbraccia il bianco cadavere del figlioletto nudo, vestito di solo sangue, sporco di terra e di ingiustizia, ti rendi conto che neanche mille parole sarebbero riuscite a farti capire cosa è successo tanto quanto quello scatto.
E' un'immagine che non ha bisogno di commento e che probabilmente non dimenticherai più. E il non dimenticare è il primo comandamento per l'uomo che sente il bisogno di tirarsi fuori dal vortice della violenza; perché certi gesti non accadano più. E perché l'uomo si vergogni di essere uomo.
Guardando le fotografie di stragi, genocidi e attentati un lungo brivido ti percorre la schiena, ti deve percorrere la schiena, capisci quanto l'uomo possa essere crudele e bastardo, e allora lì si che rifletti. Vesti i panni in prima persona di chi è diventato, suo malgrado, protagonista di una tragedia, pensi che sarebbe potuto capitare a te, a tuo figlio a un tuo caro.
Sarebbe facile occultare fotografie solo perché troppo dure: non sarebbe come se si volesse nascondere la realtà di ciò che, ormai, è accaduto? Forse è il voler far finta di niente, il voler credere che quanto accaduto sia solo la sceneggiatura di un film troppo violento a cui non vogliamo fare da spettatore. Ma anche se fa male, bisogna guardare in faccia la realtà. L'uomo ha il diritto e il dovere morale di sapere per capire. L'uomo ha bisogno di guardare con i propri occhi, per riuscire ad aprirli davvero.

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