Avevamo imparato ad apprezzarlo ed anche ad amarlo durante la I edizione del "Grande Fratello", Pietro Taricone - il "guerriero" casertano ci ha lasciati in un tranquillo giorno d'estate - ed in quella che era considerata per lui la sua più grande passione: il paracadutismo.
Non è facile in questo momento di immenso dolore trovare le parole giuste per descrive un ragazzo così "speciale" come era lui... un po' spavaldo - sempre attento alla sua forma fisica - coraggioso come solo i veri guerrieri sapevano di esserlo - con bellissimi occhi e un gran sorriso passionale che parlava da solo e da quel suo sguardo traspariva tutta la sua vera tenacia di un grande uomo...
Si era classificato 3° al Grande Fratello - pur rimanendo il vero e unico vincitore morale di quella edizione.
Non amava molto apparire in televisione e come poche persone dopo il successo ottenuto del reality aveva saputo mantenere la sua integrità senza montarsi troppo la testa... dedicandosi così alla recitazione.
Siamo vicini alla sua famiglia - alla compagna e alla figlia... e per chi scrive come noi - non è facile saper riempire le pagine per parlare di una persona che non c'è più soprattutto per chi lo conosceva.
Elencare tutta la sua carriera dopo l'uscita dal Grande Fratello diventerebbe troppo ripetitivo anche perchè tutti i giornali ne stanno parlando.
Ricordiamolo semplicemente così... con quel suo bellissimo sorriso... e quella passione che aveva nel cuore del paracadustismo che c'è lo ha portato via. Questa è la vita... e questa è la morte, difficile da comprendere, da accettare... ti senti all'improvviso investito da un dolore che non sai gestire e capire...
Un angelo meraviglioso brillerà ora in questo azzurro cielo d'estate - sarai la stella più luminosa che noi vedremo anche in mezzo a tante nuvole grigie, le tue nuove meravigliose ali avvolgeranno i tuoi cari nei momenti più duri, perchè sei morto da poche ora e già ci manchi terribilmente...
Ma non vogliamo dirti addio perchè un giorno ti rincontreremo... Ciao Guerriero!
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Per la prima volta dopo circa vent'anni di restauro, sabato 17 aprile è stato inaugurato in Val di Non, nel Trentino Alto Adige, il museo castello di Thun, uno dei più bei castelli medievali del Trentino, un tempo residenza privata della nobile stirpe dei Thun e ora di proprietà della Provincia di Treno e parte del Museo del Buonconsiglio.
Il castello, situato in cima a una collina a 609 metri in bellissima posizione panoramica e strategica, sorge vicino al paese di Vigo di Ton, nei pressi di una delle principali vie di collegamento tra l'Italia e il nord Europa. Da sempre residenza simbolo di una delle più importanti famiglie trentine che ha segnato la storia del Principato vescovile di Trento, la Provincia ha deciso di aprirlo alla collettività, che d'ora in poi potrà ammirarlo in tutta la sua magnificenza, sia nelle parti esterne che, soprattutto, in quelle interne.
Per la Provincia autonoma di Trento, e in particolare per la Valle di Non, questo costituisce senza dubbio l'evento culturale più importante del 2010, considerato il valore del maniero che riporta alla luce, e soprattutto rende fruibile alla collettività, secoli di storia e arte.
Molte sono, infatti, le residenze principesche attualmente presenti sull'arco alpino, ma rare sono quelle aperte al pubblico.
Il Castello di Thun presenta una singolare peculiarità, che lo distingue dalla maggior parte delle fortezze oggi visitabili: è uno dei pochi esempi di dimora signorile appartenute a una sola famiglia, senza interruzione di continuità, dal 1267 fino ai giorni nostri, più precisamente fino al 1982, anno in cui è scomparso il suo ultimo abitante Franz Thun Hohenstein ed è stato rilevato dalla Provincia di Trento.
Così come la Val di Non gravita dal XII secolo intorno al castello, la storia di questa dimora si identifica completamente con quella dei suoi proprietari, i Thun, una famiglia di antichi feudatari vescovili che nell'arco di otto secoli passarono dall'oscurità delle origini ad acquisire posizioni di spicco nella scena politica europea.
Considerati uno dei più importanti casati del Trentino e del Tirolo, molti dei suoi esponenti divennero, infatti, principi Vescovi o ricoprirono prestigiose cariche diplomatiche, politiche, militari e religiose. Un ramo della famiglia fece addirittura fortuna in Boemia, il che contribuì non solo ad accrescere il potere dell'intera dinastia nell'ambito della scena mitteleuropea e internazionale, ma permise l'acquisizione del titolo di conti dell'Impero. Molti discendenti vivono ancora oggi tra Val di Non, Bolzano, Milano e Vienna.
Nonostante i molteplici possedimenti e feudi acquisiti nel tempo, questo maniero è rimasto sempre il cuore della stirpe e della sua storia. Le origini della fortezza risalgono al 1199, quando il principe vescovo di Trento conferì ai signori di Tono (chiamati in seguito alla tedesca Thun) la proprietà del dosso di Visione e con essa la possibilità di erigervi un castello - detto anticamente di Belvesino e poi semplicemente de Tono prima e Thun poi.
Il maniero, così come appare oggi, circondato da un complesso sistema di fortificazioni formato da torri, bastioni lunati, fossati e cammini di ronde, conserva ben poco del primitivo feudo medievale. Alla prima rocca se ne aggiunsero progressivamente altre, a testimonianza dell'enorme potere acquisito durante il Medioevo e il Rinascimento. Ampliamenti e modifiche successive si sono susseguite nei secoli rendendolo protagonista di differenti periodi evolutivi. Oggi è considerato più come un palazzo signorile e costituisce uno dei più rappresentativi esempi di architettura castellana gotica trentina e di dimora signorile arredata.
Purtroppo nel tempo il maniero ha subito, gravi spoliazioni, che hanno fatto sì che molto arredi principali andassero perduti, in particolare nel 1797 ad opera dei francesi. Alla fine dell'Ottocento il tracollo finanziario dei Thun, ad opera di Matteo Thun, avvenuta in corrispondenza al crollo del potere temporale della chiesa, che aveva contribuito a fare la fortuna del casato, obbligò alla vendita di un numero considerevole di opere d'arte, fino a che nel Novecento il castello passò al ramo boemo della famiglia, che eseguì restauri di pregio reintegrando l'ormai povero arredo.
Nelle sale si possono ammirare i raffinati arredi originali: mobili, oggetti, suppellettili e raccolte d'arte tutte possedute dalla famiglia, che ne testimoniano il rango, la ricchezza, nonché le alterne vicissitudini.
Dopo l'acquisizione nel 1992 della Provincia di Trento, il castello è stato oggetto di una complessa quanto mai articolata opera di restauro, che ha riguardato non solo la parte strutturale ma anche gli arredi e le collezioni ivi presenti e che ha coinvolto numerose sovraintendenze.
Il complesso architettonico, ora in visita, comprende il palazzo signorile, i giardini, le fortificazioni esterne ed è strutturato su tre piani. Per accedere al palazzo centrale si passa da un cortile interno superando una porta a volta su cui è presente lo stemma Thun con la data 1585 che porta all'atrio principale. Al piano terra si trovano le stanze pubbliche (Sala delle guardie, il forno del pane, la Sala del pozzo, la cappella e la sagrestia), mentre ai piani superiori si trovano quelle utilizzate dai signori. Al primo piano si trova la cucina vecchia e il vicino tinello, al secondo la Sala da pranzo e le stanze intercomunicanti. Al terzo piano da non perdere l'affascinante stanza del vescovo, sicuramente il pezzo forte della visita, resa celebre dal film di Michelangelo Antonioni "Il Mistero di Oberwald", con la sua elegante boiserie e il sontuoso soffitto che porta centralmente lo stemma, datato 1670, di Sigismodo Thun, principe vescovo di Trento e Bressanone. Degna di nota è infine la camera azzurra, che custodisce lo splendido dipinto di Guardi (Santo in adorazione dell'Eucarestia).
Gli allestimenti sono stati curati da Lia Camerlengo, Ezio Chini e Francesca Gramatica. Sono originali e sono rappresentativi delle varie collezioni possedute dalla famiglia, quali arredi con mobili, opere d'arte e suppellettili pregevoli.
Specchio del gusto della famiglia, nelle varie sale si ritrovano stili di epoche diverse che vanno dal Rinascimento al Biedermaier: secretaires, cassettoni a ribalta, stipi, comodini stile impero, stufe a olle, argenteria, porcellane, vetri, armi bianche, oltre a dipinti della scuola dei Bassano, ritratti di Giambattista Lampi, Crespi, Molteni, Garavaglia e altri ancora.
I quadri rappresentano uno spaccato dei gusti artistici dell'epoca, dal XVI secolo in poi: ritraggono molti esponenti della famiglia, oltre a nature morte, dipinti con soggetti sacri e mitologici. Della preziosa biblioteca un tempo esistente, che conta 9500 volumi nell'arco di sei secoli, e del significativo archivio, che ospita una delle collezioni di documenti più importanti della regione (di cui una metà risiede in terra boema, mentre gli altri volumi sono custoditi presso l'Archivio Provinciale di Trento) sono presenti solo alcuni testi, come ad esempio una versione rilegata a mano della Gerusalemme Liberata e un testo che cita i Thun e ne decanta l'importanza.
Il castello si presta come eccellente punto di partenza per la visita del territorio circostante e delle affascinanti attrazioni presenti in Val di Non (www.visitvaldinon.it). Il territorio offre, infatti, attrazioni turistiche per tutti i gusti - cha vanno dai trekking, alle passeggiate nei canyon, ai percorsi enogastronomici, alla visita a eremi e musei - che garantiscono la possibilità di trascorrere week end piacevoli tra natura, cultura, sapori del territorio e antiche tradizioni, in modo da poter unire l'utile al dilettevole. Il periodo ideale per pianificare una visita è in primavera, durante il periodo della fioritura dei meleti, o in autunno, in occasione della raccolta delle mele. A settembre sono previste novità espositive, tra cui la mostra della collezione di carrozze, una delle più ricche e varie del mondo.
Per informazioni
Castello del Buonconsiglio
Via Bernardo Clesio, 5 Trento
Tel. 0461 233770-492829
www.buonconsiglio.it
e-mail: info@buonconsiglio.it
Tariffe
Intera € 5
Ridotta € 3
Azienda per il Turismo Val di Non
Via Roma, 21 - 3813 Fondo
Tel. 0463-830133 - Fax: 0463 -830161
www.visitvaldinon.it - e-mail: info@visitvaldinon.it
A poche settimane dalla sua tragica scomparsa l'Italia ancora piange un grande uomo: Raimondo Vianello, ed ora a "Casa Vinello" si sono spenti per sempre i riflettori. Il 7 maggio avrebbe compiuto 88 anni, dal 4 aprile era stato ricoverato all'ospedale San Raffaele per un blocco renale e pochi giorni dopo, esattamente il 15 aprile, arriva la notizia che nessuno avrebbe voluto mai sentire: è morto Raimondo Vianello.
Lui, signore di altri tempi, garbato, fine, composto che con la sua bravura ed ironia ha saputo conquistare tutti, lascia in noi un enorme vuoto perché con la sua scomparsa si chiude un ciclo di personaggi che hanno fatto la storia della televisione italiana: come Corrado e Mike Buongiorno. "I grandi che non torneranno più".
La carriera di Raimondo Vianello inizia dal teatro di rivista alla televisione, dal cinema alla pubblicità, per lui sessant'anni di spettacolo che hanno fatto storia. Accompagnato sempre dalla stima dei suoi tanti telespettatori che in tutti questi anni lo hanno sempre seguito dai primi passi in Rai, fino all'arrivo in Mediaset alla scoperta del calcio con "Pressing".
Sarà difficile dimenticare le sue scenette strepitose e piene d'ironia nel varietà "Tante scuse" (1974), "Noi... no" (1977), dove Vianello interpreta Tarzan nella sigla-cult del varietà, "Stasera niente di nuovo" (1981), dove un indimenticabile Zorro diverte i telespettatori, fino ad arrivare a "Casa Vianello" (1988-2007), la sit-com più amata dagli italiani.
Intramontabili rimarranno le sue scene con la sua Sandra Mondaini. Ed è proprio a lei, la nostra adorata Sandra, che va ora il nostro pensiero, perché ora che il suo Raimondo non c'è più, il compagno di una vita, senza la sua spalla, come aveva detto in una ultima intervista, sarà dura. Ma il loro grande amore così puro e particolare fatto di battute non tramonterà mai.
E per molti di noi che sono cresciuti con le loro scenette, battute, sarà ora incomprensibile trovare chi potrà riempire questi enormi vuoti.
C'era una volta il cinema d'essaie. Quello fatto di pellicole destinate a pochi intenditori, proiettate in sale esclusive, in piccoli boduoir dalle poltrone scomode odorose di muffa e pop-corn, e con i soffitti macchiati dall'umidità. E ora c'è "Avatar", il film di James Cameron che ha incassato più di qualsiasi altro nella storia della cinematografia moderna. Il futuro.
Pensato e realizzato per essere proiettato in 3D, è stato distribuito nei più moderni impianti multisala di tutto il mondo; ancora pochi, in effetti, ma in crescita esponenziale.
Si indossano gli speciali occhiali per la visione tridimensionale e in un istante tutto appare diverso: si viene scagliati direttamente nella storia, dove ogni cosa è pericolosamente vicina, più tangibile, emozionale.
L'impressione è di vivere accanto ai personaggi principali; si diventa parte integrante del mondo rappresentato sullo schermo. E' tutto più intenso: i colori, l'azione, la fotografia. Si vola, si corre, ci si arrampica, si provano vertigini, gli oggetti cadono e ci vengono incontro come fossero reali, e le immagini si imprimono con più forza nella nostra coscienza, destando forti emozioni.
"Avatar" è stata la conferma che si attendeva da tempo, e il cinema si proietta direttamente nella sua espressione più avveniristica e tecnologica, prevista da molti ma non auspicata da tutti; comunque ormai realtà.
Ma come si realizza un fotogramma in 3D? In breve, senza entrare nei particolari, possiamo dire che grazie a particolari tecniche di ripresa si ottiene una prospettiva stereoscopica delle immagini, che vengono riprodotte nella stessa modalità dei nostri occhi, quindi in modo leggermente sfalsato. Sfruttando una tecnica di proiezione particolare, che utilizza due cineprese, e usufruendo degli speciali occhiali, è quindi possibile vedere anche la profondità delle immagini.
Quindi il futuro dei cinema è tridimensionale? Nonostante le probabilità siano molte, sono ancora diversi i dubbi che impediscono il boom del 3D. Innanzitutto teniamo conto che realizzare un film in questa versione comporta costi altissimi, pertanto per ora hanno accesso a questa tecnologia solo le grosse produzioni. Cameron, Spielberg, Jackson, sono tra i fautori e i più convinti sostenitori della "nuova via", e le loro ultime realizzazioni sono state girate in questo modo.
Un fatto è che solo le pellicole di azione e avventura si prestano perfettamente alla visione tridimensionale; per le altre, probabilmente non ha molto senso. E i cinema in grado di proiettare in entrambi i modi - 2D e 3D - sono meno di quello che si crede. I costi per adeguare le strutture sono molto elevati, pertanto è prevedibile che solo i Multiplex riusciranno a far fronte alla modernizzazione degli impianti, provocando la chiusura delle sale private - anche se i costi di distribuzione delle pellicole digitali e relativo stoccaggio sono più bassi rispetto a quelle standard.
Poi c'è da dire che la visione in 3D non convince tutti gli spettatori: il senso di nausea, e comunque di disagio, causato dalla visione tridimensionale è piuttosto comune, e non può essere sottovalutato. I mal di testa post-visione sono numerosi, e causano anche dubbi sulla sicurezza degli occhiali che vengono dati in dotazione; oltretutto il costo del biglietto è più alto.
Eppure per Jeffrey Katsenberg , presidente e co-fondatore della Dreamworks, il 3D salverà il cinema, perché riuscirà nuovamente a riempire le sale che ormai da anni avvertono la crisi dovuta alla mancanza di pubblico.
Ma non si parla solo di grande schermo, già ci si sta muovendo per portare la visione tridimensionale nell'Home Entertainment: si presume che nel giro di un anno e mezzo sarà possibile fruire della visione in tre dimensioni utilizzando qualsiasi dispositivo o metodo di broadcasting a disposizione.
Si, è vero, guardare una pellicola in 3D ci proietta in un grande Luna Park, facendoci tornare bambini. Ma è anche vero che l'approccio ad un film in 3D è diverso rispetto a quello di una pellicola standard: ci si concentra sugli effetti, sull'azione, e si perde spesso e volentieri il senso della storia. Altro motivo per cui la realizzazione di un film in tre dimensioni si presta solo ad alcuni soggetti. Eppure le Major stanno investendo milioni di dollari in questo progetto, e i film in 3D in prossima uscita sono davvero numerosissimi - anche se ovviamente girati in entrambe le versioni.
Ma davvero una scena in 3D, per quanto realistica e girata in modo perfetto, potrà mai essere ricordata per decenni come le pietre miliari del panorama storico della cinematografia? Ancora ricordiamo l'addio in bianco e nero di Humphrey Bogart a Ingrid Bergman, nel meraviglioso Casablanca. Per quanto ricorderemo la battaglia di "Avatar", o le rincorse di improbabili draghetti volanti? Saranno in grado le produzioni in 3D di suscitare le stesse emozioni, a distanza di anni?
Forse anche la capacità di percezione emotiva è cambiata a tal punto, in linea con la nostra epoca leggera e sfuggente, per cui ormai non è più importante lasciare un segno nel tempo. Eppure in questo modo il cinema perderà il suo valore più importante: quello legato alla capacità evocativa di un'immagine, di un'inquadratura, di una musica; quello di sapere emozionare intensamente e costantemente nel tempo.
Oltretutto teniamo conto anche di un risvolto agghiacciante, anche se curioso, della nuova tecnologia 3D: sembra che l'industria pornografica si stia muovendo per realizzare produzioni tridimensionali... ai posteri l'ardua sentenza!
A Mantova un'emozionante manifestazione mette in mostra per la prima volta un aspetto inedito del patrimonio dei Gonzaga e svela luci e ombre del Rinascimento mantovano.
Fin dall'antichità i nobili di tutta Europa amavano ornare e abbellire le pareti dei loro castelli e dei palazzi con arazzi. Questi raffinati ed eleganti quadri di stoffa erano molto apprezzati per la loro multifunzionalità: non solo difendevano dal freddo, ma erano facilmente trasportabili, si potevano sovrapporre alle decorazioni murarie e riuscivano a proporre di continuo spazi fantastici e inattesi, con innumerevoli varietà di combinazioni. Non ultimo, spesso assolvevano una funzione celebrativa, che raccontava le gesta del casato e metteva in luce le qualità, la ricchezza e la magnificenza dei proprietari.
Molti di questi manufatti erano realizzati in serie, ma gli esemplari più pregiati erano commissionati e fatti tessere sulla base del modello disegnato da grandi artisti ed erano realizzati con materiali pregiati, tra cui anche oro. Per questo motivo queste preziose tappezzerie erano spesso considerate vere e proprie opere d'arte da collezionare e costituivano una componente d'inestimabile valore del patrimonio di molti nobili casati.
Mantova rilancia il valore storico e artistico di questi tesori d'arte, solitamente considerati come arti minori e un po' sottovalutati, proponendo dal 14 marzo al 27 giugno 2010 "Gli arazzi dei Gonzaga".
Una scelta ardita, ambiziosa, che punta a sorprendere il visitatore, proponendo un tema raro e inconsueto. La rappresentazione delle preziose tappezzerie che decoravano gli appartamenti e le sale dei palazzi mantovani nel Rinascimento, infatti, mostra un aspetto inedito dell'immenso patrimonio artistico dei Gonzaga, che viene per la prima volta riunito ed esposto in una manifestazione imponente che a Mantova non ha precedenti.
L'esposizione temporanea, allestita nelle sale di Palazzo Te, del Museo Diocesano e del Museo di Palazzo Ducale e voluto dal neonato Comitato Scientifico del Centro Internazionale d'arte e cultura di Palazzo Te, è stata organizzata sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica e della casa reale belga, in collaborazione con Skira.
Oggetto dell'esposizione sono oltre 30 pregiati e raffinati arazzi, datati tra il XV e il XVI secolo e commissionati dai Gonzaga (figli di Isabella d'Este e Francesco II), in particolare da Ercole, cardinale del casato, e Ferrante, generale, viceré di Sicilia e Governatore di Milano.
La mostra, curata dal fiammingo Guy Delmarcel, massimo studioso dell'argomento, è frutto di un meticoloso lavoro di ricerca che ha permesso di riportare nel loro ambiente naturale opere che nel tempo hanno conosciuto numerose diaspore, altrimenti disperse nei vari meandri del mondo. Alcuni esemplari provengono, infatti, da collezioni private (come ad esempio i sei pezzi messi a disposizione dalla famiglia Marzotto), altri dai musei americani, francesi e olandesi, rese disponibili grazie alla collaborazione internazionale.
Il percorso espositivo, dislocato nelle tre differenti sedi del Palazzo Te, Museo Diocesano e Museo di Palazzo Ducale, è concepito come un racconto e fa rivivere l'atmosfera e i fasti delle corti delle signorie del Rinascimento.
Gli arazzi sono raggruppati per tema: paesaggi floreali, giochi di putti, resoconto degli amari frutti della guerra e storie tratte dalla bibbia e dalla mitologia.
Con il termine Millefiori si fa solitamente riferimento agli arazzi cronologicamente più antichi, in cui prevalgono decorazioni floreali, arricchite da piccoli animali, dal carattere fiabesco, tipiche riproduzioni dello stile dell'epoca.
La serie dei giochi di putti sono attribuiti al disegno di Giulio Romano, raffigurano giochi di angeli in contesti floreali. Uno dei più suggestivi esempi è la danza che raffigura balli e giochi davanti ad un viale alberato, sullo sfondo il Castello Sforzesco, residenza di Ferrante e Villa Simonetta.
I parati raffiguranti i " fructis belli", commissionati probabilmente da Ferrante, illustrano luci e ombre della guerra, con episodi tratti dalla vita militare, che inducono ad una riflessione ironica sull'uso delle armi e sulla rovina provocata dalla guerra, da cui amari frutti della guerra.
Quelli storico-mitologici illustrano vicende tratte dalla Bibbia, dalla storia antica (Giasone e Medea) e/o dalla mitologia (Enea e Didone).
Le "Storie di Mosè" mostrano alcuni episodi della vita del sant'uomo e costituiscono probabilmente un'allegoria del ruolo di capo spirituale di Ercole Gonzaga.
Anche se i maestosi e imponenti parati esposti sono solo una selezione degli innumerevoli esemplari posseduti dal casato (molti dei quali furono distrutti, andati perduti o consumati dall'uso) offrono uno spettro molto ampio e rappresentativo dell'arte dell'arazzo, sia per la varietà dei soggetti che per la bellezza e la finezza del disegno, realizzato da artisti del calibro di Raffaello, Mantegna e Giulio Romano.
Alcuni hanno un elevato valore storico e artistico, testimoniato tra l'altro da eventi storici. Basti pensare che la restituzione dell'arazzo raffigurante gli atti degli apostoli, incluso nella mostra e realizzato su disegno di Raffaello, è stato oggetto di contesa e addirittura inserito nei trattati con l'Austria.
Quasi tutti furono realizzati nelle Fiandre, considerate l'Industria d'arte d'Europa, o in Italia ad opera di arazzieri di origine fiamminga, come Nicola Karcher, al quale viene attribuita la realizzazione di alcuni di quelli presenti in questa mostra.
Ognuno di essi possiede un suo fascino indiscutibile, che va ben oltre quello di spettacolare manufatto artistico. Ogni arazzo racconta una storia che parla d'arte, di poesia, di usi e costumi, di guerra, d'amore di artisti e di mecenatismo, di fasti e di ricchezza. Fa rivivere le mode, i canoni estetici, i gusti e le vicende storiche dell'epoca. Si erge come illustre testimone della vita sociale, del lavoro e della situazione dei lavoratori e dei tessitori. Espressione di un'arte e di una tecnica antica, la realizzazione di un arazzo coinvolgeva di solito molti soggetti che dovevano operare in modo interconnesso: dall'artista, al cartonista, ai vari tessitori. Per questo motivo alcuni considerano gli arazzi un eccellente esempio di lavoro in serie e di sintesi tra il lavoro artistico e quello tessile-artigianale.
Il progetto espositivo si caratterizza per l'alto contenuto scientifico, evidente nell'innovativo sistema d'illuminazione utilizzato, non sempre facile, in quanto si scontra con esigenze di conservazione di questi tesori d'arte.
Per agevolare la visita completa è stato proposto un biglietto cumulato unico, che dà la possibilità di accedere a tutte e tre le location.
Una mostra spettacolare, in grado di suscitare emozioni e suggestioni, che fa rivivere i fasti di un'epoca e offre un piccolo assaggio dello straordinario patrimonio storico e artistico di Mantova, di recente nominata patrimonio dell'Unesco.
I biglietti costano dagli 8 ai 10 euro. La prenotazione è obbligatoria per i gruppi, e consigliata per i singoli, vista l'affluenza di visitatori prevista.
Il biglietto d'ingresso consente la visita gratuita anche al Museo della Città di Palazzo San Sebastiano e al Museo Diocesano Gonzaga.
Per maggiori informazioni:
Palazzo Te - Viale Te 13, 46100 Mantova
Museo Diocesano Francesco Gonzaga- Piazza Virgiliana 55, 46100 Mantova
Museo di Palazzo Ducale- Piazza Sordello 40, 46100 Mantova
Prenotazione: 199199111
sito web: www.centropalazzote.it
Ottimomassimo è, nel romanzo di Italo Calvino, il personaggio del cane del Barone Rampante e, da tre anni a questa parte, è stato adottato anche come logo dalla prima libreria itinerante per ragazzi d'Italia: un librobus bianco, con un bassotto nero disegnato sulla fiancata, che, nato a Roma, gira per le strade della penisola portando nelle scuole i suoi 4000 titoli accuratamente selezionati, ed i suoi progetti, anche e soprattutto nei piccoli comuni e nelle province dove di librerie per ragazzi non ce ne sono.
Andando a trovarli direttamente nelle scuole, si costruisce intorno alla lettura di un libro un'intera esperienza, un'avventura, un coinvolgimento massimo e di sicuro apprezzato. I tre librai che se ne occupano (si legge nel sito) lavorano da più di dieci anni nel campo della letteratura per ragazzi, coinvolgendo le scuole, gli insegnanti e gli educatori.
Capita che le loro proposte siano accolte con stupore, e si sono ritrovati a dover spiegare chi fossero degli autori, che avrebbero voluto dare per scontato in un contesto di cultura media, come ad esempio Roald Dahl. Ma l'amore per il loro lavoro e il loro Paese diventano benzina per gli spostamenti, nonostante questi episodi e nonostante i soldi siano comunque pochi.
Quest'anno Ottimomassimo ha partecipato all'Estate Romana, alla campagna pediatrica sulla lettura in età prescolare a Milano, al Festival dei bambini del Mediterraneo di Ostuni, e sarà anche alla Fiera dei Piccoli Editori all'Eur.
Gli impegni non mancano, le proposte nemmeno: dalle letture animate per le scuole dell'infanzia, a percorsi narrativi accompagnati da "quaderni del lettore" (anche per i genitori) con i consigli di lettura dei librai. Ci sono anche progetti di lavoro approfonditi su un singolo autore, o la possibilità di allestire mostre mercato e festival del libro.
Per informazioni e prenotazioni: www.ottimomassimo.it
A più di un mese dalla sua inaspettata morte, l'icona dei nostri tempi continua ancora a far parlare di sé. Michael Jackson era nato a Gary il 29 agosto del 1958 ed oltre ad essere stato un grande cantante è stato anche ballerino, cantautore, coreografo, produttore discografico, sceneggiatore e imprenditore statunitense.
La sua carriera ebbe inizio a soli 5 anni nel gruppo di famiglia "Jackson Five", dove nel 1971 iniziò la sua attività da solista e nel 1979 divenne l'artista pop. L'apice del suo successo, tuttavia, venne raggiunto nel 1982 grazie al disco Thriller, l'album più venduto nella storia della musica.
Considerato il re del pop, Michael Jackson nella sua carriera vinse numerosi premi tra cui quello di miglior artista pop maschile del millennio di World Music Awards nel 2002.
La sua dimora dal 1988 al 2005 è stata Neverland Ranch, dove il cantante aveva fatto costruire un meraviglioso parco a tema di bambino e uno zoo per ragazzini poveri e malati termali, quasi volesse rivivere quell'infanzia così difficile da dimenticare.
Nel 1993 Jackson venne accusato di molestie sessuali proprio da un suo fan e così, a seguito di un'altra denuncia, il cantante finì nel mirino dei giudici, accusato di altri reati. Dopo il gran polverone sollevato da tutta la situazione giudiziaria, alla fine venne assolto in appello da tutti i dieci capi d'accusa a lui attribuiti, ritenuto innocente per alcuni ed assolto per insufficienza di prove per altri. Ma nel 2006 l'epilogo più crudele: i rappresentanti di governo californiano ordinarono la chiusura di Neverland Ranch e il cantante dovette risarcire i suoi ex dipendenti per 1.000 dollari ciascuno.
Una vita travagliata quella della pop star, segnata da un'infanzia difficile accanto ad un padre violento, la sua presunta malattia della pella o il voler realmente cambiarne colore lo portano ad entrare in un abisso lungo e buio, due matrimoni, tre figli, la sua passione per le bambole ed il presentimento che per lui ci sarebbe stata una brutta fine.
Nel marzo di quest'anno il cantante, durante una conferenza stampa all'arena O2 di Londra, annuncia agli oltre 2000 fan presenti, di aver programmato una decina di concerti in atto per il mese di luglio.
Ancora troppe ombre e misteri sembrano avvolgere la morte dell'artista e tutti i suoi fan continuano a domandarsi se Michael Jackson sia stato realmente ammazzato. Troppe domande che non trovano ancora risposte certe, ma di fatto il suo spirito non troverà mai pace finchè non si sarà fatta un po' di chiarezza sulla sua tragica scomparsa. Di sicuro, di lui non si smetterà mai di parlare ed i riflettori rimarranno, ancora una volta, accessi su una pop star la cui ombra continuerà a vivere nella sua casa di Los Angeles.
Renzo Montagnani è stato uno dei più grandi attori tra gli anni '70 e '80 insieme a Lino Banfi e Alvaro Vitali che hanno segnato un'epoca d'oro per il cinema italiano con la commedia sexy.
Montagnani, che proveniva da una famiglia di origine fiorentina, nacque ad Alessandria l'11 settembre 1930 e oltre ad essere stato un attore fu un doppiatore di cinema, televisione e teatro.
A dodici anni dalla sua scomparsa, ancora oggi possiamo rivedere trasmessi da alcune televisioni o in dvd quelli che furono i grandi film che lo portarono al grande successo come "Quando le donne avevano la coda", "La moglie in vacanza...l'amante in città", "Il ginecologo della mutua", "La dottoressa alla visita militare", "L'insegnante va in collegio" e tanti altri, affiancato da un insieme di bellezze femminili da Edwige Fenech, Lilli Carati, Annamaria Rizzoli, Carmen Russo a Barbara Bouchet.
Laureato in farmacia, agli inizi degli anni '80 conquistò anche la platea televisiva con la sua interpretazione nel personaggio "Don Libero", nel varietà televisivo "Ci pensiamo lunedì" diretto da Romolo Siena e condotto da Alida Chelli. Indimenticabile è stata la sua interpretazione nel ruolo di Necchi in "Amici miei - atto II" e "Amici miei - atto III".
Montagnani, oltre all'attività di attore, è stato anche un doppiatore prestando la voce a Charles Bronson e Trevor Howard. Si pense a Roma il 22 maggio 1997 a causa di un male incurabile.
Forse non è tanto conosciuto dalla generazione di oggi ed è un vero peccato perché, anche se i riflettori si sono spenti definitivamente, attori come lui e Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Nino Mandredi, Alberto Sordi, Adolfo Celi, meritano sempre un posto in prima fila. Anche perché hanno fatto la storia del cinema italiano.
«Esercito un mestiere che è sporco e difficile: la pittura. Se non fossi quel che sono, non dipingerei; ma essendo quel che sono...» Uno stralcio dalla lettera che Vincent Van Gogh (30 marzo 1853 - 29 luglio 1890) scrisse alla sorella Wilhelmina.
Ma chi fu davvero Vincent Van Gogh? Un pazzo o un genio? Semplicemente un uomo malato o un uomo molto più sano di chi non fece che attribuirgli decine e decine di patologie? Una personalità comune o anormale?
Per dare risposta a questa domanda, c'è chi si baserebbe sulla sua cartella clinica, chi analizzerebbe parola per parola le centinaia di lettere scritte al carissimo fratello Theo; c'è, poi, chi si baserebbe sull'interpretazione delle sue più di novecento tele prodotte. Tante sono, infatti, le prospettive d'indagine possibili, ma assaporando pezzo dopo pezzo tutti questi elementi, tessere del puzzle della sua esistenza, si avrà un quadro a tutto tondo di quel che fu, e di quel che è tutt'oggi, a distanza di più di un secolo dalla sua "partenza", Vincent Van Gogh.
"Partenza", perché? Perché come Egli stesso predicò "la vita è un pellegrinaggio...", "un cammino lungo e faticoso", come quello del pellegrino protagonista del quadro di cui lo stesso Vincent parla in una lettera. "Ho visto un bellissimo quadro... Era un paesaggio alla sera, attraverso il paesaggio una strada porta a un'alta montagna... molto lontana... sulla sua cima il sole tramonta glorioso...".
La morte per Vincent ebbe tanti significati diversi, durante gli anni della predicazione scrisse "...la fine di questa vita è ciò che noi chiamiamo morte, ora in cui verranno alla luce le parole... c'è gioia grande quando un uomo nasce, ma c'è gioia più grande quando un'anima è passata attraverso la grande tribolazione, quando un angelo è nato in cielo...".
La morte e la fede in Dio erano la speranza in quei momenti di così difficile esistenza, l'unico appiglio rimastogli per riuscire a sfuggire al "procelloso mare d'esistenza", e il viaggio, per quanto lungo e arduo non mettevano paura. Bisogna anche ricordare che Vincent fu un uomo nato dalla morte, un ossimoro a mio avviso geniale, d'effetto; opera del Prof. Dott. Alfio Giovanni Patanè.
Il Nostro infatti fu messo alla luce per colmare il vuoto lasciato dalla morte prematura di un fratellino, di cui tra l'altro ne ereditò il nome. Dunque, un'esistenza fondata su una grossa responsabilità, un'infanzia fatta di lacrime, dove tutto ruota intorno alla morte, simbolizzata dalla lapide del fratellino scomparso.
E ricollegandomi a tale genialità stilistica penso che, come Egli nacque dalla morte, con la sua morte avvenuta nel 1890, Vincent riuscì, finalmente, a nascere davvero per la prima volta. Perché oggi Vincent Van Gogh è uno dei mostri sacri dell'arte, le sue tele sono pezzi unici e milioni sono le persone che lo ricordano, lo amano e lo stimano.
Quasi come un dispetto che il fato stesso dipinse sulla tela della sua vita.
Riceviamo e pubblichiamo. Concediamo tuttavia il diritto di replica. Chi volesse pertanto rispondere o fare qualche rettifica, può lasciare un commento a questo post.

Pierluigi Pizzi, il regista degli allestimenti miliardari, auspica che 6000 persone perdano il lavoro. L'articolo apparso sulle pagine de "Il Resto del Carlino" il 17 novembre u.s. definisce "provocatoria" la soluzione auspicata dal regista stesso: licenziare 6000 dipendenti delle Fondazioni Lirico-Sinfoniche italiane per risolvere i problemi di scioperi, deficit di bilancio, tagli alla cultura etc. io invece credo che qualunque persona di buon senso la definirebbe "scandalosa" oppure "immorale".
E questo non soltanto perchè, specialmente in momenti di crisi economica, auspicare che 6000 famiglie rimangano per strada è oltremodo di cattivo gusto e fuori luogo, ma soprattutto perchè, nel caso specifico, a rendere scandalosa l'infelice uscita è il famoso "pulpito" da cui viene la predica.
Chiunque bazzichi anche solo marginalmente il mondo della lirica sa bene da sempre che Pizzi è famoso nel mondo come uno dei registi più dispendiosi, lussuosi, pretenziosi che esistano.
Invece di permettersi di sentenziare su materie che ignora, come le mensilità di un lavoratore, perchè Pizzi non rende pubbliche le cifre dei costi dei suoi ultimi 10 anni di allestimenti, le cifre dei suoi cachet, le cifre degli onorari dei tre o quattro assistenti che i teatri pagano perchè lo aiutino a montare uno spettacolo, i costi dei materiali con cui sono costruiti i suoi grandi tendaggi di seta, i suoi costumi di vera pelle scamosciata, le sue carrozze piene di stucchi e lavorazioni dorate, i suoi veri merletti, le sue autentiche monete antiche, le migliaia di attrezzi scenici che ha fatto costruire e poi ha deciso di non usare, i suoi veri velluti; perchè Pizzi non scrive sui giornali quante produzioni allestisce in un anno nei teatri che ora vorrebbe far chiudere? Perchè non ci dice se all'estero è pagato come in Italia?
Io lavoro al Teatro Regio di Torino, il mio stipendio è intorno ai 1700-1800 euro al mese, lavoro tutti i giorni tranne il lunedì, lavoro di domenica, di sera, solitamente circa 5 ore al giorno, perchè per più di 5-6 ore non si può cantare, e quando si canta per 6 ore non si ha più voce per studiare altre cose, non c'è spazio per fare concerti fuori o doppi lavori, come invece si trova scritto sui giornali. Quando lavoro meno non sono io a deciderlo e non mi fa piacere.
Perchè amo moltissimo il mio lavoro.
Prendo 14 mensilità, forse il primo violino o qualche dirigente del mio teatro prende 17 mensilità, ma io e la maggior parte dei miei colleghi no.
Il regista Pizzi vorrebbe che il teatro risparmiasse licenziando tutti e poi riassumendo inevitabilmente tutti a contratto, ovviamente però i cachet milionari di cantanti, registi, direttori e le provvigioni milionarie delle agenzie dovrebbero rimanere invariate? E gli ingaggi di quei sovrintendenti che chiudono ogni anno con un deficit peggiore e poi passano ad un altro teatro?
Questo è ciò che temono: temono che la crisi finanziaria e i tagli si abbattano sui loro budget, temono che, come 3 anni fa, i teatri si mettano d'accordo per calmierare i cachet, per tagliarli del 10%, temono di perdere i giochi di potere, gli incarichi prestigiosi, talvolta in conflitto d'interessi (come essere direttore artistico da qualche parte e far rappresentare le proprie opere o allestire le proprie regie).
E' molto più comodo attaccare le masse, come ha fatto recentemente in Radio anche il soprano M. Devia, sparare nel mucchio, dire qualche mezza verità un po' aggiustata, ed evitare di essere messi in discussione.
Io non so esattamente cosa stia agitando i colleghi della Scala, ma so di certo che se non lo so bene io, ne sa ancora meno Pizzi, e so che non accetto di prendere lezione di morale da registi milionari, ultrapagati sovrintendenti deficitari, presidenti di teatri che hanno iniziato la carriera difendendo i lavoratori e ora parlano contro la stabilità del lavoro e cantanti solisti che prendono 35.000 euro per un recital e magari hanno anche la residenza a Montecarlo.
Eppure per far fronte alla crisi economica non si sceglie di fare allestimenti meno costosi, abbassare i cachet, coprodurre per abbattere i costi, sfruttare appieno le possibilità contrattuali per produrre al massimo, fare più opere di repertorio, sfruttare i giovani e meno costosi talenti, si sceglie invece di tagliare risorse indiscriminatamente a tutti, e di dare addosso ai dipendenti per poter abbassare i loro stipendi o eliminarli con l'approvazione dell'opinione pubblica.
Io posso dimostrare quanto guadagno e quanto lavoro, posso dimostrare che in ogni articolo sui dipendenti delle Fondazioni Lirico -Sinfoniche si scrivono delle falsità, però nessun giornale mi permetterà mai di publicare questa verità.
Registi, soprani, sovrintendenti, direttori artistici, sindaci, tutti si affannano a far pubblicare dati parziali o falsati, lordi al posto di netti, opinioni di chi non ne sa nulla e di chi ha interesse a mostrare verità parziali.

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