Lavoro... virtuale

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Lavori in corso

La società "virtuale", che tutti in qualche modo contribuiamo a far progredire o regredire, necessita di lavoro, così pare. Nel corso dei secoli con l'avvicendarsi di papati, imperi e monarchie, ciò che è rimasto immutata è la necessità dell'uomo di soddisfare le esigenze materiali e non, sue e del proprio nucleo familiare.

L'alba della civiltà ha visto l'individuo dedito alla pastorizia e all'agricoltura, si è passati dalla sapiente geometria dei campi, che la virgulta mano seminava nei secoli, fino ad una radicale trasformazione della stessa con annessi e connessi. L'humus necessario a far attecchire il perpetuo bisogno dell'individuo, altro non è che un innato desiderio di emancipazione, che lo rende al contempo vittima e carnefice. Il suo cammino, questa lenta evoluzione di darwiniana memoria, ha evidenziato una sorta di homo homini lupus, sconfinante in abissi di atrocità vessatorie e nichiliste, vedi gulag e campi di sterminio.

In fondo, il lavoro è l'elemento cardine del progresso che il fordismo ha cullato ed esportato e senza il quale la società cesserebbe di essere così come noi la conosciamo. Ma è doveroso fare dei distinguo. In primis, il lavoro senza dignità, non ha ragione d'essere. Lotte decennali non possono essere barattate, con nulla; diritti e profitto sono in simbiosi, una diversa lettura della realtà, minerebbe la credibilità di tutto il sistema. Secondo poi, è moralmente inaccettabile anteporre la logica del profitto, a priori.

La riscoperta dell'etica, oggi indispensabile, applicata con zelo e metodologia, può assicurarci nuove chances. D'altronde i casi Enron insegneranno pur qualcosa?

Il lavoro nobilita l'uomo, recita il vecchio adagio, ma quante oscenità si spacciano per tali, a qualunque latitudine, con l'ausilio di lacciuoli giuridici e connivenze politico-amministrative, i "donatori di lavoro" fasulli mecenati senza dio, approfittando di crisi endemiche, quando non strutturali e cicliche, arricchiscono il loro discutibile regno; privi di qualunque attitudine morale e sociale, intenti a perseguire con qualsiasi mezzo, il fine ultimo del loro agire, ossia il danaro.

Oggi tutto obbedisce ad una precisa direttiva consumista. Ogni cosa, nel bene e nel male, possiede una malcelata natura commerciale che cervelloni esperti di marketing, della onnisciente nomenklatura, hanno contribuito in maniera subliminale ad insinuare nelle nostre assuefatte menti.

Tutto questo sarebbe plausibile, se non ci fosse un ma. Le dolenti note cominciano proprio ora, le mire capitaliste sposano la logica ferrea del profitto, che obbedisce a rigide regole, non ascrivibili a dottrine marxiste, bensì redatte da scribi in doppiopetto sul libro paga di multinazionali che controllano merci, persone e capitali, il tutto miscelato in un cocktail di geo-politica e alta finanza dalle ramificazioni inimmaginabili.

Lobbies di potere conservatrici e autoreferenti hanno colonizzato in maniera sistematica salotti buoni, televisivi e non, stanze del potere, da dove diffondere i loro nefandi sermoni, riducendo all'impotenza i luoghi del sapere, le università.

Schiavitù, servi della gleba e caporalati erano eredità speculative di epoche estinte, forse, che brillanti operazioni di maquillage supportati da neologismi ad orologeria stanno rimpinguandone il senso, il tutto sotto l'egida di corrotti legislatori. Vittima sacrificale, come sempre, la gente comune che figlia di promesse elettorali e silenti ricatti politico-malavitosi, pur di raggiungere l'utopia del posto di lavoro sopporta qualunque angheria.


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