March 2009 Archives

Nascita dalla Morte: Vincent Van Gogh

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Vincent Van Gogh - Bridge at Arles, (1888)

«Esercito un mestiere che è sporco e difficile: la pittura. Se non fossi quel che sono, non dipingerei; ma essendo quel che sono...» Uno stralcio dalla lettera che Vincent Van Gogh (30 marzo 1853 - 29 luglio 1890) scrisse alla sorella Wilhelmina.

Ma chi fu davvero Vincent Van Gogh? Un pazzo o un genio? Semplicemente un uomo malato o un uomo molto più sano di chi non fece che attribuirgli decine e decine di patologie? Una personalità comune o anormale?

Per dare risposta a questa domanda, c'è chi si baserebbe sulla sua cartella clinica, chi analizzerebbe parola per parola le centinaia di lettere scritte al carissimo fratello Theo; c'è, poi, chi si baserebbe sull'interpretazione delle sue più di novecento tele prodotte. Tante sono, infatti, le prospettive d'indagine possibili, ma assaporando pezzo dopo pezzo tutti questi elementi, tessere del puzzle della sua esistenza, si avrà un quadro a tutto tondo di quel che fu, e di quel che è tutt'oggi, a distanza di più di un secolo dalla sua "partenza", Vincent Van Gogh.

"Partenza", perché? Perché come Egli stesso predicò "la vita è un pellegrinaggio...", "un cammino lungo e faticoso", come quello del pellegrino protagonista del quadro di cui lo stesso Vincent parla in una lettera. "Ho visto un bellissimo quadro... Era un paesaggio alla sera, attraverso il paesaggio una strada porta a un'alta montagna... molto lontana... sulla sua cima il sole tramonta glorioso...".

La morte per Vincent ebbe tanti significati diversi, durante gli anni della predicazione scrisse "...la fine di questa vita è ciò che noi chiamiamo morte, ora in cui verranno alla luce le parole... c'è gioia grande quando un uomo nasce, ma c'è gioia più grande quando un'anima è passata attraverso la grande tribolazione, quando un angelo è nato in cielo...".

La morte e la fede in Dio erano la speranza in quei momenti di così difficile esistenza, l'unico appiglio rimastogli per riuscire a sfuggire al "procelloso mare d'esistenza", e il viaggio, per quanto lungo e arduo non mettevano paura. Bisogna anche ricordare che Vincent fu un uomo nato dalla morte, un ossimoro a mio avviso geniale, d'effetto; opera del Prof. Dott. Alfio Giovanni Patanè.

Il Nostro infatti fu messo alla luce per colmare il vuoto lasciato dalla morte prematura di un fratellino, di cui tra l'altro ne ereditò il nome. Dunque, un'esistenza fondata su una grossa responsabilità, un'infanzia fatta di lacrime, dove tutto ruota intorno alla morte, simbolizzata dalla lapide del fratellino scomparso.

E ricollegandomi a tale genialità stilistica penso che, come Egli nacque dalla morte, con la sua morte avvenuta nel 1890, Vincent riuscì, finalmente, a nascere davvero per la prima volta. Perché oggi Vincent Van Gogh è uno dei mostri sacri dell'arte, le sue tele sono pezzi unici e milioni sono le persone che lo ricordano, lo amano e lo stimano.

Quasi come un dispetto che il fato stesso dipinse sulla tela della sua vita.

Lo spettacolo del dolore

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Lo spettacolo del dolore

Qualche settimana fa, la televisione ci ha riproposto per l'ennesima volta una trasmissione che parlava di cronaca nera. L'oggetto in questione era il duplice omicidio di Novi Ligure, avvenuto nel 2001, per mano di due fidanzatini: Erika e Omar.

Sono state mandate in onda immagini inedite, nelle quali la ragazza, quarantotto ore dopo l'uccisione di sua madre e suo fratello, racconta agli inquirenti la sua versione dei fatti, incolpando due albanesi. Però, dato che tutti ormai conoscono la verità e sanno che i colpevoli sono proprio Erika ed Omar, il filmato è risultato davvero sconvolgente.

Possibile che delle persone, degli esseri umani come tutti noi, abbiano la forza di compiere un atto così efferato e la freddezza di negarlo, raccontando menzogne? «Aveva il coltello in mano così, si è girato e voleva farmi così», dice Erika. Peccato che il coltello l'avesse in mano lei.

Ma è anche possibile che la televisione non si fermi davanti a nulla? Alla ricerca delle "figure" che caratterizzano la televisione malata, si incontra facilmente, e sempre in maniera più insistente, il dolore. Infatti, nella società moderna, la morte diventa spettacolo da contemplare nelle esecuzioni pubbliche. Lo spettacolo della morte è tanto più ricercato quanto più traumatica, innaturale, avventurosa o delittuosa è la sua causa.

Il dolore è una "figura" frequente perché molti lo guardano, ne sono attratti. Perché c'è tanta voglia di sentire e di vedere il dolore dell'altro. Un bisogno di consolazione: il dolore dell'altro mostra che il proprio non è poi così estremo. La consolazione della propria disgrazia alla luce di quella ben più grande del vicino.

Spesso, per mancanza di contenuti, o per catturare l'audience, si tendeno a spettacolarizzare fatti e persone che magari andrebbero discussi e trattati in diverse sedi. Va bene il diritto di fare cronaca, di informare, di mantenere il pubblico aggiornato su importanti risvolti, ma è eccessiva tutta questa spettacolarizzazione del dolore altrui.

Un voyeurismo diffuso per il male. E il dolore è semplicemente la voce o la mimica del male, della disgrazia, della sfortuna. La gente ama più le cattive notizie che le buone, le immagini di un morto piuttosto che di una nascita. Insomma "la cattiva notizia è una buona notizia". Si tratta di disgrazie nel quotidiano e, quindi, in un campo dove si trova lo stesso spettatore. E' accertato che l'estetica che domina oggi è l'estetica dell'orrore e quindi della disgrazia.

Il dolore, cioè, si trasforma in denaro e si produce denaro sul dolore. E sul dolore povero. Questi dolori sono di coloro che non hanno nemmeno la dignità di una sofferenza silenziosa e di un costume morale che dovrebbe mantenere il privato nel segreto. Ma il dolore non è una merce, non si acquista e non si vende, ha un prezzo solo: quello di chi lo paga sulla propria pelle e nel proprio animo.

FlashMob

Si chiamano "eventi di massa" o "flash-mobs" (termine che, tradotto, descrive un gruppo di persone che si riunisce all'improvviso in uno spazio pubblico, un "non-luogo", mette in pratica un'azione insolita per un periodo di tempo breve, e poi si disperde) e sono dei "non-eventi". Una nuova forma d'arte e di aggregazione assolutamente fuori dagli schemi, che sta finalmente prendendo piede anche in Italia, rotolata fin qui dai soliti Stati Uniti da cui partono praticamente tutte le mode, passando per diverse capitali europee e mondiali. Nella maggior parte dei casi, il flash mob non ha alcuna motivazione se non quella di rompere la quotidianità e promuovere la libertà di espressione.

L'inventore è tale Bill, un ventottenne newyorkese, che ha organizzato il primo flashmob nel 2003, nel reparto arredamento di Macy's, in cui all'improvviso 200 persone si sono presentate a chiedere un inesistente "tappeto dell'amore", seminando il panico tra i commessi e volatilizzandosi poco dopo. Del suo esperimento Bill ha detto: "Riflettevo sulle folle che vanno a vedere gli spettacoli e volevo vedere cosa succedeva eliminando lo spettacolo e lasciando la folla. La gente è diventata spettacolo".

In Italia sono diventati famosi con il film "Notte prima degli esami-Oggi", in cui i due protagonisti partecipano ad un evento simile, spogliandosi sul ponte di Castel Sant'Angelo a Roma. Il mezzo di comunicazione usato per scambiarsi le coordinate degli eventi è naturalmente la rete: in molti casi, le regole dell'azione vengono illustrate solo pochi minuti prima dell'incontro.

Il social network più frequentato al mondo, Facebook, tra gruppi ed eventi è capace di raccogliere in poche settimane l'adesione di più di quattromila persone, come è successo per l'ultimo in ordine di tempo, la Pillow Fight del 13 marzo a Bologna.
Le regole sono poche e chiare: ci si ritrova dove si è stabilito, si porta un cuscino, meglio se di piuma (banditi bottoni o applicazioni che possano ferire gli altri partecipanti), che si tiene nascosto fino all'inizio dei combattimenti (per ampliare l'effetto sorpresa dei passanti ignari di tutto), non si colpisce chi è senza cuscino o chi chiede di non farlo, non si deve iniziare prima dell'ora stabilita. L'effetto è estremamente scenografico. Ogni tanto un cuscino esplode e tutti vengono sommersi da una pioggia di piume.

FlashMob Ma la Pillow Fight non è l'unico evento del genere. Il flash mob più famoso in assoluto è il Frozen, in cui al segnale degli organizzatori i partecipanti si bloccano nella posizione in cui erano, e restano immobili per pochi minuti,p er poi disperdersi nella folla.
Poi ci sono i Zombie Walk, i lanci di torte, i balli in piazza in cui ognuno ascolta la propria musica dal lettore mp3. Memorabile, poi, il musical alla stazione di Liverpool del 15 gennaio scorso.

Nessuno scopo se non quello di divertirsi e stupire, nessuna affiliazione politica, né volontà di protesta. Eppure c'è già qualcuno che in nome dell'ordine pubblico vorrebbe eliminare queste manifestazioni di piazza: è del 12 marzo la notizia,apparsa sul Corriere della Sera, per cui la città di San Francisco vorrebbe bandire Pillow Fights e affini, colpevoli in molti casi di lasciare le strade nel caos totale. Ma i fan di queste manifestazioni spontanee di arte collettiva si stanno moltiplicando nel mondo, con idee sempre più stravaganti e spettacolari. E sarà difficile fermarli.

Identità, relazioni e mondo globale

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Identità, relazioni e mondo globale

Quali sono le novità prodotte dalla globalizzazione in ambito identitario? C'è stata una variazione nel percorso di costruzione della nostra personalità?

Rispetto a tali quesiti è lecito affermare che, ad oggi, non esiste un'identità distinta e slegata dalle altre, ma che la nostra personalità è costituita da un'identità multipla, la quale ci consente di sentirci cittadini italiani, europei e globali al contempo. In altre parole, i nuovi media hanno accentuato la fusion fra le culture, favorendo l'integrazione fra le stesse. Tale fusion, però, ha anche un risvolto negativo, infatti, se portata all'eccesso si traduce in un'omogeneizzazione degli stili di vita, e in un appiattimento, tendente all'occidentalizzazione.

La nostra personalità, quindi, non si costruisce più attraverso un percorso obbligato, a differenza di quanto avveniva circa un ventennio fa, quando l'uomo aveva la possibilità di relazionarsi a dimensione materiale, costituita da artefatti e beni di consumo o ad una dimensione spirituale, costituita da tradizioni religiose. Attualmente, l'uomo gode di una terza possibilità di relazione: quella virtuale, composta da emozioni effimere, acquisti rapidi online, che lo portano a vivere in una zona liminale, a metà fra la materia e l'astrazione, una sorta di materialismo intangibile, che ai nostri occhi diventa sempre più concreto.

Risulta evidente il gap socioculturale sempre maggiore che intercorre fra le nostre società e le società in cui è presente il fenomeno del digital divide - il non accesso ad internet ed alle nuove tecnologie - in alcune parti dell'America Latina, del Centro dell'Africa e alcune zone dell'India. Questa situazione pone ancora di più in evidenza il cambiamento del nostro modo di essere, già di per sé evidente nei blog e nei forum, all'interno dei quali gli utenti di età fino ai 60 ed oltre, appartenenti a qualsiasi categoria sociale, pubblicano frammenti di vita personale; foto ricordo, poesie, video, immagini e commenti, per rendere partecipi gli altri soggetti della loro sfera privata. Muta così, il senso della privacy.

I nuovi media hanno invaso integralmente il nostro modo di essere, facendoci avvertire il bisogno di comunicare ogni nostro piccolo desiderio e stato d'animo; il risultato è che il confine fra la sfera pubblica e quella privata si sta assottigliando sempre più.

Cooking Therapy

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Qualche giorno fa mi stavo cimentando nell'ennesimo esperimento culinario, che, come la maggior parte dei miei tentativi, è finito in qualcosa di informe e brutto a vedersi, ma di gusto non pessimo, ed improvvisamente mi sono resa conto di quale potere antidepressivo avesse la cucina.

Avevo passato delle ore a cucinare: la mia mente si era svuotata di ogni pensiero negativo, e mi sentivo più leggera.
Quando ci si mette ai fornelli, l'importante non è mai il risultato, ma il processo. Non è necessario essere dei cuochi provetti (anche se sono convinta che, se ci si allena, si migliora a vista d'occhio). Ogni passaggio diventa fondamentale, anche se poi il risultato fosse da buttare.

Iniziare bene, con una scelta accurata degli ingredienti, è il primo step. Che ci si aggiri in mezzo alle bancarelle di un mercatino, tra gli scaffali del supermercato, che ci si fermi in un negozio etnico o in una piccola gastronomia, bisogna prendersi un po' di tempo e non mettersi fretta.

L'istinto guida la mano di chi è alla ricerca della materia prima, che in un secondo momento assemblerà e acquisterà un senso, e un sapore. E' a casa che poi arriva il vero momento terapeutico in cui ci si estrania dal resto del mondo.
In mezzo a padelle, cucchiai di legno, sbattitori e fruste, si torna bambini: perché in cucina ci si sporca e si pasticcia, il disordine fa parte del gioco, ed è proprio dal caos degli ingredienti primari che la potenza creatrice, e creativa, del cuoco plasma la materia. Che questa poi si trasformi in una pasta con un po' di sugo, o un'anatra all'arancia, non fa differenza: la soddisfazione è la stessa.

L'ambiente in cui si cucina si riscalda, si riempie di profumi e suoni degni della miglior aroma e musicoterapia. Le sensazioni tattili che si provano venendo a contatto con diversi ingredienti sono le più svariate. Se poi si cucina con qualcuno, allora le risate sono garantite e con loro anche alti livelli di serotonina. Infine, cucinare per qualcuno diventa un vero e proprio atto d'amore.

Alberto Sordi Cucinare come terapia ad un piccolo malumore, per dimenticare una giornata andata storta, ma anche come soluzione alla crisi di coppia, come compendio alle sedute dallo psicanalista, come cura dello stress da troppo lavoro, e anche come attività rieducativa nei centri di riabilitazione e nelle cooperative sociali.

Diversi studi hanno dimostrato come sia un valido aiuto per chi soffre di depressione. E sfido chiunque a dire il contrario. Basta guardare solo qualche immagine di un piatto appetitoso (come su tastespotting) oppure fermarsi qualche giorno ad una mostra sul cinema e il cibo (a maggio, il Festival Internazionale Slow Food on Film, a Bologna), o semplicemente invitare gli amici a cena, e cucinare per loro (senza dimenticare le regole del galateo: maisazi.com), per sentirsi subito meglio.

Cenerentola si ribella. Manuale di autodifesa. Dieci regole per prevenire violenze e abusi
Scheda del libro
  Editore   Italianova
  Autrice   Tania Rocha
  Pagine   85
  Formato   13 x 18
  Prezzo   € 9,90
  Valutazione   stars5.gif
  Sito web   www.italianova.net


Contenuto del libro


Cenerentola si ribella. Manuale di autodifesa. Dieci regole per prevenire violenze e abusi

Cenerentola si ribella è il primo manuale femminista nel mondo. Un invito a tutte le donne ad uscire dalla secolare condizione di sottomissione e a difendersi da ogni forma di violenza e abuso. A questo proposito suggerisce un itinerario chiaro e preciso per indicare alle donne il cammino da seguire per riappropriarsi consapevolmente della propria autostima e dignità. Infatti, le dieci regole presentate segnano una traccia semplice e allo stesso tempo nitida che senz'altro aiuterà il mondo femminile a raggiungere l'obiettivo indicato dalla scrittrice.


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Il bicchiere di troppo

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Alcolismo & Donna

L'alcolismo è sempre più donna.
Di appannaggio quasi esclusivamente maschile fino a pochi anni fa, è ormai una "piaga" che ha infettato anche l'altra metà del cielo.
Effetto collaterale dell'emancipazione femminile, è segno di un disagio in forte incremento che colpisce tutte le fasce culturali, ma in prevalenza dopo gli anta. E' questa infatti l'età in cui una donna si trova a fare i conti con obbiettivi raggiunti e mancati. E' una fase molto delicata in cui spesso subentra confusione e paura per il proprio ruolo, sessuale e famigliare, che deve necessariamente cambiare perché obbiettivamente non può essere più quello di prima.

Nelle donne l'abuso di alcool ha effetti devastanti. Il corpo femminile è molto più vulnerabile rispetto quello maschile, e a causa di fattori epatici e metabolici l'alcool entra prima in circolo e, anche se assunto in quantità non eccessive, viene smaltito molto più lentamente.
Anche il peso influisce sulla sua metabolizzazione: nelle donne più magre è molto più difficoltoso e richiede tempistiche maggiori.
Senza contare i gravi rischi che si incorrono in gravidanza e in menopausa.
Anche se si interrompe l'assunzione abituale di alcolici molto prima di entrare in queste due fasi topiche della vita, i danni che l'abuso continuo e protratto nel tempo può provocare al fisico sono spesso irreversibili. Nella gravidanza possono subentrare gravissime lesioni al feto, mentre in menopausa si rilevano spesso squilibri critici difficilmente risolvibili.

Le donne bevono perché sono infelici.
Se un uomo lo fa per motivazioni essenzialmente sociali, è l'emotività a spingere una donna all'abuso.
Ansia, depressione, nevrosi, tristezza, eccesso di autocontrollo, fragilità psicologica; ma anche solitudine, timidezza, difficoltà di relazione, mancanza di autostima.
Quando non ci sono situazioni drammatiche di abusi.
Tante sono le cause che spingono all'etilismo ma tutte hanno in comune grande dolore e la profondità di un disagio spesso ignorato o sottovalutato da chi vive accanto ad una donna alcolista, e da lei quasi sempre negato.

E' difficile riconoscere di avere questo problema.
Subentra vergogna, paura di essere giudicate, il timore dell'abbandono. Vince la negazione del Sé, con la conseguente autodistruzione e scardinamento dei valori di coppia e famigliari.
Se è vero che per chi beve è estremamente difficile uscire alla luce del sole, è anche vero che sono molti i segnali che permettono di riconoscere un alcolista.
Cambiamento repentino di umore, tremori, depressione, instabilità psicologica, difficoltà motorie e di espressione sono i sintomi più evidenti.

Una volta riconosciuto il disagio, è importante agire su due fronti: da una parte sulle cause che hanno spinto la propria moglie, madre, figlia, compagna o amica ad abusare degli alcolici. Dall'altra è essenziale allontanarla dalla necessità del bere.
Il supporto terapeutico e psicologico è fondamentale, oltre che la vicinanza e l'affetto dei propri cari, che non devono assolutamente giudicare ma comprendere, sostenere, e amare ancora di più.
Anche se non è facile. Il dolore è infatti condiviso con la famiglia, che spesso fatica ad accettare il disagio ancora prima della stessa vittima.
Ci deve essere una comprensione totale, è indispensabile andare oltre i luoghi comuni e non essere giudicanti. Contenere la rabbia che assale, inevitabile e purtroppo a volte giustificata, verso quel volto che si trasforma; verso la propria madre, moglie, compagna, che improvvisamente è una sconosciuta, e che rivela una doppia personalità dai tratti confusi e terribili.
Esplode la violenza, la cattiveria, cadono le inibizioni.
Nel momento di massima crisi vengono dette cose che mai verrebbero esternate in condizioni di normalità (e che poi si dimenticano, una volta tornate sobrie, lasciando però strascichi pesantissimi).

Serve pazienza, vigilanza, e molto, moltissimo amore. Sforzarsi di capire che chi amiamo è in uno stato di sofferenza ed è entrato in un tunnel da cui potrà uscire solo attraverso un percorso che potrebbe rivelarsi lungo e faticoso.
Ma che sarà certamente vincente, e risolutivo, grazie alla forza e alla collaborazione di tutti.

Fonti: Enciclopedia Medica Italiana - CISF

Academy Awards 2009: 8 Oscar per The Millionaire

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Academy Awards 2009

Il 22 febbraio, al Kodak Theatre di Los Angeles, si è svolta l'81esima cerimonia degli Academy Awards, l'appuntamento più importante dell'anno per il cinema internazionale.

Sul red carpet abbiamo visto sfilare le star più famose di Hollywood e a rappresentare l'Italia erano presenti Sophia Loren e Valentino. Abbiamo assistito ad una vera e propria sfilata di moda: gioielli molto vistosi, collane e orecchini di smeraldi e diamanti, abiti con strascichi velati dai colori avorio-dorati, grigio cenere-asfalto e un tocco di fuxia per le donne, nero quasi d'obbligo per gli uomini tranne alcune eccezioni come Mickey Rourke in total white.

Il presentatore della serata Hugh Jackman (X-Men, Australia) si è dimostrato un grandissimo showman, destreggiandosi tra balletti, piccoli spezzoni di musical e parodie con l'aiuto della cantante Beyoncé e dei protagonisti di Mamma mia! (Amanda Seyfred) e High School Musical (Zac Efron e Vanessa Hudgens).

Le nominations più importanti sono state però consegnate da presentatori del calibro di Sarah Jessica Parker, Whoopi Goldberg, Will Smith, ma anche da giovani talenti che si stanno facendo strada a Hollywood come l'attore di "Twilight" Robert Pattinson.

I vincitori principali sono stati Sean Penn per Milk, Kate Winslet per The Reader, Penelope Cruz per Vicky Cristina Barcelona e Heath Ledger (postumo) per The Dark Knight (Il Cavaliere Oscuro). La consegna dell'Oscar ai familiari di Ledger è stato un momento di grande commozione in sala, dove non era però presente la compagna Michelle Williams dalla quale l'attore, morto per overdose di farmaci a soli 28 anni, ha avuto una figlia.

La celeberrima frase "The Oscar goes to..." è stata rivolta a ben 8 candidature per il film "The Millionaire" del regista Danny Boyle (Trainspotting), tra cui miglior film e miglior regista. Ambientato negli slums di Mumbai, il film è entrato nel cuore della gente, colpita dalla grinta di un ragazzino che si è messo in gioco per riconquistare l'amore dell'infanzia perduto e ritrovato e probabilmente anche per il desiderio di conoscere questa città dopo i giorni di terrore vissuti recentemente. C'è qualcosa di veramente speciale in questo film che doveva inizialmente uscire solamente in dvd e che è riuscito, invece, a raggiungere il grande schermo conquistandoci con le sue atmosfere e musiche tipicamente bollywoodiane.

Non ci resta quindi che correre al cinema a vederlo e ad ammirare la bravura dei due giovani attori Dav Patel e Freida Pinto.

Il nuovo esplosivo make-up firmato D&G

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Make-up Dolce e Gabbana - Scarlett Johansson

Capelli biondo platino con ricci cotonati. Forme sinuose e sensuali coperte da un corpetto e da una coperta bianca. Pelle bianchissima, labbra rosso fuoco abbinate ad unghie con smalto in tinta. I primi scatti che ritraggono la splendida attrice americana Scarlett Johansson, testimonial della nuova linea di make-up firmata D&G, ricordano molto Marilyn Monroe.

Per la prima volta i due celebri stilisti, Domenico Dolce e Stefano Gabbana, lanciano una collezione di cosmetici, progetto realizzato in collaborazione con P&G Prestige Products.

La nuova linea è dedicata ad una donna raffinata, ma al tempo stesso intrigante, che si percepisce come sex symbol, irresistibile proprio come Marilyn. Una femme fatale che cura la sua immagine in tutti i particolari, fino all'ultimo dettaglio. Sempre impeccabile, bellissima e perfetta. Una donna per la quale il make-up è solo un mezzo per rendere più accattivante charme e allure.

Il messaggio trasmesso al pubblico femminile dai nuovi prodotti firmati D&G è inequivocabile: la vasta gamma di colori, texture proposti, punta su bellezza, passionalità e sensualità.

I prodotti possono già essere acquistati al primo piano di "La Rinascente" di Milano in Piazza del Duomo, scelta come esclusivo punto vendita per la nuova linea.
Qui, in un ambiente sofisticato ed elegante, che ricorda le lussuose profumerie francesi e il design degli anni '50, tra pareti oro e nere, specchi e chandelier, le clienti potranno sperimentare i nuovi prodotti affidandosi alle mani di abili esperti, dediti ad esaltare al massimo la loro bellezza.

Per dare maggior incisività al lancio della prima collezione di cosmetici è stata realizzata la mostra "Extreme Beauty in Vogue", inaugurata il 3 marzo presso la sede del Palazzo della Ragione di Milano. La mostra, che rimarrà aperta dal 4 marzo al 10 maggio 2009, si ispira alla Bellezza. Saranno esposti gli scatti dei più celebri fotografi di ieri e di oggi, da George Hoyningen-Huene a Edward Steichen, da Erwin Blumenfeld a Richard Avedon, da Helmut Newton a Annie Leibovitz, da Steven Klein a Irving Penn.

Il percorso espositivo parte dagli anni '30 per arrivare fino ai giorni nostri e illustra, avvalendosi di foto talvolta audaci, come i canoni di bellezza si siano evoluti nel tempo, mutando a seconda del contesto storico, sociale e culturale a cui appartengono. Sarà disponibile anche un catalogo edito da Skira.

Una linea che ha tutte le carte in regola per diventare un "must" nel beauty di qualsiasi donna, che si sente e vuole apparire sempre come una star!

Mangiare a Bologna

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Mangiare a Bologna

Una piccola guida sui ristoranti assolutamente da provare, per pranzare o cenare a Bologna. I criteri di cui ho tenuto conto per sceglierli e consigliarli sono essenzialmente tre: il miglior rapporto qualità/prezzo, l'ambiente e la zona (che non sia troppo distante dal centro). Sono stati tutti testati nel corso degli ultimi anni, quindi potete fidarvi!

  • Cucina tipica (per sentirsi veramente a casa)
    Le trattorie sono una vera e propria istituzione della città che tra le sue caratteristiche tipiche (oltre ad essere la "rossa", la "dotta", la "turrita", e io aggiungerei anche la "porticata") ha quella di essere da sempre descritta come la "grassa". Dunque, se il desiderio è quello di una cucina godereccia e del buon vino, non potete che prenotare subito alla trattoria Da Vito (via Musolesi 9). Famosa da queste parti per essere frequentata da Francesco Guccini, il più famoso tra gli artisti che qui si raccoglievano attorno al proprietario (Vito, appunto). Scomparso qualche tempo fa e anch'egli considerato ormai una star, è indubbiamente la trattoria bolognese per antonomasia. L'atmosfera è ancora quella casalinga di una volta, il cibo è abbondante e il Lambrusco scorre a fiumi.

    L'Osteria dell'Orsa (via Mentana 1/F) è un altro dei locali storici di Bologna ed è particolarmente amato dai giovani per l'atmosfera rilassata e gioviale e i prezzi alla portata di tutti. Nota per le sue lunghe tavolate di legno in cui puoi capitare seduto accanto a chiunque, e il famoso "Piatto dell'amicizia" (provare per scoprire), è uno dei posti a cui gli universitari qui sono più affezionati.

    Il Pane Vino e San Daniele (in via Altabella e da poco anche in via Irnerio) è un locale il cui nome dice già tutto. Piatti sfiziosi a base di prosciutto, annaffiati da buon vino, sono la caratteristica di questo posticino tranquillo e non troppo caro. Attenzione, perché le porzioni non sono molto abbondanti come nelle altre trattorie, ma resta comunque un'ottima alternativa per una cena informale e gustosa.

  • Classico e Moderno
    Se l'idea è quella di passare una serata in un ristorante elegante ma non pretenzioso, mi viene subito in mente l'Osteria de' Poeti (via dei Poeti 1/B). Altro locale storico che vanta una tradizione dal 1600. Lo trovate all'interno di un antico palazzo quattrocentesco ed è allo stesso tempo un ristorante, un'enoteca ed un winebar. Si può apprezzare la cucina bolognese "tradizionale e creativa", accompagnata da dell'ottimo vino della loro rifornitissima cantina.

    Mangiare a Bologna Da qui sono passati, nel corso dei secoli, artisti come Giosuè Carducci, Lorenzo Stecchetti e Giovanni Pascoli (ed è proprio per questo che quella che si chiamava inizialmente "Osteria dietro al Reno" prese il soprannome, che oggi è rimasto, di Osteria de' Poeti).

    Di tutto un altro stile è invece il Da Dieci a Venti (sull'elenco telefonico lo trovate sotto "E' cucina"), in piazza Aldrovrandi 33/C, aperto da pochissimo da Cesare Marretti, cuoco ormai famoso per le sue comparsate televisive. Raffinato e di design, con diversi ambienti molto moderni ed accoglienti, il locale è in una delle piazze più belle del centro storico. Qui, con dieci euro, è possibile fare un pasto completo, dal primo al dolce, caffè e vino compresi, attraverso percorsi gustativi diversi. La qualità dei prodotti è veramente altissima.

  • Ethnic, Vegan, Veggie
    Per gli amanti di sushi, sashimi e tempura, forse il miglior giapponese della città è il Miyabi, in Via Andrea Costa, vicino allo stadio. L'ambiente è delizioso: ogni tavolata ha la sua intimità, poiché le salette sono divise, le une dalle altre, da dei paraventi in stile. Il pesce è freschissimo e il servizio discreto ed efficiente.

    Per chi è appassionato di cucina indiana, vorrei segnalare India, in via Nazario Sauro 14/A, locale suggestivo ed in stile: un vero e proprio angolo d'oriente in pieno centro. Il ristorante ospita anche conferenze ed eventi di vario genere (come corsi di joga o l'offerta di tatuaggi all'hennè gratuiti per i clienti). I prezzi sono accessibili. Assolutamente da provare!

    Chi invece è per una cucina delicata ma originale, è aperto da poco Zenzero, in via F.lli Rosselli 16. Cucina vegana e tradizionale per cui sono utilizzati prodotti biologici al 100%. L'ambiente è luminoso ed arredato con gusto e nonostante sia un po' distante dal centro è sempre frequentatissimo. Ottimi i primi ed i dolci.

    Altro vegetariano è Clorofilla, in Strada Maggiore 64/C, piccolo ristorantino sempre affollato in una delle vie del centro. Qui ci si muove tra bistecche di tofu, cous cous piccante alle verdure, yogurt allo sciroppo d'acero e diversi tipi di centrifugati. E' possibile anche acquistare una serie di prodotti bio e vegan da portar via.

  • Per togliersi uno sfizio
    Se non avete abbastanza tempo per sedervi a tavola ed il pranzo, per forza di cose, dev'essere da passeggio, proporrei due valide alternative alla pizza al taglio e al kebab: una pita da asporto al greco in Largo Respighi (To Steki), oppure un'insalata di farro, di frutta o una puccia alle verdure a portar via a La Terra del Sole, piccolo esercizio in piena zona universitaria (via Petroni 3/B) gestito da salentini.

  • Pedofilia: il male oscuro

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    Stop alla pedofilia

    Ogni bambino abbraccia dentro di sé il ricordo della propria madre che ogni sera prima di addormentarsi gli narrava una favola, ascoltava il suono della sua voce come una dolce melodia che lo accompagnava nei primi sonni.

    Chi non ricorda con gioia e un po' di nostalgia quei momenti dell'infanzia, attimi indelebili nella mente dei bambini? Può arrivare poi qualcosa, anzi qualcuno, a distruggere i momenti felici che accompagnano l'infanzia di ognuno di noi. Hai mai conosciuto l'uomo nero che si appropria della felicità degli innocenti per rovinarne sogni e fantasie soltanto per soddisfare un desiderio?
    La violenza sui minori appare un fenomeno sempre più in crescita. Ma che cos'è la pedofilia e chi è il pedofilo?
    La pedofilia è l'attrazione sessuale verso i bambini in età pubere o pre-pubere, cioè di età inferiore ai 13 anni, ed in ambito psichiatrico è considerata tra i disturbi del desiderio sessuale. Ne fanno parte quelle persone che abusano sessualmente di un bambino o che commettono reati legati alla pedo-pornografia.

    Generalmente questo tipo di reato si commette in quei luoghi dove vi sono bambini: famiglie, scuole d'infanzia, associazioni giovanili, centri religiosi.

    Nel 2007, in Usa e in Canada, oltre 4000 sacerdoti sono stati accusati di abuso sui minori. Una maxi-inchiesta partita da Torre Annunziata ha scoperto una vasta rete di pedofili che, tramite internet, si scambiavano filmati di bambini violentati ed alla fine venne deciso il patteggiamento. La procura di Torre Annunziata non si è opposta alle istanze, ma ha dato parere favorevole.

    Il più delle volte, occorre ricordarlo, la violenza si nasconde dentro le mura di casa, dietro l'abbraccio di un padre, il sorriso di uno zio o di un fratello...
    Studi approfonditi, inoltre, hanno messo in forte evidenza come il pedofilo spesso sia una persona che ha subìto, a sua volta, abusi sessuali durante l'infanzia, specialmente in ambito familiare.

    Che fare? In qualche Stato si applica la castrazione chimica mentre in altri si rende pubblica la fedina penale di coloro che si sono macchiati di reati a sfondo sessuale.

    Il pedofilo è comunque un individuo che, rubando i sogni alle sue piccole vittime, rende un bambino incapace di crescere, prigioniero e succube di una infanzia rimossa.

    Bonnie, una criminale molto cool

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    Bonnie & Clyde

    Bonnie & Clyde, un mito che ha segnato la storia del crimine a livello mondiale. Bonnie & Clyde, una coppia. Ma se Bonnie Parker non avesse mai incontrato Clyde Barrow? E soprattutto, quale trasformazione avrebbe potuto subire il suo stile se vivesse ancora?
    Questi i quesiti che si pongono i due giovani stilisti Matthieu Camblor e Marion Moulès che, il 25 Novembre scorso a Parigi, hanno presentato la collezione Primavera/Estate 2009 del loro marchio "MatthieuMarion".

    Tema della collezione dunque: "Bonnie senza Clyde". L'invito per la presentazione stampa incuriosisce...un fascio di dollari con impressi i volti dei due stilisti, al posto dell'immagine di un presidente americano. All'evento accorrono in molti, tanto che non è facile riuscire ad entrare. Una volta dentro (in una piccola galleria d'arte del nono arrondissement), lo sguardo è catturato dai colori vivaci dei vestiti che ripropongono varie versioni di stile della Bonnie Parker contemporanea.

    Immancabili i baschi, proposti in viola e rosso fuoco, che evocano la "sanguinaria" ma anche tutto il gangster look diffusosi negli anni sessanta. Sui manichini, eleganti abiti ispirati all'Art Déco ingannano lo sguardo. Non si comprende bene se certe sagome sono di fronte o di spalle. Un tromp-l'oeil decisamente voluto affinché di questa Bonnie non sia tutto rivelato in un solo sguardo.

    Tubini design in versione giorno e sera, gonne dalle stampe geometriche e giromaniche obliqui si alternano ad abiti in pelle o ricoperti di strass per finire su una giacca da uomo femminilizzata da un foulard. Forse la giacca di quel Clyde mai conosciuto.

    L'esposizione della collezione è stata accompagnata da un cortometraggio realizzato dai due stessi creatori che hanno immaginato la giornata tipo di una donna in latitanza. Sofisticata l'atmosfera dell'Hotel Chopin che ha fatto da set al video e che si trova non lontano dalla galleria per la presentazione. Mentre guardo le immagini del video, dove due attrici interpretano Bonnie indossando i pezzi della collezione, non posso che catapultarmi in questo universo da gangster chic.

    Il sottofondo musicale, Bonnie & Clyde di Serge Gainsbourg e Brigitte Bardot, è complice di questo mio immaginario e l'occhio non può essere che rapito dal colore rosso fiammante che ritorna sui capi. Delle parole su un foglio tra le mie mani mi suggeriscono: «Portare sempre del rosso, a meno che non sia una ferita...».

    "Street food": una tradizione veloce che arriva dal passato

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    sushi

    Se pensiamo ad un panino con la salsiccia, cosa ci viene in mente? Probabilmente una partita allo stadio, o forse un concerto. Ma ultimamente, questo "cibo da strada" si sta sempre più diffondendo e non lo consumiamo più in circostanze eccezionali.

    Spesso, per comodità, fretta e frenesia ci ritroviamo costretti a sostituire uno dei nostri tradizionali pasti, con un pranzo fugace, magari in piedi o seduti su qualche sgabello, fronteggiati da una piccola superficie di appoggio, davanti uno specchio che ci fa rendere conto di quanto siano pronunciate le nostre occhiaie e quanto desidereremmo essere in un comodo tavolino con poltroncine.

    Ma da dove arriva questa tradizione? Contraddicendo il luogo comune statunitense dei "fast food", bisogna affermare che il modello di alimentazione veloce ha avuto origine in Oriente, precisamente a Bangkok, in Thailandia. Infatti, se ci si reca in questa città, si nota subito quanto sia piena di piccole botteghe o bancarelle, che si affacciano o sono direttamente sulla strada.

    Ma oggi, la capitale dello "street food" è Singapore, nella penisola malese. Nel cuore della città è stato addirittura allestito un mercato coperto, dove è possibile gustare qualsiasi tipo di cibo. Ovviamente, grazie all'iniziativa di creare un luogo specifico dove mangiare, i controlli sanitari sono completi e costanti.

    La cucina di strada, però, ha origini molto antiche, quando i mercati o le ferie obbligavano contadini e artigiani ad allontanarsi dalle loro case per lavoro, e di conseguenza erano costretti a procurarsi cibo senza perdere troppo tempo per gli affari nell'arco della giornata. L'elemento fondamentale era già allora la velocità, quindi veniva escluso l'uso di posate, stoviglie e tutti i convenevoli della tavola.

    In Cina e in Giappone aumentano sempre più le bancarelle dove è possibile assaggiare un freschissimo sushi, mentre negli Stati Uniti non mancano furgoncini che offrono hot dog, dai quali fuoriescono salse di diversi colori già al primo morso. Addirittura, in questa zona dell'America, si disputa annualmente una gara, nella quale viene premiato il miglior "street fooder".

    Se passiamo alla Turchia, non possiamo non nominare il Kebab, lo spiedone rotante di carne grigliata. Negli anni '50, alcuni Turchi emigrati in Germania modificarono la ricetta per adattarla ai gusti tedeschi e crearono il Döner Kebab, ovvero un panino preparato con pane arabo e l'aggiunta di molti ingredienti, oltre la carne. Quest'ultimo, si andò ad affiancare al classico panino con Bratwurst e crauti.

    Ma anche l'Italia ha l'imbarazzo della scelta, per quanto riguarda la "cucina da strada". L'esempio più classico e presente ovunque è la pizza: ripiegata in due o quattro e riposta su un cartonicino. Se poi ci vogliamo specializzare nelle diverse regioni, non si può dimenticare la piadina romagnola, o la focaccia di recco e la farinata della Liguria. Neppure il panino con il lampedrotto di Firenze o con la porchetta di Roma.

    Largo spazio anche alle fritture: a Napoli ci sono le paste cresciute o i panzerotti o i calzoni, a Palermo i fiori di zucca, i filetti di baccalà e i supplì. E per i più assetati, nel Lazio e in Sicilia, rispettivamente gratta checche e granite. A Catania, addirittura, la colazione estiva si compone spesso di brioche e granita.

    Assaggiare i piatti tipici di una località, italiana o straniera, dovrebbe essere compito di ogni buon turista, anche se si tratta di un semplice banchetto ai bordi di una strada. Anzi, spesso accade che i cibi più buoni, si mangino proprio nei locali meno attrezzati. E poi, se un modo di mangiare così veloce e pratico è arrivato fino ai giorni nostri, da un passato estremamente lontano, vorrà pur dire qualcosa, no?

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