Vite spezzate

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Giovane ragazza depressa

Ragazzi che si uccidono. Per gioco, per dispetto, per noia, per rifiuto delle regole. Per paura. Se varie sono le motivazioni, il mezzo scelto è spesso comune, ed è impossibile non interrogarci sul perché di questo disprezzo e insofferenza alla vita, che come un virus, dilaga e attacca le coscienze di tanti giovanissimi senza discriminazione di razza, cultura e stato sociale.

Colpiscono le statistiche riportate dal "Times on Line", che rivela con orrore che nella poco ridente cittadina di Bridgen, nel Galles, in meno di un anno, sedici ragazzi si sono impiccati. Si conoscevano, erano amici, l'ultimo si è suicidato il giorno prima del funerale di uno di loro, dopo avere comprato il vestito per la cerimonia funebre.

La polizia indaga, e si scopre che la morte corre sul Web. I Social Network diventano strumento di aggregazione e pianificazione per giovani che decidono di porre fine alla propria vita, con l'obiettivo di lasciare un ricordo indelebile nel mondo virtuale sotto forma di monumento funerario, con la malata e distorta convinzione di conquistare l'utopica immortalità.
I ragazzi si uccidono perché vogliono vivere per sempre, senza neppure sapere cosa significhi vivere davvero nel mondo reale. Si cercano giustificazioni. La percentuale è molto alta nei paesi nordici, e si sarebbe portati a pensare che il clima influisca sullo stato psicologico degli abitanti; ma poi in realtà si scopre che anche in paesi come Trinidad i casi di suicidi giovanili sono moltissimi, quindi bisogna andare oltre.

Se tralasciamo le motivazioni di stampo religioso, che meriterebbero un'analisi a parte e ben più approfondita, e l'eutanasia legata al proprio stato di salute, intimo diritto secondo me di ogni essere vivente, navigando sul Web si scoprono associazioni che, se non istigano apertamente al suicidio, sono comunque un inno all'odio per la vita.
On line si trovano con estrema facilità suggerimenti e consigli per darsi la morte in modo indolore e sicuro. On line si organizzano suicidi collettivi, il Giappone da anni è in testa alle classifiche. On line ci si uccide in diretta, come è accaduto poco tempo fa negli Stati Uniti: un giovane studente si è tolto la vita via Web, sotto gli occhi di centinaia di utenti.

L'attimo di gloria che tutti sognano, essere famosi per quella frazione di secondo che ti rende speciale, unico, dimenticando che non ci sarai poi per goderti la notorietà, e che comunque, prima o poi, la gente ti dimenticherà, perché diverrai solo una statistica tra tante.

On line si trovano associazioni che se non spingono ad ucciderti negano comunque la vita: una per tutte, il VHEMT (Movimento per l'estinzione umana volontaria - www.vhemt.org), che estremizzando il pensiero di alcuni ambientalisti che sostengono che l'uomo distruggerà il pianeta terra, suggeriscono di autoestinguersi smettendo di procreare.
Il British Institute ha rilevato che sono più di 240 i siti internet che inneggiano al suicidio, e aiutano a realizzarlo.

E' dunque imputabile al Web l'aumento dei suicidi giovanili negli ultimi anni? Gli psicologi non concordano sull'idea di demonizzare la rete. Il problema è a monte. I giovani che si lasciano travolgere da questa spirale di morte sono ragazzi che hanno problemi a relazionarsi al di fuori dello spazio virtuale, che non hanno nessuno con cui parlare, sfogarsi, o semplicemente confidare i propri dubbi, i timori, le proprie paure. E' facile confrontarsi in rete, dove si può fingere di essere ciò che si vuole, si crea un personaggio falsamente inavvicinabile, indistruttibile e intoccabile. Si mette in scena una commedia, la caricatura di se stessi.

Perché si ha troppa paura di aprire la porta di casa e andare a socializzare in un qualsiasi luogo di aggregazione dove le persone, gli Altri, hanno un corpo, una faccia, una voce, e ti osservano, ti giudicano, magari ti colpiscono anche. Ma è questo il confronto che fa crescere, questa è la Vita. Anche se è vero che a volte è davvero difficile comprenderne il significato, e lo scopo, soprattutto quando si hanno quindici, vent'anni, e ci si sente fragili e facilmente attaccabili.

Le famiglie, gli educatori, la società in genere sono in difficoltà perché i ragazzi di oggi sembrano tutti turbati o problematici. In parte è vero, come è vero che i tempi difficili richiedono maggiore attenzione e dedizione soprattutto nei confronti degli adolescenti, sempre più confusi e introversi.
Non si tratta di mettere in analisi continua il proprio figlio, fratello, amico, allievo. Si tratta di dedicare del buon tempo a chi sembra avere una maggiore propensione alla solitudine, che nella fase adolescenziale non è quasi mai voluta, ma subita. Parlare, cercare di trovare un varco e aprire un canale per mettersi in comunicazione con chi ha un disagio. Fargli comprendere che là fuori non ci sono solo mostri cattivi, cosa che la nostra società tende ad enfatizzare, ma che la vita va vissuta in pieno e con entusiasmo, con le sue ombre e le sue luci.

E' fondamentale capire quando la chiusura va oltre il comune senso di ineguatezza legato all'età, e rischia di diventare una patologia che può portare a comportamenti autolesionisti e autodistruttivi. In questo caso bisogna rivolgersi alla famiglia, agli amici, al medico, che prenderanno le giuste precauzioni con la forma di supporto più idonea.

Ognuno di noi può avere un ruolo decisivo se si mette nella giusta predisposizione di apertura mentale ed emotiva nei confronti di coloro che sembrano necessitare di un consiglio e di un appoggio. A volte basta anche solo un sorriso di rassicurazione. Sembra poco, ma può salvare una vita. Ed evitare a chi è vicino alle vittime, perché di vittime si tratta, di vivere nell'inferno dei sensi di colpa dovuti alla incapacità di avere raccolto la silenziosa, sebbene troppo spesso urlata, richiesta di aiuto.

Fonte: www.suicidiologia.org

1 Comments

"Ragazzi che si uccidono. Per gioco, per dispetto, per noia" o per emulazione.
Mi spaventano i commenti di questi giorni su Amy Winehouse: "dieci cento mille Amy ubriache piuttosto che i Finley sobri", "come per tutti quelli del club dei 27, non sarebbero stati GRANDI senza alcol e droghe". Oltre ai fiori i fan portano pacchetti di sigarette e bottiglie di vodka,profondamente convinti che questi fossero mezzi sine qua non del successo della cantante. Nulla contro Amy, ma spieghiamo a quei ragazzi che era malata e che non avrebbe dovuto cantare "il rehab no no no", ma "si si si", perchè si può uscire da quel tunnel, si deve, anche per essere un modello per i fan.


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