Qualche settimana fa, la televisione ci ha riproposto per l'ennesima volta una trasmissione che parlava di cronaca nera. L'oggetto in questione era il duplice omicidio di Novi Ligure, avvenuto nel 2001, per mano di due fidanzatini: Erika e Omar.
Sono state mandate in onda immagini inedite, nelle quali la ragazza, quarantotto ore dopo l'uccisione di sua madre e suo fratello, racconta agli inquirenti la sua versione dei fatti, incolpando due albanesi. Però, dato che tutti ormai conoscono la verità e sanno che i colpevoli sono proprio Erika ed Omar, il filmato è risultato davvero sconvolgente.
Possibile che delle persone, degli esseri umani come tutti noi, abbiano la forza di compiere un atto così efferato e la freddezza di negarlo, raccontando menzogne? «Aveva il coltello in mano così, si è girato e voleva farmi così», dice Erika. Peccato che il coltello l'avesse in mano lei.
Ma è anche possibile che la televisione non si fermi davanti a nulla? Alla ricerca delle "figure" che caratterizzano la televisione malata, si incontra facilmente, e sempre in maniera più insistente, il dolore. Infatti, nella società moderna, la morte diventa spettacolo da contemplare nelle esecuzioni pubbliche. Lo spettacolo della morte è tanto più ricercato quanto più traumatica, innaturale, avventurosa o delittuosa è la sua causa.
Il dolore è una "figura" frequente perché molti lo guardano, ne sono attratti. Perché c'è tanta voglia di sentire e di vedere il dolore dell'altro. Un bisogno di consolazione: il dolore dell'altro mostra che il proprio non è poi così estremo. La consolazione della propria disgrazia alla luce di quella ben più grande del vicino.
Spesso, per mancanza di contenuti, o per catturare l'audience, si tendeno a spettacolarizzare fatti e persone che magari andrebbero discussi e trattati in diverse sedi. Va bene il diritto di fare cronaca, di informare, di mantenere il pubblico aggiornato su importanti risvolti, ma è eccessiva tutta questa spettacolarizzazione del dolore altrui.
Un voyeurismo diffuso per il male. E il dolore è semplicemente la voce o la mimica del male, della disgrazia, della sfortuna. La gente ama più le cattive notizie che le buone, le immagini di un morto piuttosto che di una nascita. Insomma "la cattiva notizia è una buona notizia". Si tratta di disgrazie nel quotidiano e, quindi, in un campo dove si trova lo stesso spettatore. E' accertato che l'estetica che domina oggi è l'estetica dell'orrore e quindi della disgrazia.
Il dolore, cioè, si trasforma in denaro e si produce denaro sul dolore. E sul dolore povero. Questi dolori sono di coloro che non hanno nemmeno la dignità di una sofferenza silenziosa e di un costume morale che dovrebbe mantenere il privato nel segreto. Ma il dolore non è una merce, non si acquista e non si vende, ha un prezzo solo: quello di chi lo paga sulla propria pelle e nel proprio animo.

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