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I mille volti della guerra

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I mille volti della guerra

Il 9 Ottobre a Londra la cattedrale di St. Paul era gremita di gente, tra i presenti la Regina, il Duca di Edimburgo, il Primo Ministro oltre ad altre personalità, incluso il presidente iracheno Jalal Talabani.
L'occasione che li ha riuniti è stata la commemorazione di militari e civili che hanno perso la vita in Iraq. Tra gli invitati, i veterani e le famiglie di chi si è sacrificato per un conflitto, che nessuno può avere il coraggio di affermare fosse giusto e anzi, costituirà un interessante ed impegnativo esercizio mentale per politici ed esperti che tenteranno di giustificarlo.

La commemorazione ha segnato il ritiro delle truppe inglesi dal territorio iracheno, avvenuto ufficialmente il 30 aprile, 6 anni dopo l'inizio dell'invasione americana.
Apparentemente, l'obiettivo principale dell'intervento militare è stato quello di liberare il popolo iracheno dal tirannico dittatore, Saddam Hussein e far trionfare la democrazia. In effetti, ci sono delle perplessità sui motivi della missione, che sono stati "condivisi" con l'opinione pubblica e che rimangono oscuri anche a chi la guerra in Iraq l'ha iniziata. Lo stesso Bush infatti, non è mai stato in grado di fornire una definizione coerente sulle ragioni per cui si è ritenuto necessario lanciare una guerra preventiva.

Il focus di questa "noble mission", è stato spostato infatti diverse volte, concentrandosi all'inizio sul disarmo e la fine del supporto al terrorismo, arrivando successivamente alla necessità di terminare un regime, che minacciava non solo gli stati confinanti, ma il mondo intero. Peccato però, che era già stato appurato che Saddam Hussein non costituisse una minaccia globale, è risaputo che non stesse acquistando uranio dal Sud Africa per costruire armi nucleari, non sono mai state scoperte armi di distruzione di massa e non c'erano prove che stesse cospirando con al-Qaeda. Quale era allora il "pericolo imminente" per cui gli Stati Uniti hanno deciso di iniziare una guerra con il minimo appoggio a livello internazionale? Certamente le riserve di petrolio hanno giocato un ruolo fondamentale, così come il fatto che all'epoca la campagna elettorale di Bush era stata finanziata da compagnie di difesa.

Per cercare di capire meglio, ho parlato però con chi, alla cerimonia, ha partecipato come invitato. Mr. Williams mi descrive il suo stato d'animo, l'atmosfera all'interno della basilica, dove solo i veterani presenti erano 2000. Uomini e donne nelle loro divise immacolate, dietro al cui viso si nasconde un camerata caduto, un amico ferito. Vengo scaraventata faccia a faccia con la realtà, con le cicatrici che le conseguenze di un conflitto inutile lasciano sulle persone.
Mi racconta che suo cugino è morto durante la terza missione in Iraq, nel 2005, lasciando la moglie e due figli con il peso della rassegnazione. Come per la maggior parte delle persone presenti, la difficoltà maggiore per loro sta nell'accettare la perdita di un familiare in un intervento giustificato solo con menzogne.
Mi spiega, che da un punto di vista geo-politico l'Iraq, così come anche l'Afghanistan, sono "pedine" importanti nel grande scacchiere euro-asiatico, nei rapporti tra India e Pakistan, entrambe potenze nucleari e per la salvaguardia degli oleodotti americani.
Questo mi fa venire in mente "La grande scacchiera" di Zbigniew Brzezinski, il quale ritiene che chi dominerà l'Eurasia sarà la sola potenza del XXI secolo. Infatti, la maggior parte della popolazione mondiale vive in quest'area e l'attività economica della macro-regione diventa sempre più importante. Sarà questo allora, insieme al petrolio, il motivo per cui l'amministrazione Blair nel 2003 ha preso la decisione di unirsi all'invasione americana. Non è del resto un caso che la British Petroleum ha firmato, proprio qualche giorno fa, un contratto per lo sviluppo del maxi-giacimento petrolifero di Rumaila.

Sono bastati pochi giorni, dal 20 marzo al 10 aprile 2003, perché gli Stati Uniti prendessero Baghdad. Dopodiché, tutta l'attenzione è stata spostata verso l'industria petrolifera, lasciando esplodere tutto il resto. Questo ovviamente è stato descritto come il processo di liberazione e l'aiuto che è stato offerto agli iracheni, per ricostruire il proprio paese. Lo stesso Gordon Brown ha definito il giorno della commemorazione come un momento per riflettere, ma anche un giorno per valutare il contributo duraturo che è stato offerto agli iracheni per la loro liberazione dal tiranno e la ricostruzione.
Nessuno parla però di quelle che vengono definite le "casualties" e gli effetti collaterali della guerra, anzi di un lunghissimo dopo-guerra, ovvero la perdita di decine di migliaia di vite innocenti. Mi chiedo se, almeno per una volta, non sarebbe stato più dignitoso offrire alle famiglie delle vittime la verità.
Il bilancio di sei anni di guerra è raccapricciante: gli Stati Uniti non sono riusciti a pacificare il paese, né a creare il governo che volevano, né a ottenere il consenso popolare. Di contro, decine di migliaia di iracheni sono stati uccisi. Non mi sorprende che, a questo punto, data anche la mancanza di appoggio dell'opinione pubblica, Obama abbia deciso per il ritiro delle truppe americane da completarsi entro il 2011.

A noi invece, non ci rimane che onorare il sacrificio di tutti coloro che hanno perso la vita durante questa "nobile missione".

Genitori-Figli-Società e modelli educazionali

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Genitori-Figli-Società e modelli educazionali

La Sociologia e l'Antropologia ci insegnano che la famiglia è il primo contatto sociale del bambino, infatti è attraverso di essa che l'individuo, sin dal momento della sua nascita acquisisce valori e "modi di fare". L'infante assimila - attraverso l'emulazione dei comportamenti - il linguaggio degli affetti. Egli, durante l'arco della sua esistenza seguirà i modelli familiari che gli sono stati indicati, con la differenza che in età giovane li assimilerà e in età adulta, avendoli ormai interiorizzati, li userà come linee guida del suo percorso di vita.

Ci sono casi in cui, però, i figli non osservano i modelli dei genitori, e le motivazioni possono essere semplicisticamente espresse e sintetizzate nelle tre seguenti osservazioni; durante l'adolescenza il soggetto si pone in aperta contraddizione con i genitori, per costruire e affermare la propria individualità servendosi del conflitto. Questo atteggiamento non sempre è destinato a finire, anzi, spesso si protrae per tutta la vita.

Seconda osservazione; può avvenire che il soggetto, in un primo momento seguirà il modello familiare, passando successivamente allo stadio del rifiuto. Ciò tende ad avvenire quando da parte dei genitori c'è la propensione a voler imporre determinati criteri educativi e valoriali ad ogni costo.

Ultima motivazione, nella quale rientrano i casi limite; i genitori devianti, che hanno problemi di alcol, droga, e delinquenza. In queste circostanze, o vengono loro sottratti i figli, o sono i bambini stessi, che in età più o meno adulta seguono di loro iniziativa altri modelli, proposti da persone a loro vicine - anche non familiari -.

I modelli costituiscono un aspetto imprescindibile nei nostri percorsi, e sono soggetti a variazioni nel tempo. All'interno dei modelli familiari sono presenti dei modelli culturali e condivisi dalla società di riferimento, che consentono ad ogni Paese di godere di una propria identità.

L'antropologa americana Ruth Benedict condusse studi approfonditi sui modelli, dando vita ad opere importanti come: Modelli di Cultura (1934), in cui osservava la personalità del singolo che rappresenta l'assorbimento di una cultura preesistente, collocata al di fuori dei soggetti. Considerando i fattori di "fusion", tra una cultura e l'altra, come elementi costitutivi del processo culturale stesso.

Obama premio Nobel

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Barak Obama premio Nobel

Barak Obama è stato criticato per sembrare soprattutto un grande comunicatore attento più all'immagine che alla realtà. Non so quale fondamento abbia questa osservazione, ma certo è che il nuovo Presidente degli Stati Uniti in pochi mesi è riuscito a ribaltare l'immagine americana nel mondo, annullando gran parte dell'ostilità che il suo predecessore aveva attirato, e suscitando molte speranze anche tra le popolazioni dei continenti in cui era più diffuso l'antiamericanismo.

Per questo Obama può e deve essere considerato un leader della riconciliazione: tra America e Europa, tra America e paesi sottosviluppati, tra America e le nuove nazioni emergenti come Cina e India, e anche tra America e quegli Stati che fino a qualche tempo fa erano considerati parte dell'"Asse del male". Ancor più importante, è l'uomo che ha riacceso la speranza del processo di pace tra palestinesi e israeliani.

Finora i premi Nobel per la pace erano stati assegnati a tre presidenti statunitensi per le imprese già compiute: a Theodore Roosevelt, nel 1906, per l'arbitrato che mise fine alla guerra russo-giapponese; a Woodrow Wilson, nel 1919, per avere promosso la Lega delle nazioni, prodromo del nuovo diritto internazionale, e a Jimmy Carter, nel 2002, per la prevenzione dei conflitti e i diritti umani.

Al presidente Obama, diversamente, è stato conferito il massimo riconoscimento internazionale dell'Accademia svedese non tanto per ciò che ha concretamente fatto, quanto per la linea che intende seguire nel campo della pace secondo le intenzioni chiaramente espresse fin dall'insediamento alla Casa Bianca il 20 gennaio 2009.

E' la cosiddetta politica della "Mano tesa", rivolta sia agli amici che a quei nemici che dovranno decidere se raccogliere l'offerta di dialogo o invece proseguire nella strategia della violenza islamistica all'interno degli Stati musulmani e contro l'Occidente. Si può comunque scommettere che il dialogo di Obama non sarà dissociato dal pugno di ferro nei confronti dei terroristi che perseguono progetti di morte.

Il questo senso il Nobel ad Obama è più che meritato. C'è ora da augurarsi che, forte del prestigioso riconoscimento, il Presidente americano possa riuscire meglio che in passato a realizzare quell'opera di pacificazione che ha già iniziato nelle aree in cui ardono i focolai di guerra e alligna la mala pianta dei conflitti, anche di quelli che sembrano indomabili.

Massimo Teodori, docente di Storia e Istituzioni degli Stati Uniti d'America presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Perugia

Ladies on the Road

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Ladies on the Road

"...She rides a Harley Davinson" cantava quasi vent'anni fa il grande Neil Young, omaggiando tutte quelle donne, per la verità ancora poco numerose, che attraversavano l'America cavalcando le magnifiche bicilindriche.
Da allora il fenomeno si è intensificato, come forse neppure la storica Casa Motociclistica di Milwaukee avrebbe mai potuto prevedere o sognare, e le Harley sono diventate appannaggio anche del mondo femminile.

Parli di Harley e il pensiero va al mondo dei motociclisti liberi e ribelli così ben rappresentati dagli Hippies Peter Fonda e Dennis Hopper nel film cult del 1969 "Easy Rider", oppure ai Choppers resi famosi dagli Hell's Angel, l'Associazione di riders, di stampo criminale, che ha siglato incredibili pezzi di storia, purtroppo discutibili, delle due ruote.

Nati dopo la Seconda Guerra Mondiale, il gruppo di motociclisti più famoso del mondo ha scorazzato per anni per l'America seminando violenza e distruzione, dando vita a guerre di clan (v. contro i Bandidos) che polizia e FBI hanno faticato a contenere. In realtà il movimento, alle sue origini, aveva connotazioni fortemente politiche, tendenzialmente di estrema destra e pro-guerra del Vietnam.

Oggi le cose sono cambiate, anche se i riders più inossidabili ancora portano i segni distintivi che li hanno caratterizzati nei decenni: abiti in pelle, dissacranti e aggressivi, barba e capelli lunghi, tatuaggi. Alcool, donne, risse, disprezzo per regole e leggi.
Ma i tempi sono cambiati e i toni alleggeriti, ed è sempre più facile trovare anche associazioni di riders in rosa, che affiancano la nuova generazione di motociclisti che si compone principalmente da tranquilli e pacati professionisti dai 35 anni in su. Per loro guidare un'Harley è un segno distintivo, che consente di creare gruppi chiusi e piuttosto elitari con cui fare occasionalmente viaggi che durano lo spazio di un week end, ma soprattutto per mostrarsi all'ora dell'aperitivo nei locali più fashion e di tendenza.

E le donne rappresentano una percentuale sempre più importante in questo contesto, senza dimenticare che il primo vero movimento di motocicliste, ancora attivo, è nato in America negli anni della grande depressione (Motor Maids).
Guidare un'Harley piace molto alle donne. Perché, grazie agli sforzi delle case motociclistiche, che hanno realizzato modelli performanti e accessori specifici per il mondo femminile, sono facili da guidare, sono belle e, come per la loro controparte, permettono di fare gruppo, cosa prioritaria in un mondo tendenzialmente maschilista ed emarginante per le donne dal carattere forte.

Qui, invece, si "combatte" sullo stesso livello. Le donne guidano, viaggiano, si ritrovano, si prendono cura e riparano la loro motocicletta allo stesso modo di un uomo. Ma soprattutto si divertono moltissimo.

Silvia guida un'Harley. Una Sportster di colore nero e argento che, alla luce di un infuocato tramonto toscano rifulge dei colori sanguigni e variopinti del cielo. Parcheggia vicino alla spiaggia desolata, per ammirare lo spettacolo della natura. Ha forse quarant'anni, capelli lunghi castani, espressione intelligente di chi la sa lunga, e indossa jeans e maglietta.
Mi racconta che ha sempre amato le moto da corsa, e che per anni ha girato in pista. Più di ogni altra cosa amava andare veloce, e neppure i numerosi incidenti cui è incorsa negli anni l'hanno mai fermata.

Ma poi è arrivato Marco. E' diventata mamma. Qualcosa è scattato dentro di lei, forse lo spirito di sopravvivenza che ogni donna sviluppa dopo avere procreato, teso alla protezione e difesa della prole. E non è più riuscita ad andare in moto. Finchè, dopo un paio di anni, il richiamo delle due ruote è tornato forte e prepotente, e ha deciso di comprare un'Harley. E di affrontare di nuovo l'esperienza motociclistica con uno spirito più consono al suo nuovo ruolo. Non più velocità e adrenalina, ma la quiete del viaggiare assaporando il momento presente, la riscoperta della lentezza che consente di diluire e dilatare il tempo.

L'Harley suggerisce la contemplazione e la calma, mi dice con un tono sognante. Ma ha scoperto altro, oltre al piacere di tornare in sella ad una moto. Si è riappropriata della propria libertà, che in parte aveva sacrificato, anche se con piacere, per svolgere al meglio il ruolo di mamma. E ora, non appena riesce, lascia a casa marito e figlio e si ritaglia una giornata solo per lei. Senza sensi di colpa, con serena disinvoltura. Si gode i paesaggi, si ferma dove vuole, e si sente di nuovo completa.

Mi dice che è felice, mentre il vento le scompiglia i capelli e le frusta dolcemente il viso. Perché in quel momento, esiste solo Lei. Lei, e la sua splendida moto, di cui è evidentemente orgogliosa. Le chiedo se subisce critiche per questa sua passione piuttosto da Outsider.
Ride e mi risponde che sì, ne riceve in continuazione. "Ma non me ne frega niente..." ribatte soddisfatta, infilandosi gli occhiali da sole. La guardo fiera e contenta risalire sulla sua moto, e allontanarsi con lentezza godendosi la strada che si apre dinnanzi a lei.

"...She rides a Harley Davinson..." E tutto il resto, in fondo, non conta.

Nato: la crociata contro il terrorismo e la nuova armata globale

Con la fine della guerra fredda la Nato si e' inventata un nuovo nemico per giustificare il proprio perpetuarsi ed ampliamento: il terrorismo internazionale.
Contrariamente ad ogni previsione che avrebbe dovuto vedere la dissoluzione della Nato dopo lo scioglimento volontario del Patto di Varsavia, oggi l'Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico non solo esiste ancora, ma si e' allargata notevolmente, sviluppando negli anni recenti una spaventosa dinamica di guerra, che arriva ad includere la possibilita' di utilizzare attacchi nucleari "preventivi", per fermare la proliferazione di armi di distruzione di massa ed impedire la imminente diffusione di armi atomiche. Questa oggi, e' apparentemente l'opzione principale di fronte a minacce come il fondamentalismo religioso ed il terrorismo.

Con la fine del mondo bipolare, la Nato si e' trovata di fronte ad un dilemma esistenziale: come spiegare, con la scomparsa del suo principale antagonista, il suo allargamento e la trasformazione da organizzazione difensiva ad organizzazione militare "offensiva". Come giustificare la sopravvivenza di una macchina militare che permette agli Stati Uniti di esercitare il loro peso militare in Europa, con tanto di spiegamento di basi ed ingerenze politiche? I fautori dell'Alleanza hanno necessariamente dovuto reinventare una nuova serie di valori, che facesse sembrare indispensabile l'organizzazione.

Con la dissoluzione del grande nemico URSS e del proprio blocco di alleanze, si crea una nuova situazione geopolitica di cui gli USA approfittano immediatamente, e la prima Guerra del Golfo viene utilizzata per ri-orentare la propria strategia e rafforzare la loro presenza in un'area strategica, dove sono concentrati i due terzi delle riserve petrolifere mondiali. Da questo momento, si abbandona definitivamente "la scusa" della minaccia dell'avanzamento del comunismo, che era stata alla base di tutte le precedenti guerre degli Stati Uniti; dal Vietnam fino alle operazioni contro il Nicaragua.

Sulla base della nuova strategia, gli USA premono sulla Nato perche' faccia altrettanto, inizia a delinearsi il "nuovo concetto strategico" della "grande Nato". I conflitti che hanno seguito la crisi Yugoslava, sono stati l'occasione per agire, per la prima volta, in un contesto europeo ed applicare il nuovo concetto strategico che, rielaborando liberamente l'articolo 5 del trattato, arriva ad impegnare i paesi membri anche a condurre operazioni di risposta alle crisi non previste dall'articolo e al di fuori del territorio dell'Alleanza.

Per rafforzare ulteriormente questa ampia interpretazione, si delineava un discorso sull'incapacita' dell'Europa stessa di assicurare la pace nell'ambito dei propri confini, senza l'aiuto degli Stati Uniti, in ambito Nato ovviamente, sottolineando nel contempo l'importanza delle azioni militari umanitarie e del diritto di ingerenza, nel momento in cui uno Stato si dimostri incapace di proteggere i suoi cittadini, o ne minacci esso stesso la sicurezza. In questa eventualita' la comunità internazionale, quasi a rievocare la Santa Alleanza, ha il compito d'intervenire e rimuovere le autorità colpevoli. Queste le basi che hanno giustificato nel 1999 l'intervento in Serbia, permettendo agli Stati Uniti di far scoppiare una guerra, evitabile, rafforzando la loro presenza in Europa.

Manipolando sapientemente la tesi della lotta delle democrazie occidentali contro la dittatura, e in nome del "diritto d'ingerenza", la Nato riusciva a far passare quasi tre mesi di bombardamenti illegali come la vittoria di una guerra umanitaria sul male. In questo modo, si dissipavano le contestazioni degli oppositori e si by-passava il problema posto dalla trasformazione dell'Alleanza, che diventava de facto una coalizione offensiva in grado di aggredire uno Stato sovrano, senza il preventivo accordo delle NU.
La stessa retorica di adesione a "valori comuni" e garanzia dell'ordinamento democratico di un paese, e' stata utilizzata per giustificare "pubblicamente" le adesioni dei paesi dell'Europa orientale, comprese alcune repubbliche dell'ex URSS, che entrando nella Nato, in pratica, permettono agli Stati Uniti di spostare forze e basi militari sempre piu' ad est, acquisendo un vantaggio strategico sulla Russia. La stessa idea dello "scudo" missilistico in Polonia e la base radar nella Repubblica Ceca rispondono a questo piano, consentendo al tempo stesso agli USA di monitorare efficacemente non solo il territorio russo ma anche quello europeo.

Intanto, il precedente giuridico della Serbia offriva alla Nato la possibilita' di attaccare un paese considerato una minaccia e di svincolarsi dall'accordo dell'ONU. In questo senso, l'aggressione all'Afganistan, sulla base della clausola della difesa reciproca dell'articolo 5, come paese accusato di essere implicato negli attacchi dell'11 settembre 2001, e' stata facilmente giustificabile, allargando ancora di più il campo di azione dell'Alleanza e, ben più importante, facendole assumere una totale legittimazione nella "guerra al terrorismo", presentata ormai come la nuova ragione d'essere della Nato.

Gli attentati dell'11 settembre hanno offerto ed alimentato una nuova giustificazione per la sopravvivenza e le spese della Nato, presentata come strumento per una lotta, necessariamente armata, contro il terrorismo, che teoricamente minaccia tutti i paesi, in quanto tutti potenzialmente vittime degli attacchi.

Rifacendosi alla retorica del terrorismo, e sulla base dello slogan lanciato da Bush all'indomani dell'attacco alle Torri Gemelle, "global war on terror", iniziano a dividersi le relazioni internazionali ed a delinearsi lo "scontro di civilta'", trasformando il terrorismo da pratica attuata da gruppi armati, in un vero e proprio nemico che agisce compatto a livello globale. Questo, identificato con il complotto islamico, contrapposto all'unione delle democrazie, diventa il nuovo nemico che giustifica l'allargamento infinito della Nato e gli interventi in qualunque area mondiale, per localizzarne i "nascondigli" ed i sostenitori.

Forte di questa nuova ragione d'essere, la Nato e' ora in grado di affrontare le nuove sfide, che accanto al terrorismo includono anche la proliferazione delle armi di distruzione di massa, i "failed states", che possono interagire con i terroristi ed offrire armi ed informazioni e le crisi regionali, come quella del grande Medio Oriente, dal Maocco al Pakistan, che alimentano le ideologie e quindi il fanatismo di cui si nutre il terrorismo. Considerando l'importanza e l'impegno richiesto da tali sfide, la Nato non solo riesce a giustificare la propria sopravvivenza ma addirittura riesce a disporre in ordine di battaglia le armate dei paesi membri per portare avanti un discorso "armato" in nome della sicurezza.

Con questo pretesto inattaccabile, ecco dunque spiegato il pattugliamento del Mediterraneo Orientale (Active Endeavour), le missioni in Afghanistan ed Iraq per "cercare" armi di distruzione di massa, portare avanti la guerra ad Al Qaeda, esportare la democrazia anche se poi in realta' si potrebbe parlare piu' giustamente di controllo del petrolio, presidio dell'area mediorientale e quello ravvicinato dell'Iran. Dopo il fondamentalismo islamico, le nuove ragioni saranno identificate con i paesi Asiatici, inclusa la Russia. Ma queste saranno nuove sfide.

Guerrilla Gardening

Il termine guerrilla gardening definisce un movimento di "giardinaggio politico", praticato soprattutto da gruppi di ambientalisti, armati di zappe, semi e piante, che si prefigge come obiettivo quello di riportare a nuova vita terreni cittadini abbandonati, attraverso quelli che sono chiamati, in linea con lo spirito del fenomeno, attacchi verdi (per lo più notturni, e segreti).

In un periodo storico molto delicato, in cui sul banco delle trattative dei Grandi del Pianeta ci sono le problematiche ambientali che ci si trova a dover affrontare nel post Kyoto, i guerrilla gardeners si inseriscono perfettamente all'interno del dibattito, con la loro lotta al degrado e all'inquinamento delle città. Il pollice verde diventa uno strumento rivoluzionario.

Tra gli illustri guerriglieri ante litteram, viene citato spesso Johnny Appleseed (in italiano, Giovannino Semedimela), pioniere statunitense vissuto a cavallo tra il Settecento e l'Ottocento, ricordato proprio perché, nella sua esplorazione delle terre del selvaggio west, piantò migliaia di semi di mela, in un territorio vastissimo compreso nei confini di Ohio, Indiana ed Illinois. Oltre ad essere diventato una figura leggendaria, celebrata in centinaia di libri, canzoni e film, è oggi considerato precursore dell'attivismo ambientalista ed ecologista.

Ma il movimento vero e proprio nasce negli anni Settanta, sempre negli Stati Uniti, e più precisamente nel 1973, anno in cui Liz Christy ed i suoi Green Guerrilla trasformarono un lotto di terreno derelitto, nell'area di Bowery Houston a New York, in un giardino.
Da allora, il fenomeno si espanse, fino ad arrivare nella vecchia Europa. E' rimasto famoso l'episodio del primo maggio del 2000, nel quale il collettivo di attivisti Reclaim the Streets, al grido di "Lasciate che Londra Germogli!" si riversò nella piazza del Parlamento londinese, piantando ortaggi e fiori, dopo una lunga parata carnevalesca.

Oggi parecchie grandi città europee, tra cui Budapest, Vienna, Brighton, Dublino e Praga, hanno i loro guerriglieri. A Lione è stato anche redatto "Tutti alla Terra", manifesto del movimento, che si fa forte di slogan ammiccanti come "Cittadini, alla zappa!".

Il fenomeno è sbarcato in Italia due/tre anni fa: il primo attacco risale al dicembre del 2007, a piazza Baldissera, a Torino, da parte del gruppo dei Badili Badala, che oggi collabora con il portale del movimento italiano www.guerrillagardening.it, che si occupa di trasformare "il cemento in fiori".

Se volete anche voi tirare fuori il giardiniere che c'è in voi (come suggerisce il sito), qui si trovano consigli su come preparare un attacco verde, e su come creare la propria personale bomba di semi.

Al link www.avoicomunicare.it/blogpost/il-guerrilla-gardening-raccontato-da-andrea-zabiello, l'intervista ad Andrea Zabiello, fondatore del guerrilla gardening in Italia.

Aung San Suu Kyi: l'invincibile

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Aung San Suu Kyi: l'invicibile

E' la terra dalle mille Pagode, esotica, affascinante, un gioiello prezioso incastonato tra fiumi, foreste, montagne e sperdute valli. E' una terra lontana, impregnata di spiritualità; ovunque lo sguardo si riempie delle surreali immagini di Templi preziosi e Buddha rivestiti di lamine d'oro. E' la terra della gentilezza, dove i suoi abitanti, composti da diversissime etnie, ti accolgono con un sorriso e un'ospitalità che scalda il cuore. E' una terra che soffre.
E' la Birmania, ora Myanmar, piccolo e misterioso paese del sud-est asiatico ai confini della più conosciuta Thailandia. Per il Mondo Occidentale è una statistica, un problema tra i centinaia che la politica internazionale sceglie di non affrontare, e risolvere.

E' la terra di Aung San Suu Kyi, la piccola donna che ormai da anni, a prezzo di innegabili sacrifici, tiene in scacco il Regime militare al potere.

Figlia del Generale ed Eroe Birmano Aung San, assassinato nel 1997, è la fondatrice del NLD (National Legue for Democracy). Daw Aung San Suu Kyi, ormai sessantacinquenne, è punto fermo e simbolo di libertà e di coraggio in una terra tormentata dalla Dittatura, oppressa dal degrado sociale ed economico, dove sanità, educazione e servizi essenziali sono quasi inesistenti, e i redditi sono molto al di sotto della soglia di povertà.

Nel 1989 Aung San Suu Kyi è stata imprigionata, e anche se il suo partito nel 1990 ha vinto le elezioni, il Regime militare ha annullato i risultati con la scusa che "il Paese non era ancora pronto per decidere del proprio futuro". Quattordici anni di prigionia agli arresti domiciliari, senza mai smettere di lottare per il diritto del suo popolo alla Libertà. Evitare il carcere è stato un privilegio, in quanto figlia di colui che ha liberato la Birmania dagli invasori Inglesi, e quindi rispettato e onorato anche da chi oggi detiene il potere.

Ma nessuno può restituirle quello che ha perduto. Quali pensieri possono avere attraversato la mente di questa donna incredibile, non solo esponente politico ma anche moglie, quando le hanno impedito di stare accanto al marito morente di cancro?
Dove ha trovato la forza per sopportare la solitudine, le aggressioni (è scampata ad un attentato miracolosamente), le minacce, la lontananza dai proprio cari? E' madre, ma non ha visto crescere i propri figli, che hanno avuto l'opportunità di incontrarla solo quattro volte in quattordici anni. Ma Aung San Suu Kyi non ha concesso ai suoi carcerieri di piegare il suo spirito, e continua a lottare, anche se è sola contro tutti. Non ha concesso a se stessa di avere paura. Si ispira ai principi della non violenza proclamati da Gandhi e da Martin Luther King, e la sua è una lotta pacifica dove i valori di pace, eguaglianza e diritto alla libertà hanno la precedenza sulle sofferenze personali.
A nulla è valso il premio Nobel per la Pace concessole nel 1991, la Medaglia d'Onore attribuitale dal Congresso, la mobilitazione dei mezzi di comunicazione, il rispetto e gli appelli dei grandi del Mondo; le pesanti sanzioni applicate dagli Stati Internazionali che hanno più volte richiesto l'immediato rilascio. Inutilmente.

Il 21 Maggio di quest'anno sono scaduti i termini dei domiciliari. Il 14 maggio Aung San Suu Kyi è stata di nuovo arrestata. In una sorta di farsa politica, è stata accusata di avere violato i termini della libertà domiciliare, avendo dato ospitalità al pacifista Americano John Yeathaw che ha raggiunto a nuoto la sua abitazione per incontrarla.
Tra un anno ci saranno le nuove elezioni, e il Regime, di nuovo, ha deciso di toglierla di mezzo. La piccola donna dallo sguardo dolce e inafferrabile ha sorriso, al proclama della nuova condanna. In modo sprezzante, verso i suoi aguzzini che temono da anni il suo potere dilagante e il rispetto che il popolo, e il mondo intero, le tributa.
Ma la lotta è ancora lunga, per questo fragile fiore d'acciaio che si è immolato e caricato della responsabilità di salvare la sua gente. Che grazie a lei può ancora sperare di avere un futuro.

E' doveroso inchinarci di fronte alla forza d'animo e allo spirito di questa donna.

Ma andiamo oltre per una volta. E indignamoci di fronte ai soprusi di chi nega la libertà e punisce i suoi paladini. Aung San Suu Kyi ci aiuta a comprendere coscientemente e profondamente quanto siano importanti i valori di libertà e democrazia che i popoli occidentali danno per scontato, in quanto già acquisiti (anche se a prezzo di molte vite purtroppo sepolte in ricordi che appartengono ad altre generazioni, e che noi abbiamo perduto); ci ispira a credere che tutto sia possibile, e che anche una persona sola, forte dei propri principi, per quanto fragile e indifesa, senza usare violenza possa divenire strumento attivo per cambiare il mondo.

Si perchè Aung San Suu Kyi è invincibile. E qualsiasi cosa il Regime al potere potrà fare per fermarla, lei ha già vinto.

"Per vivere una vita piena si deve avere il coraggio di farsi carico della responsabilità dei bisogni altrui... si deve voler assumere questa responsabilità. Il buddismo, fondamento della cultura tradizionale birmana, attribuisce il massimo valore all'uomo che, unico tra gli esseri viventi, può raggiungere la condizione più elevata dello spirito. Ogni uomo possiede il potenziale di attuare la verità grazie alla propria volontà e attività, aiutando gli altri a fare altrettanto".

Aung San Suu Kyi


Fonti: www.aungsansuukyi.it "Prisoners for peace: Aung San Sun kyi and Burma's stuggle for Democracy" Morgan Reynolds.

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