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Castello di Thun

Per la prima volta dopo circa vent'anni di restauro, sabato 17 aprile è stato inaugurato in Val di Non, nel Trentino Alto Adige, il museo castello di Thun, uno dei più bei castelli medievali del Trentino, un tempo residenza privata della nobile stirpe dei Thun e ora di proprietà della Provincia di Treno e parte del Museo del Buonconsiglio.

Il castello, situato in cima a una collina a 609 metri in bellissima posizione panoramica e strategica, sorge vicino al paese di Vigo di Ton, nei pressi di una delle principali vie di collegamento tra l'Italia e il nord Europa. Da sempre residenza simbolo di una delle più importanti famiglie trentine che ha segnato la storia del Principato vescovile di Trento, la Provincia ha deciso di aprirlo alla collettività, che d'ora in poi potrà ammirarlo in tutta la sua magnificenza, sia nelle parti esterne che, soprattutto, in quelle interne.

Per la Provincia autonoma di Trento, e in particolare per la Valle di Non, questo costituisce senza dubbio l'evento culturale più importante del 2010, considerato il valore del maniero che riporta alla luce, e soprattutto rende fruibile alla collettività, secoli di storia e arte.

Molte sono, infatti, le residenze principesche attualmente presenti sull'arco alpino, ma rare sono quelle aperte al pubblico.

Il Castello di Thun presenta una singolare peculiarità, che lo distingue dalla maggior parte delle fortezze oggi visitabili: è uno dei pochi esempi di dimora signorile appartenute a una sola famiglia, senza interruzione di continuità, dal 1267 fino ai giorni nostri, più precisamente fino al 1982, anno in cui è scomparso il suo ultimo abitante Franz Thun Hohenstein ed è stato rilevato dalla Provincia di Trento.

Così come la Val di Non gravita dal XII secolo intorno al castello, la storia di questa dimora si identifica completamente con quella dei suoi proprietari, i Thun, una famiglia di antichi feudatari vescovili che nell'arco di otto secoli passarono dall'oscurità delle origini ad acquisire posizioni di spicco nella scena politica europea.

Considerati uno dei più importanti casati del Trentino e del Tirolo, molti dei suoi esponenti divennero, infatti, principi Vescovi o ricoprirono prestigiose cariche diplomatiche, politiche, militari e religiose. Un ramo della famiglia fece addirittura fortuna in Boemia, il che contribuì non solo ad accrescere il potere dell'intera dinastia nell'ambito della scena mitteleuropea e internazionale, ma permise l'acquisizione del titolo di conti dell'Impero. Molti discendenti vivono ancora oggi tra Val di Non, Bolzano, Milano e Vienna.

Nonostante i molteplici possedimenti e feudi acquisiti nel tempo, questo maniero è rimasto sempre il cuore della stirpe e della sua storia. Le origini della fortezza risalgono al 1199, quando il principe vescovo di Trento conferì ai signori di Tono (chiamati in seguito alla tedesca Thun) la proprietà del dosso di Visione e con essa la possibilità di erigervi un castello - detto anticamente di Belvesino e poi semplicemente de Tono prima e Thun poi.

Il maniero, così come appare oggi, circondato da un complesso sistema di fortificazioni formato da torri, bastioni lunati, fossati e cammini di ronde, conserva ben poco del primitivo feudo medievale. Alla prima rocca se ne aggiunsero progressivamente altre, a testimonianza dell'enorme potere acquisito durante il Medioevo e il Rinascimento. Ampliamenti e modifiche successive si sono susseguite nei secoli rendendolo protagonista di differenti periodi evolutivi. Oggi è considerato più come un palazzo signorile e costituisce uno dei più rappresentativi esempi di architettura castellana gotica trentina e di dimora signorile arredata.

Purtroppo nel tempo il maniero ha subito, gravi spoliazioni, che hanno fatto sì che molto arredi principali andassero perduti, in particolare nel 1797 ad opera dei francesi. Alla fine dell'Ottocento il tracollo finanziario dei Thun, ad opera di Matteo Thun, avvenuta in corrispondenza al crollo del potere temporale della chiesa, che aveva contribuito a fare la fortuna del casato, obbligò alla vendita di un numero considerevole di opere d'arte, fino a che nel Novecento il castello passò al ramo boemo della famiglia, che eseguì restauri di pregio reintegrando l'ormai povero arredo.

Nelle sale si possono ammirare i raffinati arredi originali: mobili, oggetti, suppellettili e raccolte d'arte tutte possedute dalla famiglia, che ne testimoniano il rango, la ricchezza, nonché le alterne vicissitudini.

Dopo l'acquisizione nel 1992 della Provincia di Trento, il castello è stato oggetto di una complessa quanto mai articolata opera di restauro, che ha riguardato non solo la parte strutturale ma anche gli arredi e le collezioni ivi presenti e che ha coinvolto numerose sovraintendenze.

Il complesso architettonico, ora in visita, comprende il palazzo signorile, i giardini, le fortificazioni esterne ed è strutturato su tre piani. Per accedere al palazzo centrale si passa da un cortile interno superando una porta a volta su cui è presente lo stemma Thun con la data 1585 che porta all'atrio principale. Al piano terra si trovano le stanze pubbliche (Sala delle guardie, il forno del pane, la Sala del pozzo, la cappella e la sagrestia), mentre ai piani superiori si trovano quelle utilizzate dai signori. Al primo piano si trova la cucina vecchia e il vicino tinello, al secondo la Sala da pranzo e le stanze intercomunicanti. Al terzo piano da non perdere l'affascinante stanza del vescovo, sicuramente il pezzo forte della visita, resa celebre dal film di Michelangelo Antonioni "Il Mistero di Oberwald", con la sua elegante boiserie e il sontuoso soffitto che porta centralmente lo stemma, datato 1670, di Sigismodo Thun, principe vescovo di Trento e Bressanone. Degna di nota è infine la camera azzurra, che custodisce lo splendido dipinto di Guardi (Santo in adorazione dell'Eucarestia).

Gli allestimenti sono stati curati da Lia Camerlengo, Ezio Chini e Francesca Gramatica. Sono originali e sono rappresentativi delle varie collezioni possedute dalla famiglia, quali arredi con mobili, opere d'arte e suppellettili pregevoli.

Specchio del gusto della famiglia, nelle varie sale si ritrovano stili di epoche diverse che vanno dal Rinascimento al Biedermaier: secretaires, cassettoni a ribalta, stipi, comodini stile impero, stufe a olle, argenteria, porcellane, vetri, armi bianche, oltre a dipinti della scuola dei Bassano, ritratti di Giambattista Lampi, Crespi, Molteni, Garavaglia e altri ancora.

I quadri rappresentano uno spaccato dei gusti artistici dell'epoca, dal XVI secolo in poi: ritraggono molti esponenti della famiglia, oltre a nature morte, dipinti con soggetti sacri e mitologici. Della preziosa biblioteca un tempo esistente, che conta 9500 volumi nell'arco di sei secoli, e del significativo archivio, che ospita una delle collezioni di documenti più importanti della regione (di cui una metà risiede in terra boema, mentre gli altri volumi sono custoditi presso l'Archivio Provinciale di Trento) sono presenti solo alcuni testi, come ad esempio una versione rilegata a mano della Gerusalemme Liberata e un testo che cita i Thun e ne decanta l'importanza.

Il castello si presta come eccellente punto di partenza per la visita del territorio circostante e delle affascinanti attrazioni presenti in Val di Non (www.visitvaldinon.it). Il territorio offre, infatti, attrazioni turistiche per tutti i gusti - cha vanno dai trekking, alle passeggiate nei canyon, ai percorsi enogastronomici, alla visita a eremi e musei - che garantiscono la possibilità di trascorrere week end piacevoli tra natura, cultura, sapori del territorio e antiche tradizioni, in modo da poter unire l'utile al dilettevole. Il periodo ideale per pianificare una visita è in primavera, durante il periodo della fioritura dei meleti, o in autunno, in occasione della raccolta delle mele. A settembre sono previste novità espositive, tra cui la mostra della collezione di carrozze, una delle più ricche e varie del mondo.


Per informazioni

Castello del Buonconsiglio
Via Bernardo Clesio, 5 Trento
Tel. 0461 233770-492829
www.buonconsiglio.it
e-mail: info@buonconsiglio.it
Tariffe
Intera € 5
Ridotta € 3

Azienda per il Turismo Val di Non
Via Roma, 21 - 3813 Fondo
Tel. 0463-830133 - Fax: 0463 -830161
www.visitvaldinon.it - e-mail: info@visitvaldinon.it

Aids: una malattia dimenticata

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Sembrerebbe sparita, debellata, sconfitta, se consideriamo che della malattia del secolo se ne parla ormai pochissimo, quasi più. Come se avesse cessato di essere una minaccia. Come se non ci facesse più paura.
Oggi parliamo di influenza A/H1N1 (febbre suina), siamo terrorizzati dagli effetti dell'inquinamento della terra e dei nostri mari, persino gli Ogm ci inquietano a dismisura e tormentano i nostri sogni.

Ma davvero la Sindrome da Immunodeficienza Acquisita che ha mietuto milioni di vittime a partire dai primi anni ottanta è stata debellata? Parliamo di 25 milioni di casi in venticinque anni.
No, il pericolo purtroppo non è passato, e se da un lato si affacciano nuove terapie che fanno ben sperare per il futuro, dall'altro la morsa del contagio non cessa a desistere. Anzi: in Italia si registrano ogni anno oltre 4.000 nuovi casi, dato oltretutto in difetto se consideriamo che non tutte le regioni sono monitorate dal Ministero della Salute.

In termini di prevenzione l'Italia risulta essere al ventisettesimo posto (su ventinove paesi), e le sporadiche campagne di divulgazione, quando vengono avviate, troppo spesso sono inadeguate e inefficaci.
Il nostro Paese deve fare in conti con un moralismo dilagante che impedisce la corretta informazione alle fasce più a rischio: tra i giovani dilagano un'incertezza e un'ignoranza davvero preoccupanti, come se l'Aids fosse una malattia inventata, lontana, impossibile da contrarre; come se riguardasse sempre "gli altri".

Eppure oggi più che mai - e i dati rilevati dall'osservatorio della città di Milano ne sono la dimostrazione più evidente - la Sindrome da Immunodeficienza conferma di essere pericolosa e mortale come in passato.
In casa non se ne parla, come anche a scuola: la maggioranza degli organismi preposti all'educazione dei nostri ragazzi evitano di affrontare le problematiche legate al sesso, alla contraccezione e ai rischi del contagio.
Il risultato è che la diagnosi dei nuovi casi avviene frequentemente senza riuscire a comprendere come la trasmissione del virus sia avvenuta, e purtroppo spesso quando è troppo tardi per consentire di intervenire in modo tempestivo.
Ed è questo il problema: perché l'immediatezza dell'accertamento può salvare la vita. E' qui che la terapia dà il suo meglio, e consente di avere riscontri efficaci. Dopo, diventa tutto più difficile.

E l'Aids si contrae esattamente come venticinque anni fa: la trasmissione tra tossicodipendenti, con lo scambio di siringhe infette, è leggermente diminuita; ma sono aumentati incredibilmente i casi di contagio tramite rapporti sessuali non protetti. L'uso del preservativo è ancora un tabù soprattutto tra i giovanissimi, e questo ci deve fare davvero riflettere.
L'informazione è un dovere delle Istituzioni, che non possono permettersi di farsi influenzare dal falso perbenismo cattolico che impedisce di pianificare i giusti interventi per combattere contro un nemico che continua a mietere vittime su vittime.

E allora, un giorno, forse davvero potremo dire: "ormai di Aids non si muore più"...

Informazioni utili:
www.lilamilano.it
centralino Informativo Aids: dal lunedì al venerdì si può telefonare al numero 02 58103515
www.lila.it/lilachat/category-view.asp
www.arche.it
www.npsitalia.net
www.aegis.com

Addio Raimondo

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Raimondo Vianello

A poche settimane dalla sua tragica scomparsa l'Italia ancora piange un grande uomo: Raimondo Vianello, ed ora a "Casa Vinello" si sono spenti per sempre i riflettori. Il 7 maggio avrebbe compiuto 88 anni, dal 4 aprile era stato ricoverato all'ospedale San Raffaele per un blocco renale e pochi giorni dopo, esattamente il 15 aprile, arriva la notizia che nessuno avrebbe voluto mai sentire: è morto Raimondo Vianello.

Lui, signore di altri tempi, garbato, fine, composto che con la sua bravura ed ironia ha saputo conquistare tutti, lascia in noi un enorme vuoto perché con la sua scomparsa si chiude un ciclo di personaggi che hanno fatto la storia della televisione italiana: come Corrado e Mike Buongiorno. "I grandi che non torneranno più".

La carriera di Raimondo Vianello inizia dal teatro di rivista alla televisione, dal cinema alla pubblicità, per lui sessant'anni di spettacolo che hanno fatto storia. Accompagnato sempre dalla stima dei suoi tanti telespettatori che in tutti questi anni lo hanno sempre seguito dai primi passi in Rai, fino all'arrivo in Mediaset alla scoperta del calcio con "Pressing".

Sarà difficile dimenticare le sue scenette strepitose e piene d'ironia nel varietà "Tante scuse" (1974), "Noi... no" (1977), dove Vianello interpreta Tarzan nella sigla-cult del varietà, "Stasera niente di nuovo" (1981), dove un indimenticabile Zorro diverte i telespettatori, fino ad arrivare a "Casa Vianello" (1988-2007), la sit-com più amata dagli italiani.

Intramontabili rimarranno le sue scene con la sua Sandra Mondaini. Ed è proprio a lei, la nostra adorata Sandra, che va ora il nostro pensiero, perché ora che il suo Raimondo non c'è più, il compagno di una vita, senza la sua spalla, come aveva detto in una ultima intervista, sarà dura. Ma il loro grande amore così puro e particolare fatto di battute non tramonterà mai.

E per molti di noi che sono cresciuti con le loro scenette, battute, sarà ora incomprensibile trovare chi potrà riempire questi enormi vuoti.

Emozioni Tridimensionali

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C'era una volta il cinema d'essaie. Quello fatto di pellicole destinate a pochi intenditori, proiettate in sale esclusive, in piccoli boduoir dalle poltrone scomode odorose di muffa e pop-corn, e con i soffitti macchiati dall'umidità. E ora c'è "Avatar", il film di James Cameron che ha incassato più di qualsiasi altro nella storia della cinematografia moderna. Il futuro.

Pensato e realizzato per essere proiettato in 3D, è stato distribuito nei più moderni impianti multisala di tutto il mondo; ancora pochi, in effetti, ma in crescita esponenziale. Si indossano gli speciali occhiali per la visione tridimensionale e in un istante tutto appare diverso: si viene scagliati direttamente nella storia, dove ogni cosa è pericolosamente vicina, più tangibile, emozionale.

L'impressione è di vivere accanto ai personaggi principali; si diventa parte integrante del mondo rappresentato sullo schermo. E' tutto più intenso: i colori, l'azione, la fotografia. Si vola, si corre, ci si arrampica, si provano vertigini, gli oggetti cadono e ci vengono incontro come fossero reali, e le immagini si imprimono con più forza nella nostra coscienza, destando forti emozioni.

"Avatar" è stata la conferma che si attendeva da tempo, e il cinema si proietta direttamente nella sua espressione più avveniristica e tecnologica, prevista da molti ma non auspicata da tutti; comunque ormai realtà.
Ma come si realizza un fotogramma in 3D? In breve, senza entrare nei particolari, possiamo dire che grazie a particolari tecniche di ripresa si ottiene una prospettiva stereoscopica delle immagini, che vengono riprodotte nella stessa modalità dei nostri occhi, quindi in modo leggermente sfalsato. Sfruttando una tecnica di proiezione particolare, che utilizza due cineprese, e usufruendo degli speciali occhiali, è quindi possibile vedere anche la profondità delle immagini.

Quindi il futuro dei cinema è tridimensionale? Nonostante le probabilità siano molte, sono ancora diversi i dubbi che impediscono il boom del 3D. Innanzitutto teniamo conto che realizzare un film in questa versione comporta costi altissimi, pertanto per ora hanno accesso a questa tecnologia solo le grosse produzioni. Cameron, Spielberg, Jackson, sono tra i fautori e i più convinti sostenitori della "nuova via", e le loro ultime realizzazioni sono state girate in questo modo.

Un fatto è che solo le pellicole di azione e avventura si prestano perfettamente alla visione tridimensionale; per le altre, probabilmente non ha molto senso. E i cinema in grado di proiettare in entrambi i modi - 2D e 3D - sono meno di quello che si crede. I costi per adeguare le strutture sono molto elevati, pertanto è prevedibile che solo i Multiplex riusciranno a far fronte alla modernizzazione degli impianti, provocando la chiusura delle sale private - anche se i costi di distribuzione delle pellicole digitali e relativo stoccaggio sono più bassi rispetto a quelle standard.

Poi c'è da dire che la visione in 3D non convince tutti gli spettatori: il senso di nausea, e comunque di disagio, causato dalla visione tridimensionale è piuttosto comune, e non può essere sottovalutato. I mal di testa post-visione sono numerosi, e causano anche dubbi sulla sicurezza degli occhiali che vengono dati in dotazione; oltretutto il costo del biglietto è più alto.

Eppure per Jeffrey Katsenberg , presidente e co-fondatore della Dreamworks, il 3D salverà il cinema, perché riuscirà nuovamente a riempire le sale che ormai da anni avvertono la crisi dovuta alla mancanza di pubblico.
Ma non si parla solo di grande schermo, già ci si sta muovendo per portare la visione tridimensionale nell'Home Entertainment: si presume che nel giro di un anno e mezzo sarà possibile fruire della visione in tre dimensioni utilizzando qualsiasi dispositivo o metodo di broadcasting a disposizione.

Si, è vero, guardare una pellicola in 3D ci proietta in un grande Luna Park, facendoci tornare bambini. Ma è anche vero che l'approccio ad un film in 3D è diverso rispetto a quello di una pellicola standard: ci si concentra sugli effetti, sull'azione, e si perde spesso e volentieri il senso della storia. Altro motivo per cui la realizzazione di un film in tre dimensioni si presta solo ad alcuni soggetti. Eppure le Major stanno investendo milioni di dollari in questo progetto, e i film in 3D in prossima uscita sono davvero numerosissimi - anche se ovviamente girati in entrambe le versioni.

Ma davvero una scena in 3D, per quanto realistica e girata in modo perfetto, potrà mai essere ricordata per decenni come le pietre miliari del panorama storico della cinematografia? Ancora ricordiamo l'addio in bianco e nero di Humphrey Bogart a Ingrid Bergman, nel meraviglioso Casablanca. Per quanto ricorderemo la battaglia di "Avatar", o le rincorse di improbabili draghetti volanti? Saranno in grado le produzioni in 3D di suscitare le stesse emozioni, a distanza di anni?
Forse anche la capacità di percezione emotiva è cambiata a tal punto, in linea con la nostra epoca leggera e sfuggente, per cui ormai non è più importante lasciare un segno nel tempo. Eppure in questo modo il cinema perderà il suo valore più importante: quello legato alla capacità evocativa di un'immagine, di un'inquadratura, di una musica; quello di sapere emozionare intensamente e costantemente nel tempo.
Oltretutto teniamo conto anche di un risvolto agghiacciante, anche se curioso, della nuova tecnologia 3D: sembra che l'industria pornografica si stia muovendo per realizzare produzioni tridimensionali... ai posteri l'ardua sentenza!

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