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Un mondo meraviglioso? No, di più.

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Mondo meraviglioso

I see trees of green, red roses too... Quando sento le prime note vado in estasi. Sì, vedo alberi verdi e anche rose rosse: e le vedo fiorire per te e per me. E come il grande Louis anch'io penso tra me... What a wonderful world! Che mondo davvero meraviglioso questo che vedo attorno a me! Che mi scorre sopra, sotto, accanto. Che mi attraversa. Il cielo blu con o senza le sue nuvole bianche che giocano a rincorrersi mi parla di immenso e mi confida la sua serenità. Ho aperto gli occhi al risveglio e questo giorno benedetto mi ha accolto a nuovi attimi di eternità. E quando la sera le palpebre si chiudono, mi sento abbracciato dalla sacra notte che immortala i sorrisi nella quiete del riposo. Scorre questo mondo meraviglioso in ogni giorno nuovo, nella novità di ciò che è da sempre.

"Illusione - mi grida una voce! Cocente ingenuità da bambini. Mancanza di adulto realismo. O semplice stupidità".
È la voce del mio passato, la riconosco. Ogni tanto torna a farsi sentire, soprattutto quando viene in qualche modo rianimata da un occasionale fotogramma televisivo. D'altro canto, il mondo dei telegiornali o delle cronache dei quotidiani non sembra piuttosto un letamaio? Una maleodorante discarica che raccoglie gli scarti e gli avanzi di un'umanità fatta di cattiveria, vanità e ipocrisia?

Tempo fa, quando ancora vivevo da disadattato nel passato, alzavo alto lo scudo della ragione e della religione e mi spiegavo le miserie umane con parole come fragilità, colpa, ignoranza.
Insomma, la mia idea era che il mondo nel quale vivevo era in sostanza una cosa buona, perché il Dio che lo aveva fatto voleva farne un paradiso. Qualcosa doveva essere andato storto nei piani perché qualcuno ci ha messo lo zampino. Intendiamoci però, malgrado l'inferno di Dante sia un capolavoro che amo molto, non ho mai creduto a satanasso e ai suoi amici, né alle grigliate di carne umana quale punizione. Ritenevo semplicemente che il fatto di essere dotato di libero arbitrio, l'uomo (e anche la donna) potesse decidere delle sue azioni, nel bene e nel male. E per quanto il bene alla fine ne sarebbe uscito vincitore, il male era una realtà evidente con cui convivere oggi.

Consideravo questa mia visione delle cose realistica: non spiegava tutto, ma quanto meno restava nel buon senso. In equilibrio, lontano da una parte dai pessimisti che vedevano solo male e dall'entusiasmo fumato dall'altra. Pur con il rispetto del sentire di tutti, la mia prospettiva salvava capra e cavoli. Buoni e cattivi stanno insieme come il grano e la zizzania fino alla mietitura. Poi quel che sarà, sarà. E il trionfo della giustizia premierà i buoni e punirà i cattivi. Quelli, tanti, di cui instancabilmente la televisione e i giornali mi raccontavano ogni giorno. E subito di buon mattino, per aggiornarmi il prima possibile che anche in quel giorno qualche cattivo aveva già fatto delle balordaggini. E si pensava di darmi un servizio mentre si alimentava la mia rabbia, l'impotenza, la critica, il pessimismo. E ogni sera mettevo il giorno trascorso tra gli innumerevoli altri ad aumentare il volume della mia insoddisfazione.

Poi sono cresciuto. Ho imparato dal grande Lao Tze che "fa più rumore un solo albero che cade che un'intera foresta che cresce". Mi sono sentito più sereno. Da Nietzsche ho appreso che i giornali sono il "vomito mattutino". Meglio allora una dieta diversa, con una colazione proteica immersa nella meditazione. Ho spento la televisione. Mi si è acceso il cuore. Lui ha dato una luce nuova agli occhi. Loro hanno benedetto la Vita.
Allora ho cominciato a vedere e sentire la foresta che cresceva.
Dentro di me.

Da allora vedo che i colori dell'arcobaleno così belli nel cielo sono anche sui volti della gente che passa. Sono attento ai sorrisi che mi passano accanto: sono più di quanto avessi mai immaginato. Sono gli infiniti sguardi dell'unica Presenza. Quando vedo amici che si stringono la mano e domandano "come va?" sento in quelle parole le vibrazioni dell'amore che impasta i sentimenti che le genera. In realtà si stanno dicendo "ti voglio bene".

Certo, sento anche i bambini piangere. Li guardo crescere.
Impareranno molto di più di quanto io potrò mai sapere. E allora penso tra me... che mondo meraviglioso!
Louis Armstrong è meraviglioso! La sue parole, la sua tromba. Un riflesso della melodia cosmica. Meravigliosi sono tutti gli uomini di ieri e di oggi. Di ogni latitudine. Si può sfottere sportivamente la tifoseria avversaria, ma non esistono i bastardi dentro. Tutti in questo mondo hanno un nome che declina bellezza.

E se qualcuno ha fatto o fa qualcosa che meraviglioso proprio non sembra, è perché nessuno forse gli ha detto mai quanto arcobaleno c'è nel suo cuore.
Io non sono così sapiente da essere certo che l'uomo per natura è buono e che è la società che lo corrompe. Ma questa visione mi piace: innalza l'uomo nella sua essenza.
Libera da colpe, peccati, punizioni. E risentimenti.
Colpevole è la società? No. Non ci sono colpevoli. Ci sono solo smemorati. C'è talvolta il collettivo oblio della divinità dell'uomo. Della sua intangibilità. Della sua bellezza. Della sua appartenenza all'energia dell'Universo amico.
Ma non si tratta di salvare la società. Nessuna crociata. Solo infinita magnanimità verso tutti. E ripartire da se stessi. In fondo è il nostro sguardo che fa la differenza.
Quello degli occhi. E quello del cuore.
Ha proprio ragione Anaïs Nin: "Noi non vediamo le cose per come sono, ma per come siamo".
Vado alla finestra, guardo il cielo amico. Sorrido in silenzio e penso tra me... Sì, è proprio un mondo meraviglioso.

Quotidiano vs iPad: rischi e vantaggi dei nuovi media

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Quotidiano vs iPad: rischi e vantaggi dei nuovi media

"Il giornalismo ieri, oggi e domani: analisi delle nuove forme di comunicazione, tra rischi e vantaggi". È stato questo il tema discusso da Giuseppe Testa, giornalista e scrittore siciliano di fama nazionale, durante l'incontro con venticinque giovani aspiranti giornalisti nelle sale della facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Catania.

Una penna dal grosso calibro che ha incuriosito i presenti da subito attenti e pieni di curiosità. «Cos'è l'informazione? - è stata la prima domanda posta da Testa ai giovani - Non è altro che un prodotto».

In effetti, non si da informazione se non all'interno di una "confezione". Per differenziarsi da una banale comunicazione, l'informazione deve essere confezionata, cioè inserita all'interno di un contesto determinato che cambia in base a cosa si dice, a chi ci si rivolge, al momento sociale-culturale-politico in cui ci si trova e in base a quale mezzo di comunicazione si fa uso: insomma le famose 5W di Lasswell insegnano.

Partendo da questo ragionamento Testa ha effettuato un parallelismo tra il tradizionale quotidiano e il nuovo iPad. Un vero e proprio confronto tra ieri e oggi, caratterizzato da importanti cambiamenti. Infatti, a partire dal momento in cui il primo pc è comparso all'interno di una redazione giornalistica è iniziato a venir meno l'aspetto di "manifattura" dell'informazione e con esso quell'insieme di odori e sensazioni tattili che solo un giornale cartaceo riesce a trasmettere.

E se oggi la carta del giornale viene sostituita da uno schermo digitale e il classico rumore del volta pagina cede sempre più il posto al rapido e inodore click su di un link interattivo, ecco che l'evoluzione (involuzione?) è in pieno atto.

Si tratta di «cambiamenti di "codici"», secondo il professionista siciliano, stiamo vivendo in una fase di totale confusione che porterà alla creazione di un nuovo linguaggio e a un nuovo modo di fare informazione. Che ruolo gioca a questo punto l'attendibilità? Da una parte ci sono i nuovi media che ci bombardano di notizie magari smentendole o rettificandole dopo pochi minuti, dall'altra, ci stanno i quotidiani, che invece, avendo 24h di tempo per documentarsi e accertarsi dei fatti, daranno con più probabilità notizie complete e attendibili.

Ma la velocità è la fonte primaria dello sviluppo dei nuovi media, la gente vuole sapere, ma nel minor tempo possibile. Come sarà allora l'informazione del futuro? «Ai posteri l'ardua sentenza» diceva un certo Manzoni. Così, in un'appassionante analisi dei vari casi, tra ieri oggi e domani, tra giusto e sbagliato, tra attendibile e inattendibile, tra cartaceo e virtuale Testa ha concluso il suo intervento consigliando di fare un uso intelligente delle nuove forme di comunicazione, in quanto «i nuovi media devono essere solo strumenti utili per ampliare le nostre conoscenze, ma guai se fossero la nostra unica fonte!»

La voce delle immagini

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Beslan

Piccoli cadaveri accatastati l'uno sull'altro. Buste di plastica e lenzuola sporche di sangue e terra cercano di nascondere i segni della cattiveria umana. Corpi insanguinati, mutilati, sfregiati.

Siamo a Beslan, repubblica autonoma nella federazione russa, luogo diventato tragicamente noto per il massacro avvenuto fra il 1° e il 3 settembre 2004, quando un gruppo di ribelli fondamentalisti islamici e separatisti ceceni occupò un edificio scolastico, portando alla morte centinaia di persone, fra le quali 186 bambini.

Attraverso le fotografie, abbiamo visto con i nostri occhi, bambini dagli esili corpicini straziati, con ancora il viso segnato dal terrore; abbiamo letto nei loro occhi la paura. Paura di non rivedere più i propri cari, di non poter più ritornare nelle loro case. Credo esistano casi, come questo, in cui le parole, anche le più belle, non bastino. E così, in ausilio di banali lettere, che poste l'una dopo l'altra forse risulterebbero essere soltanto segni superflui, entrano in scena le immagini.

Per Beslan come per tanti altri luoghi divenuti tragicamente palcoscenico di orrori. Immagini di stragi, omicidi, attentati. Immagini necessarie per scuotere le coscienze di tutti, immagini apparentemente mute, ma che in realtà parlano più di quanto si possa pensare. Perché quando vedi il volto straziato di una madre disperata che piange in ginocchio, su un marciapiede divenuto camera mortuaria per centinaia di bambini innocenti, mentre abbraccia il bianco cadavere del figlioletto nudo, vestito di solo sangue, sporco di terra e di ingiustizia, ti rendi conto che neanche mille parole sarebbero riuscite a farti capire cosa è successo tanto quanto quello scatto.

E' un'immagine che non ha bisogno di commento e che probabilmente non dimenticherai più. E il non dimenticare è il primo comandamento per l'uomo che sente il bisogno di tirarsi fuori dal vortice della violenza; perché certi gesti non accadano più. E perché l'uomo si vergogni di essere uomo.

Guardando le fotografie di stragi, genocidi e attentati un lungo brivido ti percorre la schiena, ti deve percorrere la schiena, capisci quanto l'uomo possa essere crudele e bastardo, e allora lì si che rifletti. Vesti i panni in prima persona di chi è diventato, suo malgrado, protagonista di una tragedia, pensi che sarebbe potuto capitare a te, a tuo figlio a un tuo caro.

Sarebbe facile occultare fotografie solo perché troppo dure: non sarebbe come se si volesse nascondere la realtà di ciò che, ormai, è accaduto? Forse è il voler far finta di niente, il voler credere che quanto accaduto sia solo la sceneggiatura di un film troppo violento a cui non vogliamo fare da spettatore. Ma anche se fa male, bisogna guardare in faccia la realtà. L'uomo ha il diritto e il dovere morale di sapere per capire. L'uomo ha bisogno di guardare con i propri occhi, per riuscire ad aprirli davvero.

Nulla accade per caso

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M. Kundera scrisse che "soltanto il caso può apparirci come un messaggio. Ciò che avviene per necessità, ciò che è atteso, che si ripete ogni giorno, tutto ciò è muto. Soltanto il caso ci parla."

Se riflettessimo sui vari eventi della nostra vita passata, osservandola da fuori, in veste di spettatori imparziali e non giudicanti, ci renderemmo conto della veridicità di questa affermazione.
Procediamo su strade che crediamo sicure, ostentando ottime capacità organizzative nella convinzione di potere pianificare la nostra quotidianità nel modo migliore, convinti di potere sempre scegliere nell'assolutezza delle nostre credenze.

In realtà la vita non corre su binari prefissati, ma subisce l'influenza di variabili che, per così dire, aggiustano il tiro delle nostre attese, e ci rendono protagonisti inermi ma attivi di quel gran laboratorio esperienziale che è la realtà che creiamo intorno a noi.

A volte capita di essere incerti in merito ad una decisione da prendere, o semplicemente non totalmente soddisfatti di ciò che si sta facendo.
A questo punto interviene il caso, in risposta ad un nostro silenzioso grido di aiuto, attraverso persone ed eventi dirompenti ed inaspettati che producono uno squilibrio nella situazione esistente, rimescolando le carte in tavola. L'imprevisto consente una risoluzione del problema in modo da noi non immaginabile, o comunque ci aiuta a progredire nella nostra evoluzione personale.

Il fenomeno della casualità è stato attentamente studiato da fisici e psicologi, ed approfondito da Jung, che gli ha attribuito il nome di "Sincronicità". A tutti è capitato di incontrare delle persone, o di vivere particolari eventi, che ci hanno cambiato il corso della vita. Si tratta spessissimo di individui che difficilmente resteranno a lungo al nostro fianco, ma l'incontro lascerà un segno indelebile. Può anche trattarsi di una musica, di un film, di un libro o un articolo di giornale; oppure di una malattia, un incidente, comunque di un qualcosa di imprevedibile e incontrollabile.

Ma certo è che dopo l'evento sincronistico non saremo più gli stessi.

Il caso è la strategia che la vita utilizza per ricreare un nuovo ordine naturale, quando è preesistente uno squilibrio che deve essere risolto.
L'essere umano, per sua natura, tende all'equilibrio, ed è solo grazie ad eventi fortuiti e apparentemente casuali che ci si può di nuovo allineare, anche se la strada di certo non sarà quella percorsa fino ad ora.

Nelle relazioni questo fenomeno è ancora più evidente. In periodi di passaggio o di confusione attiriamo esattamente le persone che ci forniscono le risposte che il nostro subconscio richiede.Anche, e soprattutto, quando la relazione è difficile e sofferta, in realtà offre l'opportunità per comprendere meglio noi stessi e per evolvere.
Perché questo avvenga è necessario però non sviluppare attaccamento alla situazione e all'individuo, ed essere umilmente disposti ad accettare una visione più metafisica del rapporto.

Vivere con la consapevolezza che l'ignoto, che solitamente ci fa molta paura, può offrire soluzioni insperate a situazioni apparentemente senza via di uscita, ci permetterebbe di accogliere ogni "cambiamento di rotta" con uno stato d'animo sereno e propositivo, che migliorerebbe e vivacizzerebbe la qualità della nostra esistenza.

Fonti: "La necessità del caso" di Jean Francois Vezina

Una fiaba importante

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La principessa e la rana

Le favole Disney mi appassionano da sempre, e tra un fratello più piccolo e l'esperienza di baby sitter ho potuto portare avanti con tranquillità la tradizione "guarda tutti i cartoni animati esistenti".

Recentemente ho avuto modo di guardare "La principessa e il ranocchio" e, devo essere sincera, mi aspettavo la solita favoletta classica basata sugli stessi banali elementi e con la solita morale trita e ritrita: l'amore vince su tutto, nella vita si possono superare tutti gli ostacoli, eccetera.

Naturalmente, questa storia non è da meno: amore, magia, amicizia, qualche intoppo ma con lieto fine assicurato; eppure, al tutto è stato aggiunto un nuovo aspetto che mi ha colpita e soddisfatta molto: il realismo.

Tiana non è una principessa, è una cameriera (nell'immagine porta una corona e un sontuoso abito perchè si trova ad un ballo in maschera; il rospo stesso cade "nel tranello") e non sogna certo il principe azzurro, anzi: il suo unico desiderio fin da bambina è poter aprire il ristorante che lei e suo padre progettavano di comprare da sempre. Ora il papà è morto, ma Tiara fa ben due lavori e doppi turni per risparmiare, rinunciando alla propria adolescenza, in attesa che il sogno si avveri.

Quando si imbatte nel principe trasformato in ranocchio da un uomo malvagio amante del Woo-Doo che vuole impossessarsi di tutta New Orleans - esatto, niente luoghi "lontani lontani" - lo bacia, perchè solo così il principe potrà ritornare umano e darle come ricompensa la somma mancante per comprare il famoso ristorante. Ma Tiara non è una vera principessa, così viene trasformata lei stessa in ranocchia, e i due cominciano un'avventura insieme ad altri amici, un coccodrillo e una lucciola, per poter trovare una soluzione ai loro problemi.

Il finale? I due si innamorano, ovviamente, ma con qualche colpo di scena e, soprattutto, con un messaggio forte e chiaro: per ottenere ciò che vuoi devi lavorare duro per tutta la vita - il viziato principe capirà che non si può vivere sulle spalle degli altri - e non affidarsi esclusivamente al destino, ma agire.

Questo è un argomento piuttosto rivoluzionario nelle fiabe, perchè da che mondo è mondo l'unico problema che avevano protagonisti di queste storie era quello di trovare, e quindi conquistare, il vero amore; dopo di che, la vita tornava ad essere rosea.
D'accordo, sono pur sempre favole per bambini e abbiamo già incontrato personaggi come Aladdin, Biancaneve e Cenerentola, che partendo dalla miseria sono riusciti ad arrivare alla ricchezza e felicità, accanto all'amore della propria vita; però non ci riuscivano da soli, bensì sposavano la/il reale di turno.
Tiara, invece, alla fine ce la fa con le proprie forze, e il principe lavora con lei al ristorante, coltivando la propria passione per la musica.

Sono del parere che per i bambini sia molto più educativo un racconto del genere, che mostra tutte le sfaccettature della vita, con tutti i suoi alti e bassi e con tutte le delusioni che ne possono derivare, piuttosto che favole dove va sempre tutto bene perchè esiste la fata buona che risolve tutto.

Ecco, "La principessa e il ranocchio" è il giusto compromesso tra realtà e immaginazione, tra vita vera e favola, tra i "soliti insegnamenti" - come ad esempio quello di inseguire sempre i tuoi propri senza arrendersi - e quelli invece più nuovi.

A questo capolavoro Disney non sono mancate le polemiche: come si può notare, Tiara è una ragazza di colore; non è questo il problema, ovviamente - abbiamo già visto principesse russe, indiane, cinesi - bensì il fatto che il principe sia invece bianco. Personalmente, non trovo giuste queste critiche. Quello che si voleva dimostrare mettendo fianco a fianco due persone di origine diversa non è che "è meglio sposare un bianco", anzi, che le persone di colore - rosse, gialle, nere, non ha importanza - non devono per forza relazionarsi solo con persone di colore, e che quelle bianche non devono innamorarsi esclusivamente di altre persone bianche.

L' argomento "pelle diversa" non è stato minimamente sfiorato per tutto il corso della storia, dato che i due capiscono di amarsi quando sono rane, e sempre da rane si sposano; inoltre, la storia non era improntata sull'amore che può nascere tra due persone di provenienza differente (come lo era Pochaontas al suo tempo): infatti la normalità e semplicità con la quale i due protagonisti si innamorano lascia intendere che non sia assolutamente una cosa strana o coraggiosa, ma semplicemente possibile, se solo non ci si pensa. Com'è giusto che sia.

Posso soltanto consigliare questa fiaba secondo me davvero meritevole sia ai piccoli che ai grandi; una storia originale e importante, profonda al punto giusto, che dà modo di riflettere sulla vita.

Reality Show: leggere attentamente il foglietto illustrativo

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reality

Reality show: evoluzione o involuzione della televisione? Sebbene questo genere di programma sia presente nella scena televisiva sin dagli arbori della Tv, esso ha iniziato a riscuotere successo solo verso la fine degli anni 1990.

Case super accessoriate, isole deserte, fattorie e beauty-farm, sono solo alcune delle location dei reality show più conosciuti in Italia. Gente comune, ma non solo, pronta a convivere per un tempo prolungato, in situazioni in genere frustanti, sotto l'occhio vispo di una telecamera 24 ore su 24 ore.

Si tratta, infatti, di spettacoli che, se si prende per buona la traduzione dall'inglese, dovrebbero essere uno spaccato della vita reale. Ma il giornalista e scrittore statunitense Steven Johnson, nel libro "Tutto quello che fa male ti fa bene", scrive che si tratta, tuttavia, di un'autenticità effimera che di solito svanisce velocemente nella consapevolezza che la telecamera, da qualche parte, c'è.

È molto difficile, infatti, poter pensare che chiunque davanti alle telecamere, consapevole dei milioni di spettatori davanti alla Tv, possa essere spontaneo e comportarsi come a casa propria. Ma qual è allora il motivo di un così tanto successo?

Secondo alcuni sondaggi c'è chi segue i reality solo per il gusto di osservare altri esseri umani che cercano disperatamente di orientarsi in un contesto nuovo e che poi partecipa con monologhi interiori che diventano spesso materiale di conversazione e di discussione, una vera e propria identificazione visto che per alcuni, i reality show, costringono lo spettatore a riflettere sui propri comportamenti e valori.

C'è, poi, chi sostiene che questo genere di spettacolo risvegli gli istinti "voyeristici" che ogni essere umano ha nella propria personalità. Ridere davanti a qualcuno che dice buffonate, commuoversi o prendere le difese di qualcuno che piange o parteggiare tra due litiganti, sono condizioni che hanno sempre destato grande interesse nell'essere umano.

La rissa, la lacrima, l'ignoranza, la ridicolaggine dunque piacciono. Ma il pubblico si divide in favorevoli e contrari. Infatti, non manca chi, invece, critica aspramente tutto ciò e considera questo genere di spettacolo una vera offesa al buon costume.

E così, girando la medaglia, i reality show sembrano essere una somma perversa di tutti i mali della società: istigano all'esibizionismo, indulgono in una rappresentazione stereotipata dei ruoli sociali, propongono modelli basati sulla competitività a tutti i costi.

E quali sono le conseguenze? Secondo uno studio americano, ad esempio, i reality in tv insinuerebbero, in chi li segue, il desiderio di ricorrere ad interventi chirurgici a causa dell'eccessiva importanza che si dà all'apparenza e alla perfezione, ma tra gli effetti collaterali compaiono anche l'emulazione, l'identificazione, l'egoismo e la sete di successo.

Il pettirosso, l'ingegnoso thriller nordico

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Il pettirosso

Jo Nesbø è l'ennesima dimostrazione di ciò di cui sono profondamente convinta da mesi: gli autori scandinavi hanno una marcia in più per quanto riguarda la stesura di racconti gialli.
A "lanciare l'allarme" per primo è stato forse lo svedese Stieg Larsson con la sua Millennium Trilogy: Uomini che odiano le donne, La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta (nell'ordine, in lingua originale: Män som hatar kvinnor, Flickan som lekte med elden e Luftslottet som sprängdes).

Da questa famosa trilogia sembra essere scoppiato un vero e proprio boom, un'esplosione di thriller "piovuti" dai paesi nordici, in particolare da Svezia e Norvegia. Alcuni esempi li troviamo con gli svedesi Camilla Läckberg (La principessa di ghiaccio), Henning Mankell (Le indagini del commissario Wallander, L'uomo inquieto, Assassino senza volto, La falsa pista, e molti altri), Åsa Larsonn (con la serie di Rebecka Martinsson; il suo giallo Tempesta solare ha letteralmente catturato Stieg Larsson), ma anche John Ajvide Lindqvist, Lisa Marklund, Leif GW Persson, Kjell Ola Dahl, Arne Dahl, Kjell Eriksson, Jan Wallentin e il questa volta norvegese Jo Nesbø.

Finora non ho avuto modo di leggere tutti questi gialli nordici, ma per fortuna ho potuto iniziare da un thriller che definirei praticamente perfetto, talmente fitto e complicato da sembrare opera di un vero e proprio genio. Il thriller di cui sto parlando, il cui autore è per l'appunto Nesbø, si intitola Il pettirosso ed è stato fortemente sostenuto dalla critica per la sua trama coinvolgente e tessuta a regola d'arte.

Harry Hole è un semplice investigatore che lavora per la polizia di Oslo, ma per circostanze più o meno fortuite si ritrova promosso a commissario del POT e, sempre per caso, si imbatte in un mistero che lui solo sembra voler risolvere: sui monti intorno ad Oslo sono stati ritrovati alcuni bossoli di un fucile tedesco molto raro e molto prezioso, il Märklin, la cui improvvisa apparizione in zona farebbe pensare alla presenza di un seiral killer. Chi altro potrebbe volere quel fucile così terribilmente caro (si parla di diecimila corone), se non per portare a termine un progetto ben congegnato di omicidi?

A conferma dell'ipotesi di Hole, si innesca una complicata catena di morti, apparentemente non legate tra loro, ma che vedono implicate le forze neonaziste e un intermediario ben mimetizzato all'interno della società.
Quando infine gli omicidi cominciano ad essere effettuati non più con metodi grossolani, che suggerirebbero un intervento neonazista, ma proprio con l'inconfondibile fucile Märklin, Harry Hole inizia un'indagine attraverso il passato, un'indagine che lo porterà a scoprire tradimenti, amicizie e amori che vengono portati avanti dalla seconda guerra mondiale in poi, e che sono la causa determinante degli omicidi in serie.

Molto lentamente, e perdendo quasi tutto, Hole si addentrerà in verità nascoste, modificate, mascherate, che nessuno vorrebbe mai scoprire.

Questo è un thiller che sa alternare ed equilibrare perfettamente la personalità dei protagonisti sullo sfondo della trama, senza mai essere scontato; una storia che sa dosare sentimenti e atrocità, nozioni storiche, geografiche, politiche e sociali in modo davvero notevole, rivelando il lungo, appassionato e scrupoloso lavoro dell'autore. (Non c'è che dire, vorrei scrivere come Jo Nesbø!).

Il motivo del titolo va cercato accuratamente tra le righe del libro: più volte, spremendomi le meningi, ho creduto di essere giunta ad una conclusione, di aver avuto un'illuminazione al riguardo, ma il significato continuava a sfuggirmi, come se questo uccello fosse un semplice dettaglio che accompagna il protagonista per tutto il corso delle vicende, comparendo sporadicamente, e nulla di più.

Forse non esiste una spiegazione oggettiva, forse ogni lettore può farsi una sua idea, ma secondo me il pettirosso, collocato in questo preciso contesto, è utilizzato come il puro simbolo dell'amicizia, dell'affetto e del ricordo, che ogni tanto torna ad accarezzarci, che si ha delle persone care.

Un modo per non dimenticare, ma soprattutto per non arrendersi.

Lanvin loves H&M

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Questo periodo dell'anno è forse il mio preferito per gli acquisti, perché la stagione mi permette di vestirmi a strati e coordinare tutti i pezzi del guardaroba, dalla canotta alla sciarpa sopra il cappotto.

Uno dei momenti più attesi per comprare qualcosa di nuovo e diverso dal solito è di sicuro l'uscita annuale nei negozi della capsule collection di H&M, con la sua consueta collaborazione con gli stilisti di alta moda, che per l'occasione si fanno accessibili nei prezzi, senza però perdere in qualità.

Quest'anno è il turno di Lanvin, con il designer Alber Elbaz, la cui collezione era stata presentata in anteprima alla Vogue's Fashion Night Out dello scorso 9 settembre, e che sarà disponibile nei negozi a partire dal 23 novembre.

Si tratta di quindici capi femminili e sette maschili. Qui li potete vedere nel video ufficiale Lanvin for H&M Look Book. La collezione gioca sull'intramontabile petite robe, in questo caso non solo nera, ma anche fucsia, blu, giallo canarino e a stampa animalier. I materiali sono il tulle, il pizzo, la seta lucida a balze.

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I trench doppiopetto e le giacche dal taglio maschile si portano su t-shirt a stampa cartoon e su gonne drappeggiate. Divertenti anche i gioielli in plastica colorata, con le perle, i fiori metallizzati, le catene. Eccessivi ma capaci di spezzare il "solito" nero che ci accompagna per tutto l'inverno. Per non parlare delle scarpe: altissime, lucide, a punta, ricoperte di fiocchi o leopardate.

Sul blog Fashionologie trovate le foto di tutti i capi. E se nella ressa che ci sarà nei negozi il giorno dell'uscita della collezione non riuscirete a puntare in alto, cercate di portarvi a casa almeno questo.

Il legame di Vanessa Duriès

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Il legame
Scheda del libro
  Editore   Aliberti editore
  Autore   Vanessa Duriès
  Pagine   124
  Formato   14 x 21
  Prezzo   € 14,00
  Valutazione   
  Sito web   www.alibertieditore.it


Contenuto del libro


Il legame

Novella "O", Vanessa Duriès è un'icona del sadomaso, sia per essere l'autrice de "Il legame", libro culto della letteratura erotica osannato dalla critica e tradotto in una decina di paesi, sia per la sua tragica scomparsa a soli ventun anni. La sua morte prematura ha contribuito a renderla un personaggio leggendario.
Racconto sconcertante di passione e di dolore, il libro narra l'amore paradossale di Vanessa Duriès per Pierre, il suo primo amante che l'ha iniziata alla dominazione. Introdotta sin dalla sua prima esperienza sessuale in un universo erotico estremo, Vanessa Duriès analizza perfettamente il legame che unisce, nella sofferenza e nell'umiliazione, la schiava al suo Padrone. Ciò che può apparire scioccante nelle sedute di dominazione diviene, per Vanessa, una naturale e indiscutibile prova della sua passione amorosa.


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