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Una fiaba importante

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La principessa e la rana

Le favole Disney mi appassionano da sempre, e tra un fratello più piccolo e l'esperienza di baby sitter ho potuto portare avanti con tranquillità la tradizione "guarda tutti i cartoni animati esistenti".

Recentemente ho avuto modo di guardare "La principessa e il ranocchio" e, devo essere sincera, mi aspettavo la solita favoletta classica basata sugli stessi banali elementi e con la solita morale trita e ritrita: l'amore vince su tutto, nella vita si possono superare tutti gli ostacoli, eccetera.

Naturalmente, questa storia non è da meno: amore, magia, amicizia, qualche intoppo ma con lieto fine assicurato; eppure, al tutto è stato aggiunto un nuovo aspetto che mi ha colpita e soddisfatta molto: il realismo.

Tiana non è una principessa, è una cameriera (nell'immagine porta una corona e un sontuoso abito perchè si trova ad un ballo in maschera; il rospo stesso cade "nel tranello") e non sogna certo il principe azzurro, anzi: il suo unico desiderio fin da bambina è poter aprire il ristorante che lei e suo padre progettavano di comprare da sempre. Ora il papà è morto, ma Tiara fa ben due lavori e doppi turni per risparmiare, rinunciando alla propria adolescenza, in attesa che il sogno si avveri.

Quando si imbatte nel principe trasformato in ranocchio da un uomo malvagio amante del Woo-Doo che vuole impossessarsi di tutta New Orleans - esatto, niente luoghi "lontani lontani" - lo bacia, perchè solo così il principe potrà ritornare umano e darle come ricompensa la somma mancante per comprare il famoso ristorante. Ma Tiara non è una vera principessa, così viene trasformata lei stessa in ranocchia, e i due cominciano un'avventura insieme ad altri amici, un coccodrillo e una lucciola, per poter trovare una soluzione ai loro problemi.

Il finale? I due si innamorano, ovviamente, ma con qualche colpo di scena e, soprattutto, con un messaggio forte e chiaro: per ottenere ciò che vuoi devi lavorare duro per tutta la vita - il viziato principe capirà che non si può vivere sulle spalle degli altri - e non affidarsi esclusivamente al destino, ma agire.

Questo è un argomento piuttosto rivoluzionario nelle fiabe, perchè da che mondo è mondo l'unico problema che avevano protagonisti di queste storie era quello di trovare, e quindi conquistare, il vero amore; dopo di che, la vita tornava ad essere rosea.
D'accordo, sono pur sempre favole per bambini e abbiamo già incontrato personaggi come Aladdin, Biancaneve e Cenerentola, che partendo dalla miseria sono riusciti ad arrivare alla ricchezza e felicità, accanto all'amore della propria vita; però non ci riuscivano da soli, bensì sposavano la/il reale di turno.
Tiara, invece, alla fine ce la fa con le proprie forze, e il principe lavora con lei al ristorante, coltivando la propria passione per la musica.

Sono del parere che per i bambini sia molto più educativo un racconto del genere, che mostra tutte le sfaccettature della vita, con tutti i suoi alti e bassi e con tutte le delusioni che ne possono derivare, piuttosto che favole dove va sempre tutto bene perchè esiste la fata buona che risolve tutto.

Ecco, "La principessa e il ranocchio" è il giusto compromesso tra realtà e immaginazione, tra vita vera e favola, tra i "soliti insegnamenti" - come ad esempio quello di inseguire sempre i tuoi propri senza arrendersi - e quelli invece più nuovi.

A questo capolavoro Disney non sono mancate le polemiche: come si può notare, Tiara è una ragazza di colore; non è questo il problema, ovviamente - abbiamo già visto principesse russe, indiane, cinesi - bensì il fatto che il principe sia invece bianco. Personalmente, non trovo giuste queste critiche. Quello che si voleva dimostrare mettendo fianco a fianco due persone di origine diversa non è che "è meglio sposare un bianco", anzi, che le persone di colore - rosse, gialle, nere, non ha importanza - non devono per forza relazionarsi solo con persone di colore, e che quelle bianche non devono innamorarsi esclusivamente di altre persone bianche.

L' argomento "pelle diversa" non è stato minimamente sfiorato per tutto il corso della storia, dato che i due capiscono di amarsi quando sono rane, e sempre da rane si sposano; inoltre, la storia non era improntata sull'amore che può nascere tra due persone di provenienza differente (come lo era Pochaontas al suo tempo): infatti la normalità e semplicità con la quale i due protagonisti si innamorano lascia intendere che non sia assolutamente una cosa strana o coraggiosa, ma semplicemente possibile, se solo non ci si pensa. Com'è giusto che sia.

Posso soltanto consigliare questa fiaba secondo me davvero meritevole sia ai piccoli che ai grandi; una storia originale e importante, profonda al punto giusto, che dà modo di riflettere sulla vita.

Reality Show: leggere attentamente il foglietto illustrativo

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reality

Reality show: evoluzione o involuzione della televisione? Sebbene questo genere di programma sia presente nella scena televisiva sin dagli arbori della Tv, esso ha iniziato a riscuotere successo solo verso la fine degli anni 1990.

Case super accessoriate, isole deserte, fattorie e beauty-farm, sono solo alcune delle location dei reality show più conosciuti in Italia. Gente comune, ma non solo, pronta a convivere per un tempo prolungato, in situazioni in genere frustanti, sotto l'occhio vispo di una telecamera 24 ore su 24 ore.

Si tratta, infatti, di spettacoli che, se si prende per buona la traduzione dall'inglese, dovrebbero essere uno spaccato della vita reale. Ma il giornalista e scrittore statunitense Steven Johnson, nel libro "Tutto quello che fa male ti fa bene", scrive che si tratta, tuttavia, di un'autenticità effimera che di solito svanisce velocemente nella consapevolezza che la telecamera, da qualche parte, c'è.

È molto difficile, infatti, poter pensare che chiunque davanti alle telecamere, consapevole dei milioni di spettatori davanti alla Tv, possa essere spontaneo e comportarsi come a casa propria. Ma qual è allora il motivo di un così tanto successo?

Secondo alcuni sondaggi c'è chi segue i reality solo per il gusto di osservare altri esseri umani che cercano disperatamente di orientarsi in un contesto nuovo e che poi partecipa con monologhi interiori che diventano spesso materiale di conversazione e di discussione, una vera e propria identificazione visto che per alcuni, i reality show, costringono lo spettatore a riflettere sui propri comportamenti e valori.

C'è, poi, chi sostiene che questo genere di spettacolo risvegli gli istinti "voyeristici" che ogni essere umano ha nella propria personalità. Ridere davanti a qualcuno che dice buffonate, commuoversi o prendere le difese di qualcuno che piange o parteggiare tra due litiganti, sono condizioni che hanno sempre destato grande interesse nell'essere umano.

La rissa, la lacrima, l'ignoranza, la ridicolaggine dunque piacciono. Ma il pubblico si divide in favorevoli e contrari. Infatti, non manca chi, invece, critica aspramente tutto ciò e considera questo genere di spettacolo una vera offesa al buon costume.

E così, girando la medaglia, i reality show sembrano essere una somma perversa di tutti i mali della società: istigano all'esibizionismo, indulgono in una rappresentazione stereotipata dei ruoli sociali, propongono modelli basati sulla competitività a tutti i costi.

E quali sono le conseguenze? Secondo uno studio americano, ad esempio, i reality in tv insinuerebbero, in chi li segue, il desiderio di ricorrere ad interventi chirurgici a causa dell'eccessiva importanza che si dà all'apparenza e alla perfezione, ma tra gli effetti collaterali compaiono anche l'emulazione, l'identificazione, l'egoismo e la sete di successo.

Il pettirosso, l'ingegnoso thriller nordico

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Il pettirosso

Jo Nesbø è l'ennesima dimostrazione di ciò di cui sono profondamente convinta da mesi: gli autori scandinavi hanno una marcia in più per quanto riguarda la stesura di racconti gialli.
A "lanciare l'allarme" per primo è stato forse lo svedese Stieg Larsson con la sua Millennium Trilogy: Uomini che odiano le donne, La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta (nell'ordine, in lingua originale: Män som hatar kvinnor, Flickan som lekte med elden e Luftslottet som sprängdes).

Da questa famosa trilogia sembra essere scoppiato un vero e proprio boom, un'esplosione di thriller "piovuti" dai paesi nordici, in particolare da Svezia e Norvegia. Alcuni esempi li troviamo con gli svedesi Camilla Läckberg (La principessa di ghiaccio), Henning Mankell (Le indagini del commissario Wallander, L'uomo inquieto, Assassino senza volto, La falsa pista, e molti altri), Åsa Larsonn (con la serie di Rebecka Martinsson; il suo giallo Tempesta solare ha letteralmente catturato Stieg Larsson), ma anche John Ajvide Lindqvist, Lisa Marklund, Leif GW Persson, Kjell Ola Dahl, Arne Dahl, Kjell Eriksson, Jan Wallentin e il questa volta norvegese Jo Nesbø.

Finora non ho avuto modo di leggere tutti questi gialli nordici, ma per fortuna ho potuto iniziare da un thriller che definirei praticamente perfetto, talmente fitto e complicato da sembrare opera di un vero e proprio genio. Il thriller di cui sto parlando, il cui autore è per l'appunto Nesbø, si intitola Il pettirosso ed è stato fortemente sostenuto dalla critica per la sua trama coinvolgente e tessuta a regola d'arte.

Harry Hole è un semplice investigatore che lavora per la polizia di Oslo, ma per circostanze più o meno fortuite si ritrova promosso a commissario del POT e, sempre per caso, si imbatte in un mistero che lui solo sembra voler risolvere: sui monti intorno ad Oslo sono stati ritrovati alcuni bossoli di un fucile tedesco molto raro e molto prezioso, il Märklin, la cui improvvisa apparizione in zona farebbe pensare alla presenza di un seiral killer. Chi altro potrebbe volere quel fucile così terribilmente caro (si parla di diecimila corone), se non per portare a termine un progetto ben congegnato di omicidi?

A conferma dell'ipotesi di Hole, si innesca una complicata catena di morti, apparentemente non legate tra loro, ma che vedono implicate le forze neonaziste e un intermediario ben mimetizzato all'interno della società.
Quando infine gli omicidi cominciano ad essere effettuati non più con metodi grossolani, che suggerirebbero un intervento neonazista, ma proprio con l'inconfondibile fucile Märklin, Harry Hole inizia un'indagine attraverso il passato, un'indagine che lo porterà a scoprire tradimenti, amicizie e amori che vengono portati avanti dalla seconda guerra mondiale in poi, e che sono la causa determinante degli omicidi in serie.

Molto lentamente, e perdendo quasi tutto, Hole si addentrerà in verità nascoste, modificate, mascherate, che nessuno vorrebbe mai scoprire.

Questo è un thiller che sa alternare ed equilibrare perfettamente la personalità dei protagonisti sullo sfondo della trama, senza mai essere scontato; una storia che sa dosare sentimenti e atrocità, nozioni storiche, geografiche, politiche e sociali in modo davvero notevole, rivelando il lungo, appassionato e scrupoloso lavoro dell'autore. (Non c'è che dire, vorrei scrivere come Jo Nesbø!).

Il motivo del titolo va cercato accuratamente tra le righe del libro: più volte, spremendomi le meningi, ho creduto di essere giunta ad una conclusione, di aver avuto un'illuminazione al riguardo, ma il significato continuava a sfuggirmi, come se questo uccello fosse un semplice dettaglio che accompagna il protagonista per tutto il corso delle vicende, comparendo sporadicamente, e nulla di più.

Forse non esiste una spiegazione oggettiva, forse ogni lettore può farsi una sua idea, ma secondo me il pettirosso, collocato in questo preciso contesto, è utilizzato come il puro simbolo dell'amicizia, dell'affetto e del ricordo, che ogni tanto torna ad accarezzarci, che si ha delle persone care.

Un modo per non dimenticare, ma soprattutto per non arrendersi.

Le scarpe rosse: la magia di un libro

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Fin da piccola mi ha sempre colpita, prima ancora della trama, la copertina di un libro.

Certo, la copertina non poteva bastare a farmi scegliere una storia che non mi attraeva, ma sono sempre stata dell'idea che un buon libro deve avere una bella copertina, altrimenti il lavoro è svolto solo per metà.
In uno slancio di superficialità che, lo ammetto, tuttora non ho perso, mi sono ritrovata spesso a scartare brutte immagini che in qualche caso avrebbero potuto nascondere un libro meritevole; eppure, rimango della mia idea.

E' per questo motivo che un paio di giorni fa, mentre vagavo tra gli scaffali della biblioteca, sono stata subito attratta da un volume che non avevo mai visto: "Le scarpe rosse", di Joanne Harris. La copertina mi piaceva talmente tanto che avrei potuto sceglierlo senza leggerne la trama retrostante; l'ho fatto comunque, più per abitudine che per altro, scoprendo così di avere tra le mani il seguito del forse più noto "Chocolat".

"Chocolat" era stato capace di intrigarmi ad ogni riga non solo con la magia e l'amore, ma anche con il suo ricco assortimento di ingredienti pregiati; riuscivo a sentire il profumo del cioccolato, il sapore delle piccole aggiunte che sanno fare la differenza - cannella, arancia, vaniglia, peperoncino, ma anche cacao amaro, rum, cocco e ciliegia - e riuscivo a calarmi perfettamente nei panni di ogni personaggio, arrivando ad essere affascinata soprattutto dalle carte, dai piccoli riti, dagli amici immaginari-ombra. Non superpoteri, ma conoscenze, culture più verosimili a cui, leggendo la Harris, si può arrivare realmente a credere.

Il risultato? Mi sono innamorata di Joanne Harris: anche se mi ricordo sempre i titoli dei libri e quasi mai gli autori - non sono sicura sia una cosa negativa - lei è riuscita ad ottenere un angolo tra i miei scrittori preferiti, quelli di cui ricordo nome, cognome e vita.

"Le scarpe rosse" (titolo originale: The Lollipops Shoes) non è solo un seguito, l'indiscutibile abilità dell'autrice l'ha aiutata a non cadere nella rete della banalità, ma molto di più.

Ambientato in una Parigi già di per sè ricca di suspance, attrattiva, vita e incanto, il libro intreccia sapientemente passato e presente, scavando nelle anime dei protagonisti e svelandone segreti, paure e desideri.

Vianne e Anouk sono scappate da Lansquenet quattro anni fa per cercare di costruirsi una vita pacifica a Montemartre, il quartiere più caratteristico e attraente di Parigi; hanno assunto nuove identità - ora sono Yanne e Annie - e vivono sopra una piccola chocolaterie che Yianne dirige, ma niente è come prima.
Yianne non prepara più il cioccolato con le proprie mani, preferendo venderne di già confezionato, e non usa più il proprio dono, la propria magia, in modo da salvaguardare il futuro suo e delle sue figlie. Ad Annie si è infatti aggiunta una sorellina, Rosette, una bambina complicata e impregnata di malia che a differenza della sorella non soffre per la propria diversità.

Zozie de l'Alba sconvolge fin dalle prime pagine la vita di Yanne, presentandosi come una donna forte, sicura, generosa e bellissima: sono proprio sue le scarpe rosse, quelle alte, lucide, golose scarpe-caramella, ovvero la chiave per aprire il cuore di Annie. Zozie riesce a guadagnarsi graduatamente la fiducia prima di Annie, poi di Yanne, ma in realtà sta meticolosamente tessendo la tela che imprigionerà Yanne, portandole via tutto ciò che possiede.
A Yanne non restano che due possibilità: o liberarsi delle proprie paure e accettare di essere Vianne Rocher, o fuggire un'altra volta, come ha sempre fatto.
"Le scarpe rosse" non è un romanzo recente, in quanto datato 2007, ma sono sicura che per chi non ne conosceva l'esistenza, come me, sarà un piacere avventurarsi tra le sue pagine.
Questa infatti non è solo una favola estremamente convincente ed emozionante; è anche la dimostrazione che, in fondo, la magia può esistere davvero.

Mandala? Non solo per bambini

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Mandala

Da un cerchio e un punto nasce il Mandala, un disegno circolare più o meno elaborato e rigorosamente bianco, il cui significato in sanscrito è "essenza".

Da colorare, a seconda del proprio stato d'animo, seguendo delle semplici regole: silenzio, concentrazione, apertura mentale. E' Michelle Marie Prévaud ad illustrare, attraverso alcuni quaderni da lei stessa idealizzati, gli effetti immediati e assicurati che questa pratica scaturisce.
Concentrarsi sui contorni, sugli spazi più ridotti e sulla combinazione e stesura del colore (che siano pennarelli, pastelli o acquerelli) è di fondamentale importanza per rilassarsi e dimenticare per un attimo tutto il resto. Particolarmente indicato, quindi, non solo per i bambini: la Prévaud ha trasformato questa sua idea in una vera e propria "terapia" da utilizzare anche negli ospedali, nei centri sociali e nelle case di riposo.

Forse vi sembrerà inverosimile che si possano trarre realmente dei benefici da una cosa tanto banale, infantile e quasi ridicola; tuttavia, sappiate che qualcun altro ha compiuto studi approfonditi sul Mandala, ancora prima di Marie Prévaud.

Si tratta del famoso psicanalista svizzero Carl Gustav Jung, che per oltre vent'anni si è dedicato alla sua teoria secondo la quale il Mandala è una sorta di cerchio protettivo capace non solo di allontanare le preoccupazioni esterne, ma anche di stabilire un ordine interiore attraverso l'apparizione spontanea in sogno di nuovi disegni. Ecco che il Mandala non è più un semplice mito religioso, ma uno strumento per studiare la personalità dell'uomo, un metodo efficace che influenza direttamente la psiche umana.

Ad ogni modo, Marie Pré, come lei stessa si firma nelle sue raccolte di Mandala, ha dimostrato empiricamente i vantaggi offerti da questa speciale forma d'arte, arrivando a coronare il successo delle proprie ricerche con la creazione della Scuola Sperimentale Formativa (2003).

In questo modo l'uso del Mandala non è più conosciuto e condiviso soltanto in Oriente, dove esso trova le proprie origini, bensì anche in Occidente.
Io stessa mi sono meravigliata e stupita nel constatare l'aiuto che questa tradizione offre nello scrutare all'interno del proprio Io e nel confrontare la propria creatività con gli altri; la concentrazione richiesta impedisce di pensare ad altro, dando modo di creare un piccolo mondo dove la cosa più importante è portare a termine un semplice disegno.

Non siate diffidenti, provate per credere: spesso le cose più semplici sono davvero le migliori.

Sangue e Arena

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Cayetano Rivera

La Spagna non è mai stata così vicina.
Sembra infatti che negli ultimi tempi non si parli d'altro: corride e matadores sono entrati a far parte del nostro quotidiano, con notizie e curiosità che riecheggiano dal paese del sole suscitando interesse, domande, se non addirittura ilarità.

La tauromachia richiama alla mente immagini tra il truce e il romantico di duelli all'ultimo sangue, che si consumano al caldo e nella polvere dell'arena, tra l'agguerrito toro e l'affascinante matador di turno, bellissimo nel suo traje de luces tradizionale: Hemingway, in "Morte nel pomeriggio" (1938), ci regala un cammeo indimenticabile, evocativo e potente sul significato della corrida.

Vita e morte, dignità e onore, nell'arena non si può fingere; il coraggio non è qualcosa che si improvvisa. I protagonisti del singolar-tenzone si studiano, con grande rispetto, e si sfidano in un duello dall'epilogo non sempre scontato: negli ultimi due secoli sono 42 i toreri deceduti durante l'esibizione, senza contare quelli feriti e castrati.

Ma colui che dimostra sprezzo del pericolo e amore per le tradizioni diventa un eroe, garantendosi un posto nella leggenda.
Il mito di oggi è Cayetano Rivera (33 anni, nella foto), figlio d'arte - suo padre Francisco è morto nell'arena, e il nonno è stato amico e ispiratore del grande Hemingway - e dotato di una bellezza sfolgorante che lo ha catapultato dalla polvere della plaza del tor, dove è il padrone assoluto, al ruolo di uomo immagine per il marchio Loewe.

Dalle stelle alle stalle, come si suol dire: recente è il caso del messicano Christian Hernandez (22 anni), che al momento del confronto col toro si è dato alla fuga terrorizzato, tra i fischi e gli insulti dell'allibito pubblico. Sanzionato pesantemente dal giudice di gara, Hernandez ha ammesso di avere avuto paura, dichiarando che cambierà sicuramente mestiere, a dimostrazione che nel vis a vis con la bestia non si può fare finta di essere ciò che non si è.
Tra toreri in jeans, e donne matador, si avverte però che la tauromachia, da sempre contestatissima dagli animalisti, è in un momento di crisi profonda: il 28 luglio scorso il parlamento catalano ha firmato una legge per la sua abolizione, che avrà decorrenza a partire dal 2012. Le Isole Canarie hanno fatto lo stesso nel 1991, ma certo è che per la Spagna, dove la tradizione è molto radicata, si tratta di un evento di grande risonanza, che dà un chiaro segnale dei tempi.

E' curioso sapere che anche in Italia si praticava la corrida, abolita poi negli anni quaranta. Ci voleva il governo Berlusconi per depenalizzare questa legge, grazie al decreto del 5 agosto del 1993. E se è inverosimile pensare che all'Arena di Verona matadores e banderillas possano prendere il posto di concerti e opere liriche, anche perché la tauromachia fondamentalmente non ci appartiene, è anche difficile capire la decisione del governo, viste anche le proteste di verdi e animalisti.

Non è facile comprendere la potenza di questo spettacolo, al di là delle personali considerazioni di etica e principio. Non si tratta solo di una mattanza, come i più credono, visto che non sempre lo scontro vede l'uomo vincitore, e anche se i tori periti negli ultimi decenni sono circa 30.000, dato da non sottovalutare; in questa celebrazione di morte e coraggio, di luce e di ombra, c'è un universo emozionale e valoriale che nessuno di noi - spettatori ignoranti e non avvezzi a certi tipi di trattenimento - può afferrare pienamente.

Nell'arena si consuma un mondo di tradizioni anacronistiche ma profondamente sentite, immagini raccolte nei secoli da pittori come Monet e Goya, e cantate da grandi poeti e scrittori; senza contare le rappresentazioni cinematografiche: come non ricordare "Sangue e Arena", interpretato nel 1922 dal mitico Rodolfo Valentino, e poi nel remake del 1941 con protagonisti Tyrone Power e Rita Hayworth! Molti sono stati gli artisti che hanno compreso, amato e odiato questo mondo di passioni estreme, dove tutte le emozioni sono amplificate e vissute all'eccesso.

Un mondo destinato piano piano a scomparire e di cui si racconterà alle generazioni future, tramandando le memorie e il folclore di un popolo appassionato e dai costumi ardenti e colorati, e ricordando come l'uomo, a volte, osava sfidare l'animale in uno dei duelli più antichi del mondo. Perendo, a volte, nel tentativo.

Fonti: Wikipedia
http://www.ohlalamag.com/en/2010/03/spain-matador-cayetano-rivera-for-loewe.html
www.mymovies.it

Ciao Guerriero!

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Pietro Taricone

Avevamo imparato ad apprezzarlo ed anche ad amarlo durante la I edizione del "Grande Fratello", Pietro Taricone - il "guerriero" casertano ci ha lasciati in un tranquillo giorno d'estate - ed in quella che era considerata per lui la sua più grande passione: il paracadutismo.

Non è facile in questo momento di immenso dolore trovare le parole giuste per descrive un ragazzo così "speciale" come era lui... un po' spavaldo - sempre attento alla sua forma fisica - coraggioso come solo i veri guerrieri sapevano di esserlo - con bellissimi occhi e un gran sorriso passionale che parlava da solo e da quel suo sguardo traspariva tutta la sua vera tenacia di un grande uomo...

Si era classificato 3° al Grande Fratello - pur rimanendo il vero e unico vincitore morale di quella edizione.

Non amava molto apparire in televisione e come poche persone dopo il successo ottenuto del reality aveva saputo mantenere la sua integrità senza montarsi troppo la testa... dedicandosi così alla recitazione.

Siamo vicini alla sua famiglia - alla compagna e alla figlia... e per chi scrive come noi - non è facile saper riempire le pagine per parlare di una persona che non c'è più soprattutto per chi lo conosceva.

Elencare tutta la sua carriera dopo l'uscita dal Grande Fratello diventerebbe troppo ripetitivo anche perchè tutti i giornali ne stanno parlando.

Ricordiamolo semplicemente così... con quel suo bellissimo sorriso... e quella passione che aveva nel cuore del paracadustismo che c'è lo ha portato via. Questa è la vita... e questa è la morte, difficile da comprendere, da accettare... ti senti all'improvviso investito da un dolore che non sai gestire e capire...

Un angelo meraviglioso brillerà ora in questo azzurro cielo d'estate - sarai la stella più luminosa che noi vedremo anche in mezzo a tante nuvole grigie, le tue nuove meravigliose ali avvolgeranno i tuoi cari nei momenti più duri, perchè sei morto da poche ora e già ci manchi terribilmente...

Ma non vogliamo dirti addio perchè un giorno ti rincontreremo... Ciao Guerriero!

Castello di Thun

Per la prima volta dopo circa vent'anni di restauro, sabato 17 aprile è stato inaugurato in Val di Non, nel Trentino Alto Adige, il museo castello di Thun, uno dei più bei castelli medievali del Trentino, un tempo residenza privata della nobile stirpe dei Thun e ora di proprietà della Provincia di Treno e parte del Museo del Buonconsiglio.

Il castello, situato in cima a una collina a 609 metri in bellissima posizione panoramica e strategica, sorge vicino al paese di Vigo di Ton, nei pressi di una delle principali vie di collegamento tra l'Italia e il nord Europa. Da sempre residenza simbolo di una delle più importanti famiglie trentine che ha segnato la storia del Principato vescovile di Trento, la Provincia ha deciso di aprirlo alla collettività, che d'ora in poi potrà ammirarlo in tutta la sua magnificenza, sia nelle parti esterne che, soprattutto, in quelle interne.

Per la Provincia autonoma di Trento, e in particolare per la Valle di Non, questo costituisce senza dubbio l'evento culturale più importante del 2010, considerato il valore del maniero che riporta alla luce, e soprattutto rende fruibile alla collettività, secoli di storia e arte.

Molte sono, infatti, le residenze principesche attualmente presenti sull'arco alpino, ma rare sono quelle aperte al pubblico.

Il Castello di Thun presenta una singolare peculiarità, che lo distingue dalla maggior parte delle fortezze oggi visitabili: è uno dei pochi esempi di dimora signorile appartenute a una sola famiglia, senza interruzione di continuità, dal 1267 fino ai giorni nostri, più precisamente fino al 1982, anno in cui è scomparso il suo ultimo abitante Franz Thun Hohenstein ed è stato rilevato dalla Provincia di Trento.

Così come la Val di Non gravita dal XII secolo intorno al castello, la storia di questa dimora si identifica completamente con quella dei suoi proprietari, i Thun, una famiglia di antichi feudatari vescovili che nell'arco di otto secoli passarono dall'oscurità delle origini ad acquisire posizioni di spicco nella scena politica europea.

Considerati uno dei più importanti casati del Trentino e del Tirolo, molti dei suoi esponenti divennero, infatti, principi Vescovi o ricoprirono prestigiose cariche diplomatiche, politiche, militari e religiose. Un ramo della famiglia fece addirittura fortuna in Boemia, il che contribuì non solo ad accrescere il potere dell'intera dinastia nell'ambito della scena mitteleuropea e internazionale, ma permise l'acquisizione del titolo di conti dell'Impero. Molti discendenti vivono ancora oggi tra Val di Non, Bolzano, Milano e Vienna.

Nonostante i molteplici possedimenti e feudi acquisiti nel tempo, questo maniero è rimasto sempre il cuore della stirpe e della sua storia. Le origini della fortezza risalgono al 1199, quando il principe vescovo di Trento conferì ai signori di Tono (chiamati in seguito alla tedesca Thun) la proprietà del dosso di Visione e con essa la possibilità di erigervi un castello - detto anticamente di Belvesino e poi semplicemente de Tono prima e Thun poi.

Il maniero, così come appare oggi, circondato da un complesso sistema di fortificazioni formato da torri, bastioni lunati, fossati e cammini di ronde, conserva ben poco del primitivo feudo medievale. Alla prima rocca se ne aggiunsero progressivamente altre, a testimonianza dell'enorme potere acquisito durante il Medioevo e il Rinascimento. Ampliamenti e modifiche successive si sono susseguite nei secoli rendendolo protagonista di differenti periodi evolutivi. Oggi è considerato più come un palazzo signorile e costituisce uno dei più rappresentativi esempi di architettura castellana gotica trentina e di dimora signorile arredata.

Purtroppo nel tempo il maniero ha subito, gravi spoliazioni, che hanno fatto sì che molto arredi principali andassero perduti, in particolare nel 1797 ad opera dei francesi. Alla fine dell'Ottocento il tracollo finanziario dei Thun, ad opera di Matteo Thun, avvenuta in corrispondenza al crollo del potere temporale della chiesa, che aveva contribuito a fare la fortuna del casato, obbligò alla vendita di un numero considerevole di opere d'arte, fino a che nel Novecento il castello passò al ramo boemo della famiglia, che eseguì restauri di pregio reintegrando l'ormai povero arredo.

Nelle sale si possono ammirare i raffinati arredi originali: mobili, oggetti, suppellettili e raccolte d'arte tutte possedute dalla famiglia, che ne testimoniano il rango, la ricchezza, nonché le alterne vicissitudini.

Dopo l'acquisizione nel 1992 della Provincia di Trento, il castello è stato oggetto di una complessa quanto mai articolata opera di restauro, che ha riguardato non solo la parte strutturale ma anche gli arredi e le collezioni ivi presenti e che ha coinvolto numerose sovraintendenze.

Il complesso architettonico, ora in visita, comprende il palazzo signorile, i giardini, le fortificazioni esterne ed è strutturato su tre piani. Per accedere al palazzo centrale si passa da un cortile interno superando una porta a volta su cui è presente lo stemma Thun con la data 1585 che porta all'atrio principale. Al piano terra si trovano le stanze pubbliche (Sala delle guardie, il forno del pane, la Sala del pozzo, la cappella e la sagrestia), mentre ai piani superiori si trovano quelle utilizzate dai signori. Al primo piano si trova la cucina vecchia e il vicino tinello, al secondo la Sala da pranzo e le stanze intercomunicanti. Al terzo piano da non perdere l'affascinante stanza del vescovo, sicuramente il pezzo forte della visita, resa celebre dal film di Michelangelo Antonioni "Il Mistero di Oberwald", con la sua elegante boiserie e il sontuoso soffitto che porta centralmente lo stemma, datato 1670, di Sigismodo Thun, principe vescovo di Trento e Bressanone. Degna di nota è infine la camera azzurra, che custodisce lo splendido dipinto di Guardi (Santo in adorazione dell'Eucarestia).

Gli allestimenti sono stati curati da Lia Camerlengo, Ezio Chini e Francesca Gramatica. Sono originali e sono rappresentativi delle varie collezioni possedute dalla famiglia, quali arredi con mobili, opere d'arte e suppellettili pregevoli.

Specchio del gusto della famiglia, nelle varie sale si ritrovano stili di epoche diverse che vanno dal Rinascimento al Biedermaier: secretaires, cassettoni a ribalta, stipi, comodini stile impero, stufe a olle, argenteria, porcellane, vetri, armi bianche, oltre a dipinti della scuola dei Bassano, ritratti di Giambattista Lampi, Crespi, Molteni, Garavaglia e altri ancora.

I quadri rappresentano uno spaccato dei gusti artistici dell'epoca, dal XVI secolo in poi: ritraggono molti esponenti della famiglia, oltre a nature morte, dipinti con soggetti sacri e mitologici. Della preziosa biblioteca un tempo esistente, che conta 9500 volumi nell'arco di sei secoli, e del significativo archivio, che ospita una delle collezioni di documenti più importanti della regione (di cui una metà risiede in terra boema, mentre gli altri volumi sono custoditi presso l'Archivio Provinciale di Trento) sono presenti solo alcuni testi, come ad esempio una versione rilegata a mano della Gerusalemme Liberata e un testo che cita i Thun e ne decanta l'importanza.

Il castello si presta come eccellente punto di partenza per la visita del territorio circostante e delle affascinanti attrazioni presenti in Val di Non (www.visitvaldinon.it). Il territorio offre, infatti, attrazioni turistiche per tutti i gusti - cha vanno dai trekking, alle passeggiate nei canyon, ai percorsi enogastronomici, alla visita a eremi e musei - che garantiscono la possibilità di trascorrere week end piacevoli tra natura, cultura, sapori del territorio e antiche tradizioni, in modo da poter unire l'utile al dilettevole. Il periodo ideale per pianificare una visita è in primavera, durante il periodo della fioritura dei meleti, o in autunno, in occasione della raccolta delle mele. A settembre sono previste novità espositive, tra cui la mostra della collezione di carrozze, una delle più ricche e varie del mondo.


Per informazioni

Castello del Buonconsiglio
Via Bernardo Clesio, 5 Trento
Tel. 0461 233770-492829
www.buonconsiglio.it
e-mail: info@buonconsiglio.it
Tariffe
Intera € 5
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Addio Raimondo

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Raimondo Vianello

A poche settimane dalla sua tragica scomparsa l'Italia ancora piange un grande uomo: Raimondo Vianello, ed ora a "Casa Vinello" si sono spenti per sempre i riflettori. Il 7 maggio avrebbe compiuto 88 anni, dal 4 aprile era stato ricoverato all'ospedale San Raffaele per un blocco renale e pochi giorni dopo, esattamente il 15 aprile, arriva la notizia che nessuno avrebbe voluto mai sentire: è morto Raimondo Vianello.

Lui, signore di altri tempi, garbato, fine, composto che con la sua bravura ed ironia ha saputo conquistare tutti, lascia in noi un enorme vuoto perché con la sua scomparsa si chiude un ciclo di personaggi che hanno fatto la storia della televisione italiana: come Corrado e Mike Buongiorno. "I grandi che non torneranno più".

La carriera di Raimondo Vianello inizia dal teatro di rivista alla televisione, dal cinema alla pubblicità, per lui sessant'anni di spettacolo che hanno fatto storia. Accompagnato sempre dalla stima dei suoi tanti telespettatori che in tutti questi anni lo hanno sempre seguito dai primi passi in Rai, fino all'arrivo in Mediaset alla scoperta del calcio con "Pressing".

Sarà difficile dimenticare le sue scenette strepitose e piene d'ironia nel varietà "Tante scuse" (1974), "Noi... no" (1977), dove Vianello interpreta Tarzan nella sigla-cult del varietà, "Stasera niente di nuovo" (1981), dove un indimenticabile Zorro diverte i telespettatori, fino ad arrivare a "Casa Vianello" (1988-2007), la sit-com più amata dagli italiani.

Intramontabili rimarranno le sue scene con la sua Sandra Mondaini. Ed è proprio a lei, la nostra adorata Sandra, che va ora il nostro pensiero, perché ora che il suo Raimondo non c'è più, il compagno di una vita, senza la sua spalla, come aveva detto in una ultima intervista, sarà dura. Ma il loro grande amore così puro e particolare fatto di battute non tramonterà mai.

E per molti di noi che sono cresciuti con le loro scenette, battute, sarà ora incomprensibile trovare chi potrà riempire questi enormi vuoti.

Emozioni Tridimensionali

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C'era una volta il cinema d'essaie. Quello fatto di pellicole destinate a pochi intenditori, proiettate in sale esclusive, in piccoli boduoir dalle poltrone scomode odorose di muffa e pop-corn, e con i soffitti macchiati dall'umidità. E ora c'è "Avatar", il film di James Cameron che ha incassato più di qualsiasi altro nella storia della cinematografia moderna. Il futuro.

Pensato e realizzato per essere proiettato in 3D, è stato distribuito nei più moderni impianti multisala di tutto il mondo; ancora pochi, in effetti, ma in crescita esponenziale. Si indossano gli speciali occhiali per la visione tridimensionale e in un istante tutto appare diverso: si viene scagliati direttamente nella storia, dove ogni cosa è pericolosamente vicina, più tangibile, emozionale.

L'impressione è di vivere accanto ai personaggi principali; si diventa parte integrante del mondo rappresentato sullo schermo. E' tutto più intenso: i colori, l'azione, la fotografia. Si vola, si corre, ci si arrampica, si provano vertigini, gli oggetti cadono e ci vengono incontro come fossero reali, e le immagini si imprimono con più forza nella nostra coscienza, destando forti emozioni.

"Avatar" è stata la conferma che si attendeva da tempo, e il cinema si proietta direttamente nella sua espressione più avveniristica e tecnologica, prevista da molti ma non auspicata da tutti; comunque ormai realtà.
Ma come si realizza un fotogramma in 3D? In breve, senza entrare nei particolari, possiamo dire che grazie a particolari tecniche di ripresa si ottiene una prospettiva stereoscopica delle immagini, che vengono riprodotte nella stessa modalità dei nostri occhi, quindi in modo leggermente sfalsato. Sfruttando una tecnica di proiezione particolare, che utilizza due cineprese, e usufruendo degli speciali occhiali, è quindi possibile vedere anche la profondità delle immagini.

Quindi il futuro dei cinema è tridimensionale? Nonostante le probabilità siano molte, sono ancora diversi i dubbi che impediscono il boom del 3D. Innanzitutto teniamo conto che realizzare un film in questa versione comporta costi altissimi, pertanto per ora hanno accesso a questa tecnologia solo le grosse produzioni. Cameron, Spielberg, Jackson, sono tra i fautori e i più convinti sostenitori della "nuova via", e le loro ultime realizzazioni sono state girate in questo modo.

Un fatto è che solo le pellicole di azione e avventura si prestano perfettamente alla visione tridimensionale; per le altre, probabilmente non ha molto senso. E i cinema in grado di proiettare in entrambi i modi - 2D e 3D - sono meno di quello che si crede. I costi per adeguare le strutture sono molto elevati, pertanto è prevedibile che solo i Multiplex riusciranno a far fronte alla modernizzazione degli impianti, provocando la chiusura delle sale private - anche se i costi di distribuzione delle pellicole digitali e relativo stoccaggio sono più bassi rispetto a quelle standard.

Poi c'è da dire che la visione in 3D non convince tutti gli spettatori: il senso di nausea, e comunque di disagio, causato dalla visione tridimensionale è piuttosto comune, e non può essere sottovalutato. I mal di testa post-visione sono numerosi, e causano anche dubbi sulla sicurezza degli occhiali che vengono dati in dotazione; oltretutto il costo del biglietto è più alto.

Eppure per Jeffrey Katsenberg , presidente e co-fondatore della Dreamworks, il 3D salverà il cinema, perché riuscirà nuovamente a riempire le sale che ormai da anni avvertono la crisi dovuta alla mancanza di pubblico.
Ma non si parla solo di grande schermo, già ci si sta muovendo per portare la visione tridimensionale nell'Home Entertainment: si presume che nel giro di un anno e mezzo sarà possibile fruire della visione in tre dimensioni utilizzando qualsiasi dispositivo o metodo di broadcasting a disposizione.

Si, è vero, guardare una pellicola in 3D ci proietta in un grande Luna Park, facendoci tornare bambini. Ma è anche vero che l'approccio ad un film in 3D è diverso rispetto a quello di una pellicola standard: ci si concentra sugli effetti, sull'azione, e si perde spesso e volentieri il senso della storia. Altro motivo per cui la realizzazione di un film in tre dimensioni si presta solo ad alcuni soggetti. Eppure le Major stanno investendo milioni di dollari in questo progetto, e i film in 3D in prossima uscita sono davvero numerosissimi - anche se ovviamente girati in entrambe le versioni.

Ma davvero una scena in 3D, per quanto realistica e girata in modo perfetto, potrà mai essere ricordata per decenni come le pietre miliari del panorama storico della cinematografia? Ancora ricordiamo l'addio in bianco e nero di Humphrey Bogart a Ingrid Bergman, nel meraviglioso Casablanca. Per quanto ricorderemo la battaglia di "Avatar", o le rincorse di improbabili draghetti volanti? Saranno in grado le produzioni in 3D di suscitare le stesse emozioni, a distanza di anni?
Forse anche la capacità di percezione emotiva è cambiata a tal punto, in linea con la nostra epoca leggera e sfuggente, per cui ormai non è più importante lasciare un segno nel tempo. Eppure in questo modo il cinema perderà il suo valore più importante: quello legato alla capacità evocativa di un'immagine, di un'inquadratura, di una musica; quello di sapere emozionare intensamente e costantemente nel tempo.
Oltretutto teniamo conto anche di un risvolto agghiacciante, anche se curioso, della nuova tecnologia 3D: sembra che l'industria pornografica si stia muovendo per realizzare produzioni tridimensionali... ai posteri l'ardua sentenza!

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