August 2009 Archives

Etica e Tecnologia

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Videogame e bambini

Il concetto di etica fine a se stesso risulta monco, non a caso esiste un'etica applicata a ciascun ambito della vita, che ha il compito di disciplinare le relazioni fra le persone medesime e i contesti nei quali esse agiscono.

Anche la tecnologia dovrebbe poter godere di un'etica, sia per quel che riguarda la fabbricazione del prodotto sia per quel che attiene l'uso.
L'utilizzo prolungato che i bambini compiono dei videogiochi esemplifica bene il concetto di "mala etica", da cui il pessimo impiego del tempo e la carenza di stimoli, che culminano in stato di destabilizzazione.

Questi pochi e chiari segnali costituiscono - in realtà - un allarme più che sufficiente, che viene molto spesso ignorato da chi ne consente l'uso. Probabilmente bisognerebbe prendere in considerazione l'ipotesi di indicare nel libretto delle istruzioni dei videogame - insieme alla soglia di età al di sotto della quale il prodotto elettronico non può essere adoperato - anche il numero di ore oltre le quali l'uso diviene patologico.

Ad oggi, il tempo e il metodo di applicazione da parte dei ragazzi, verso i prodotti dell'elettronica si rimette ai genitori, i quali, talvolta, con non poca ingenuità lasciano che i figli ne abusino.

Quanto detto mostra soltanto il volto di un'etica applicata alla sfera teorica, ma le tecnologie informatiche sono costituite da materia e sarebbe fondamentale considerare anche l'altra faccia della medaglia, ovvero, l'etica applicata alla fabbricazione (menzionata sopra). Infatti, la maggior parte dei prodotti elettronici di uso quotidiano non sono composti da materiali eco-compatibili, rappresentando una minaccia per l'ambiente e per le persone, che - a causa del surriscaldamento dei componenti - sono soggette ad emicranie.
Quindi, che fare? Provare ad introdurre nella società una cultura dell'etica applicata alla tecnologia? Ma può bastare?

La pausa estiva giunge ormai al termine: è tempo di tirare le somme. Quante volte, al ritorno dalle vacanze, avete maledetto un qualche aspetto del viaggio appena fatto, pensando "mai più!", riferendovi al soggiorno in un particolare hotel, alla coda in aeroporto, o alla cena al ristorante?

Per esorcizzare, con una salutare risata, lo stress causato da piccoli e grandi inconvenienti che hanno rovinato le ferie, è appena nato un sito che consegna virtualmente i premi per i peggiori incidenti di viaggio, i cosiddetti Titanic Awards, sottotitolo: celebrando i dubbi risultati di un viaggio.

I modi per accaparrarsene uno, secondo le regole del sito, sono tre: la scelta dei lettori, che votano le loro storie preferite; una selezione speciale dell'editore; o un report di qualche organo ufficiale.
Le categorie sono le più varie: l'alloggio, il viaggio in senso stretto (aereo, via terra o via mare), il cibo, i souvenirs, i risultati dei sondaggi (proposti dal sito stesso), toilettes e turismo.

C'è anche una sezione in cui viaggiatori famosi hanno rilasciato le loro personali nominations. Alcuni esempi?
Grant Tatcher, editore delle guide LUXE, sostiene che gli italiani sono i peggiori tassisti del mondo.
Chantal Martineau, giornalista freelance, ed ora conduttrice su Travel Channel dello show Confessions of a Travel Writer, ha consumato il peggior pranzo a Piazza Navona, a Roma.
Alex Robertson Textor, scrittore di viaggi che collabora, tra gli altri, con il New York Times, il New York Post e Condé Nast Traveler, dà il premio al peggior allarmismo inutile ad una guida turistica che descriveva i pericoli (poi smentiti) di Rio de Janeiro.
Ian MacKenzie, fondatore ed editore del magazine Brave New Traveler, racconta che il viaggio su fiume Mekong, dalla Thailandia al Laos, è stata la peggior traversata su barca mai fatta, conclusa inoltre dal peggior ostello in cui sia mai stato, sempre in Laos. Di male in peggio.

I sondaggi per i quali si è invitati a votare propongono delle tematiche che hanno dell'incredibile, come il peggiore cliché in fatto di tatuaggi fatti in viaggio, o la peggior attrattiva dei parchi a tema Disney, o il gadget meno utile da portarsi dietro.

Mentre curioso, incredula, nelle varie sezioni del sito, tra racconti di settanta ore di volo, con quattro cambi di aerei, e la febbre a quaranta, per tornare a casa in Giappone dopo essersi preso il tifo in Bolivia (Nori Kunori), e video di interminabili attese, in coda, per usare il bagno sulla cima del monte Fuji, penso che, in fondo, bere del caffè annacquato in ostello a Berlino non è la fine del mondo.

Tutto questo, e molto altro ancora, su www.titanicawards.com
Arles Photographie

Anche quest'anno Arles, cittadina provenzale famosa per aver ospitato Vincent Van Gogh ed essere stata ritratta in alcuni dei suoi più famosi dipinti, è la sede di una delle mostre fotografiche più importanti d'Europa (forse la Mostra per eccellenza), e festeggia i suoi primi quarant'anni, attirando esperti ed appassionati, non solo dal vecchio continente, ma anche dall'America e dal Giappone.

Era il 1969, infatti, quando Lucien Clergue decideva, insieme ad un gruppo di critici e fotografi, di dare vita a questo progetto, teso a promuovere un'arte che, all'epoca, era ancora considerata di second'ordine.
Sessantasei sono le mostre che in questi giorni si alternano nei diversi spazi cittadini, tra esposizioni e installazioni che bisogna andare a cercare nelle chiese, in aree industriali dismesse e tra le vie della città.

Quest'anno il titolo del festival è 40 Ans de Rencontres, 40 Ans de Ruptures, e raccoglie tutta una serie di artisti «scomodi», scandalosi, che raccontano le loro storie senza mezzi termini, in maniera quasi brutale: scene di vita urbana, di gruppo sociale, l'omosessualità, la prostituzione, la tossicodipendenza, il razzismo, la guerra, la povertà, la politica.

La grande ospite di quest'edizione è senza dubbio Nan Goldin, fotografa newyorkese, che torna ad Arles per la seconda volta: la prima, nel 1987, era per presentare la sua Ballad of sexual dependency, opera decisamente scandalosa per l'epoca, formata da una serie di 700 diapositive accompagnate da sottofondo musicale, in cui ha catturato episodi della sua vita e di quella dei suoi amici, con particolare attenzione alla sfera della sessualità, della malattia, della disintossicazione dalle droghe.

La sua opera, che da sempre va aldilà del pregiudizio sociale e sessuale, segue da vicino le tappe della storia della sua famiglia, nei vari spostamenti tra Boston, Berlino, Londra, Tokyo, l'Egitto e, naturalmente, New York.

Oggi ad Arles è esposto Sorelle, Sante e Sibille, lavoro dedicato, prima di tutto, alla sorella Barbara, morta suicida nel 1965, a diciotto anni. L'opera, a l'église des Frères Precheures (una chiesa gotica sconsacrata, nel centro della città), è un'installazione formata da tre pannelli, sui quali scorrono immagini e frammenti di video. Il suo messaggio è carico di dolore, ma non è mai sopra le righe, e ragiona da vicino sulla sofferenza, raccontata senza farne mistero e senza l'utilizzo di metafore (alcune foto, ad esempio, ritraggono le braccia dell'autrice stessa, nei punti in cui, in un gesto estremo di autolesionismo, si è spenta delle sigarette).

Altre due retrospettive altrettanto importanti sono quelle dedicate a Willy Ronis e al parigino Robert Delpine. Negli spazi al Parc des Ateliers (ex capannone deposito e ristrutturazione delle ferrovie francesi), tra le altre cose, c'è un'installazione dello svizzero Renè Burì, che ha nascosto le sue fotografie in un box chiuso e totalmente al buio, perciò per vederle ci si deve arrangiare con luci improvvisate (una pila? Un cellulare?).

Fino al 13 settembre, ad Arles, Francia.
Info su www.rencontres-arles.com

Michael Jackson: un Re che non morirà mai

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Neverland Ranch di Michael Jackson

A più di un mese dalla sua inaspettata morte, l'icona dei nostri tempi continua ancora a far parlare di sé. Michael Jackson era nato a Gary il 29 agosto del 1958 ed oltre ad essere stato un grande cantante è stato anche ballerino, cantautore, coreografo, produttore discografico, sceneggiatore e imprenditore statunitense.

La sua carriera ebbe inizio a soli 5 anni nel gruppo di famiglia "Jackson Five", dove nel 1971 iniziò la sua attività da solista e nel 1979 divenne l'artista pop. L'apice del suo successo, tuttavia, venne raggiunto nel 1982 grazie al disco Thriller, l'album più venduto nella storia della musica.

Considerato il re del pop, Michael Jackson nella sua carriera vinse numerosi premi tra cui quello di miglior artista pop maschile del millennio di World Music Awards nel 2002.
La sua dimora dal 1988 al 2005 è stata Neverland Ranch, dove il cantante aveva fatto costruire un meraviglioso parco a tema di bambino e uno zoo per ragazzini poveri e malati termali, quasi volesse rivivere quell'infanzia così difficile da dimenticare.

Nel 1993 Jackson venne accusato di molestie sessuali proprio da un suo fan e così, a seguito di un'altra denuncia, il cantante finì nel mirino dei giudici, accusato di altri reati. Dopo il gran polverone sollevato da tutta la situazione giudiziaria, alla fine venne assolto in appello da tutti i dieci capi d'accusa a lui attribuiti, ritenuto innocente per alcuni ed assolto per insufficienza di prove per altri. Ma nel 2006 l'epilogo più crudele: i rappresentanti di governo californiano ordinarono la chiusura di Neverland Ranch e il cantante dovette risarcire i suoi ex dipendenti per 1.000 dollari ciascuno.

Una vita travagliata quella della pop star, segnata da un'infanzia difficile accanto ad un padre violento, la sua presunta malattia della pella o il voler realmente cambiarne colore lo portano ad entrare in un abisso lungo e buio, due matrimoni, tre figli, la sua passione per le bambole ed il presentimento che per lui ci sarebbe stata una brutta fine.
Nel marzo di quest'anno il cantante, durante una conferenza stampa all'arena O2 di Londra, annuncia agli oltre 2000 fan presenti, di aver programmato una decina di concerti in atto per il mese di luglio.

Ancora troppe ombre e misteri sembrano avvolgere la morte dell'artista e tutti i suoi fan continuano a domandarsi se Michael Jackson sia stato realmente ammazzato. Troppe domande che non trovano ancora risposte certe, ma di fatto il suo spirito non troverà mai pace finchè non si sarà fatta un po' di chiarezza sulla sua tragica scomparsa. Di sicuro, di lui non si smetterà mai di parlare ed i riflettori rimarranno, ancora una volta, accessi su una pop star la cui ombra continuerà a vivere nella sua casa di Los Angeles.

Beth Ditto

Mary Beth Patterson, in arte Beth Ditto, è una che se la vedi una volta non la dimentichi più. Questa ventottenne dell'Arkansas è la frontwoman del gruppo punk/soul dei "The Gossip": voce da Aretha Franklin e predilezione per accostamenti esagerati in fatto di vestiti (una Cindy Lauper degli anni duemila?), è diventata nel corso del tempo icona di stile, corteggiata dagli stilisti e inseguita dai giornali di moda di tutto il mondo.

Beth Ditto te la ricordi perché la sua immagine contrasta pesantemente con quella delle sue colleghe (filiformi, magre, magrissime, a volte ai limiti dell'anoressia), giacché lei porta in giro con fierezza i suoi quasi cento chili. Non per niente, ama dichiarare che il suo modello di femminilità è Miss Piggy dei Muppets.
Delle forme abbondanti ha fatto il simbolo evidentissimo della sua personale campagna contro la taglia zero (cercata e decantata all'eccesso, nel mondo della moda e, spesso e volentieri, anche in quello della musica), e contro quello che lei chiama il "fascismo del corpo". Non si può non rimanere affascinati dalla sua carica vitale, prorompente, e da quella giusta dose di politically scorrect che diventa fondamentale nella costruzione del personaggio-Beth Ditto. E' lei quella che si presenta la sera prima, sul palco, a cantare in bikini, birra in una mano e sigaretta nell'altra (mostrando a tutti un'altra delle caratteristiche che la classificano in primis come una ragazzaccia del punk, cioè il disinteresse verso la depilazione), e la sera dopo è sempre lei quella che si fa fotografare inguainata in uno stupendo abito maculato fluo di seta agli ultimi Glamour Awards, dove si è aggiudicata il premio come International Artist of the Year.

Questa è Beth Ditto, ma è anche molto altro: lesbica dichiarata, da sempre attivista del movimento LGBT, è legata da sei anni al transgender Freddie, e si è fatta riconoscere recentemente per aver attaccato la hit "I kissed a girl" di Kate Perry come offensiva nei confronti della comunità gay.

Nel 2006 si porta a casa anche il premio di Personaggio più cool del rock della rivista New Musical Express, testata per la cui copertina ha anche posato nuda (e non è stata l'unica volta: l'ha fatto, coperta solo dalla scritta del suo nome, dai suoi tatuaggi e da un'enorme rosa di chiffon, anche per la rivista Love).

Ora è anche uscita la sua collezione di vestiti, per taglie XL, per il brand Evans (il "fratello" di quel TopShop col quale l'anno scorso si era rifiutata di collaborare, proprio perché dedicato solo a taglie 40), col quale ha firmato un contratto da duecentomila sterline. Il sito bethdittoatevans.co.uk è cliccatissimo, e la sua linea, che strizza l'occhio agli anni Ottanta, fa una ferrea concorrenza a quella che, a causa della sua vicinanza, sembra quasi sbiadire, dell'amica Kate Moss.
Il fenomeno Beth Ditto è esploso: adesso anche la ciccia si è presa la sua rivincita (finalmente).

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