November 2009 Archives

La pedofilia cambia "pelle" e diventa donna

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La pedofilia cambia pelle e diventa donna

Il numero di bambini che dice di aver subito delle molestie sessuali da parte di donne è raddoppiato negli ultimi 5 anni. ChildLine, una charity inglese che si occupa di abusi sui minori, ha confermato il trend con un aumento del 132 per cento di denunce per molestie femminili e un aumento di "appena" il 27 per cento per quelle maschili.

Questi i risultati impressionanti delle nuove statistiche pubblicate qualche giorno fa. I dati analizzati si riferiscono alla Gran Bretagna, anche se non sono sicura che il trend sia circoscritto "geograficamente".

Il presidente del centro di ascolto britannico, Esther Rantzen, afferma che le nuove statistiche smentiscono i miti comuni sugli abusi sessuali. E aggiunge che le vittime non sono solo le bambine, come molti continuano a pensare, ma anche i bambini, dei quali molto spesso abusano le stesse madri. E precisa, inoltre, che la maggior parte delle molestie ai danni delle bambine non viene commessa dai patrigni, contrariamente a quanto si crede, ma dai padri biologici.

Sicuramente, la maggior parte delle violenze sessuali viene commessa da uomini, con circa 6mila casi registrati proprio da ChildLine, ma la stessa associazione parla di oltre 2mila casi riportati, dove gli abusi sono perpetrati da donne.

I dati inquietanti confermano il caso recente di Vanessa George, la maestra di asilo, che insieme ad un'altra donna era parte di un circolo di pedofilia su internet.

Certo posso immaginare che l'aumento di denunce verso le donne possa anche essere dovuto al fatto che ora molti più bambini si rivolgono a ChildLine. Ne deriva un aumento del numero di abusi "falsato" dal "successo" delle helplines. Ma bisogna anche considerare che se da una parte è possibile che i bambini non vogliano vedere i propri padri, madri, sorelle o fratelli andare in prigione, dall'altra non vogliono più subire violenze e cercano quindi un modo per interrompere le molestie.

Insieme a Chirs Cloke di NSPCC mi chiedo come è possibile che le donne possano essere dei molestatori sessuali. E comunque, il fatto che gli uomini continuino a mantenere il primato non è una cosa che mi solleva. Una violenza contro un altro essere umano è un atto semplicemente vergognoso.

Il mal di vivere

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Metropolitana

Ore 7:30 del mattino, mi trovo in metropolitana, quando all'improvviso una voce proveniente dall'altoparlante ci invita a cambiare linea o attendere un servizio di trasporto sostitutivo. Transito interrotto, a causa di un tentato suicidio. Proprio così; uno dei numerosi "tentativi di suicidio"!

I casi di suicidio sui binari della metropolitana sono sempre più frequenti, soprattutto a Milano, dove se ne verifica almeno uno a settimana. In molti ci chiediamo perché le persone decidono di farla finita, e la risposta è possibile ricavarla dalla sociologia, attraverso il libro Le Suicide di Émile Durkheim, sociologo e antropologo francese della seconda metà dell'Ottocento.

Lo studioso, nel suo capolavoro - che resterà insuperato - ha identificato tre tipologie di suicidio: Il suicidio egoistico, altruistico e anomico.

Il primo tipo, il suicidio egoistico, si verifica quando le persone si curano soltanto di sé, non riuscendo a portare a compimento gli obiettivi prefissati, quindi, sono vittime di un eccessivo attaccamento al proprio io, che li conduce al distacco dal sistema sociale.

Il suicidio altruistico, al contrario, si verifica quando l'uomo è molto integrato nella società, che lo avvolge totalmente, portandolo alla soppressione di sé.

Il terzo ed ultimo genere: il suicidio anomico, il cui termine deriva dal greco a-nomos - ovvero mancanza di leggi - si verifica o nei periodi di forte depressione economica o nei periodi di estremo rigoglio, quando la struttura sociale mette l'individuo in condizione di perdersi nel vuoto, lasciandolo in assenza di punti di riferimento legislativi.

C'è chi considera il suicidio un grande gesto di coraggio, chi, invece, una vigliaccheria per sfuggire alle difficoltà della vita. L'unica cosa certa, al di là delle singole opinioni, è che secondo le scienze umane il suicidio è un atto molto complesso, derivante da un insieme di fattori, e la società, come ci ha insegnato il sociologo francese, ha delle responsabilità molto grandi.

Il bassotto in viaggio

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Ottimomassimo

Ottimomassimo è, nel romanzo di Italo Calvino, il personaggio del cane del Barone Rampante e, da tre anni a questa parte, è stato adottato anche come logo dalla prima libreria itinerante per ragazzi d'Italia: un librobus bianco, con un bassotto nero disegnato sulla fiancata, che, nato a Roma, gira per le strade della penisola portando nelle scuole i suoi 4000 titoli accuratamente selezionati, ed i suoi progetti, anche e soprattutto nei piccoli comuni e nelle province dove di librerie per ragazzi non ce ne sono.

Andando a trovarli direttamente nelle scuole, si costruisce intorno alla lettura di un libro un'intera esperienza, un'avventura, un coinvolgimento massimo e di sicuro apprezzato. I tre librai che se ne occupano (si legge nel sito) lavorano da più di dieci anni nel campo della letteratura per ragazzi, coinvolgendo le scuole, gli insegnanti e gli educatori.

Capita che le loro proposte siano accolte con stupore, e si sono ritrovati a dover spiegare chi fossero degli autori, che avrebbero voluto dare per scontato in un contesto di cultura media, come ad esempio Roald Dahl. Ma l'amore per il loro lavoro e il loro Paese diventano benzina per gli spostamenti, nonostante questi episodi e nonostante i soldi siano comunque pochi.

Quest'anno Ottimomassimo ha partecipato all'Estate Romana, alla campagna pediatrica sulla lettura in età prescolare a Milano, al Festival dei bambini del Mediterraneo di Ostuni, e sarà anche alla Fiera dei Piccoli Editori all'Eur.

Gli impegni non mancano, le proposte nemmeno: dalle letture animate per le scuole dell'infanzia, a percorsi narrativi accompagnati da "quaderni del lettore" (anche per i genitori) con i consigli di lettura dei librai. Ci sono anche progetti di lavoro approfonditi su un singolo autore, o la possibilità di allestire mostre mercato e festival del libro.

Per informazioni e prenotazioni: www.ottimomassimo.it

Vite spezzate

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Giovane ragazza depressa

Ragazzi che si uccidono. Per gioco, per dispetto, per noia, per rifiuto delle regole. Per paura. Se varie sono le motivazioni, il mezzo scelto è spesso comune, ed è impossibile non interrogarci sul perché di questo disprezzo e insofferenza alla vita, che come un virus, dilaga e attacca le coscienze di tanti giovanissimi senza discriminazione di razza, cultura e stato sociale.

Colpiscono le statistiche riportate dal "Times on Line", che rivela con orrore che nella poco ridente cittadina di Bridgen, nel Galles, in meno di un anno, sedici ragazzi si sono impiccati. Si conoscevano, erano amici, l'ultimo si è suicidato il giorno prima del funerale di uno di loro, dopo avere comprato il vestito per la cerimonia funebre.

La polizia indaga, e si scopre che la morte corre sul Web. I Social Network diventano strumento di aggregazione e pianificazione per giovani che decidono di porre fine alla propria vita, con l'obiettivo di lasciare un ricordo indelebile nel mondo virtuale sotto forma di monumento funerario, con la malata e distorta convinzione di conquistare l'utopica immortalità.
I ragazzi si uccidono perché vogliono vivere per sempre, senza neppure sapere cosa significhi vivere davvero nel mondo reale. Si cercano giustificazioni. La percentuale è molto alta nei paesi nordici, e si sarebbe portati a pensare che il clima influisca sullo stato psicologico degli abitanti; ma poi in realtà si scopre che anche in paesi come Trinidad i casi di suicidi giovanili sono moltissimi, quindi bisogna andare oltre.

Se tralasciamo le motivazioni di stampo religioso, che meriterebbero un'analisi a parte e ben più approfondita, e l'eutanasia legata al proprio stato di salute, intimo diritto secondo me di ogni essere vivente, navigando sul Web si scoprono associazioni che, se non istigano apertamente al suicidio, sono comunque un inno all'odio per la vita.
On line si trovano con estrema facilità suggerimenti e consigli per darsi la morte in modo indolore e sicuro. On line si organizzano suicidi collettivi, il Giappone da anni è in testa alle classifiche. On line ci si uccide in diretta, come è accaduto poco tempo fa negli Stati Uniti: un giovane studente si è tolto la vita via Web, sotto gli occhi di centinaia di utenti.

L'attimo di gloria che tutti sognano, essere famosi per quella frazione di secondo che ti rende speciale, unico, dimenticando che non ci sarai poi per goderti la notorietà, e che comunque, prima o poi, la gente ti dimenticherà, perché diverrai solo una statistica tra tante.

On line si trovano associazioni che se non spingono ad ucciderti negano comunque la vita: una per tutte, il VHEMT (Movimento per l'estinzione umana volontaria - www.vhemt.org), che estremizzando il pensiero di alcuni ambientalisti che sostengono che l'uomo distruggerà il pianeta terra, suggeriscono di autoestinguersi smettendo di procreare.
Il British Institute ha rilevato che sono più di 240 i siti internet che inneggiano al suicidio, e aiutano a realizzarlo.

E' dunque imputabile al Web l'aumento dei suicidi giovanili negli ultimi anni? Gli psicologi non concordano sull'idea di demonizzare la rete. Il problema è a monte. I giovani che si lasciano travolgere da questa spirale di morte sono ragazzi che hanno problemi a relazionarsi al di fuori dello spazio virtuale, che non hanno nessuno con cui parlare, sfogarsi, o semplicemente confidare i propri dubbi, i timori, le proprie paure. E' facile confrontarsi in rete, dove si può fingere di essere ciò che si vuole, si crea un personaggio falsamente inavvicinabile, indistruttibile e intoccabile. Si mette in scena una commedia, la caricatura di se stessi.

Perché si ha troppa paura di aprire la porta di casa e andare a socializzare in un qualsiasi luogo di aggregazione dove le persone, gli Altri, hanno un corpo, una faccia, una voce, e ti osservano, ti giudicano, magari ti colpiscono anche. Ma è questo il confronto che fa crescere, questa è la Vita. Anche se è vero che a volte è davvero difficile comprenderne il significato, e lo scopo, soprattutto quando si hanno quindici, vent'anni, e ci si sente fragili e facilmente attaccabili.

Le famiglie, gli educatori, la società in genere sono in difficoltà perché i ragazzi di oggi sembrano tutti turbati o problematici. In parte è vero, come è vero che i tempi difficili richiedono maggiore attenzione e dedizione soprattutto nei confronti degli adolescenti, sempre più confusi e introversi.
Non si tratta di mettere in analisi continua il proprio figlio, fratello, amico, allievo. Si tratta di dedicare del buon tempo a chi sembra avere una maggiore propensione alla solitudine, che nella fase adolescenziale non è quasi mai voluta, ma subita. Parlare, cercare di trovare un varco e aprire un canale per mettersi in comunicazione con chi ha un disagio. Fargli comprendere che là fuori non ci sono solo mostri cattivi, cosa che la nostra società tende ad enfatizzare, ma che la vita va vissuta in pieno e con entusiasmo, con le sue ombre e le sue luci.

E' fondamentale capire quando la chiusura va oltre il comune senso di ineguatezza legato all'età, e rischia di diventare una patologia che può portare a comportamenti autolesionisti e autodistruttivi. In questo caso bisogna rivolgersi alla famiglia, agli amici, al medico, che prenderanno le giuste precauzioni con la forma di supporto più idonea.

Ognuno di noi può avere un ruolo decisivo se si mette nella giusta predisposizione di apertura mentale ed emotiva nei confronti di coloro che sembrano necessitare di un consiglio e di un appoggio. A volte basta anche solo un sorriso di rassicurazione. Sembra poco, ma può salvare una vita. Ed evitare a chi è vicino alle vittime, perché di vittime si tratta, di vivere nell'inferno dei sensi di colpa dovuti alla incapacità di avere raccolto la silenziosa, sebbene troppo spesso urlata, richiesta di aiuto.

Fonte: www.suicidiologia.org

Giappone Kyoto

Cosa fare se la tua ragazza vive a Kyoto, mentre tu sei torinese?
Nell'era di Facebook e di Skype, la risposta più ovvia sarebbe: ci si parla in chat, ogni tanto si fa una videochiamata, e magari una volta all'anno uno dei due prende un aereo e ci si rivede.
Perci, all'anagrafe Giuseppe Percivati, ha pensato ad una soluzione più spettacolare, cioè raggiungere la sua fidanzata, in Giappone, in vespa. E così, il primo agosto di quest'anno, questo ragazzo di 24 anni ha iniziato un viaggio incredibile, che dalla sua città natale lo porterà ad attraversare quindici nazioni, passando per i Balcani, la Turchia, l'Iran, il Pakistan, l'India ed il Sud-est asiatico. Il tutto, completamente da solo.

Ogni suo spostamento è documentato nel suo sito www.percitour.com, dove, oltre a dare dei consigli a chi volesse affrontare un'avventura simile (dalla preparazione del mezzo, alla scelta dei vestiti, ai documenti e le vaccinazioni necessarie), tiene aggiornati i lettori riguardo le tappe del suo viaggio. In più, grazie a Michele Ferrari (docente di fotografia e video della Scuola del Viaggio: www.scuoladelviaggio.it), racconta la sua storia anche in diretta webcam.

L'ultimo post ci racconta del suo arrivo a Calcutta e dell'incontro con una ragazza giapponese che gli farà da guida. L'ultimo tratto del suo tour lo vedrà attraversare Thailandia, Laos e Vietnam, per poco più di 4000 chilometri (nulla, a confronto dei 15000 che ha già affrontato), per arrivare finalmente alla meta.

Attendiamo gli ultimi aggiornamenti, noi romantici supporters, ansiosi di vedere, finalmente, nella galleria fotografica, l'immagine del ricongiungimento finale. Perché diciamocelo, va bene il fascino delle terre che ha visitato e documentato, ma non dimentichiamoci della causa scatenante, che lo ha fatto partire: la sua storia è già diventata una favola moderna.

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