«Esercito un mestiere che è sporco e difficile: la pittura. Se non fossi quel che sono, non dipingerei; ma essendo quel che sono...» Uno stralcio dalla lettera che Vincent Van Gogh (30 marzo 1853 - 29 luglio 1890) scrisse alla sorella Wilhelmina.
Ma chi fu davvero Vincent Van Gogh? Un pazzo o un genio? Semplicemente un uomo malato o un uomo molto più sano di chi non fece che attribuirgli decine e decine di patologie? Una personalità comune o anormale?
Per dare risposta a questa domanda, c'è chi si baserebbe sulla sua cartella clinica, chi analizzerebbe parola per parola le centinaia di lettere scritte al carissimo fratello Theo; c'è, poi, chi si baserebbe sull'interpretazione delle sue più di novecento tele prodotte. Tante sono, infatti, le prospettive d'indagine possibili, ma assaporando pezzo dopo pezzo tutti questi elementi, tessere del puzzle della sua esistenza, si avrà un quadro a tutto tondo di quel che fu, e di quel che è tutt'oggi, a distanza di più di un secolo dalla sua "partenza", Vincent Van Gogh.
"Partenza", perché? Perché come Egli stesso predicò "la vita è un pellegrinaggio...", "un cammino lungo e faticoso", come quello del pellegrino protagonista del quadro di cui lo stesso Vincent parla in una lettera. "Ho visto un bellissimo quadro... Era un paesaggio alla sera, attraverso il paesaggio una strada porta a un'alta montagna... molto lontana... sulla sua cima il sole tramonta glorioso...".
La morte per Vincent ebbe tanti significati diversi, durante gli anni della predicazione scrisse "...la fine di questa vita è ciò che noi chiamiamo morte, ora in cui verranno alla luce le parole... c'è gioia grande quando un uomo nasce, ma c'è gioia più grande quando un'anima è passata attraverso la grande tribolazione, quando un angelo è nato in cielo...".
La morte e la fede in Dio erano la speranza in quei momenti di così difficile esistenza, l'unico appiglio rimastogli per riuscire a sfuggire al "procelloso mare d'esistenza", e il viaggio, per quanto lungo e arduo non mettevano paura. Bisogna anche ricordare che Vincent fu un uomo nato dalla morte, un ossimoro a mio avviso geniale, d'effetto; opera del Prof. Dott. Alfio Giovanni Patanè.
Il Nostro infatti fu messo alla luce per colmare il vuoto lasciato dalla morte prematura di un fratellino, di cui tra l'altro ne ereditò il nome. Dunque, un'esistenza fondata su una grossa responsabilità, un'infanzia fatta di lacrime, dove tutto ruota intorno alla morte, simbolizzata dalla lapide del fratellino scomparso.
E ricollegandomi a tale genialità stilistica penso che, come Egli nacque dalla morte, con la sua morte avvenuta nel 1890, Vincent riuscì, finalmente, a nascere davvero per la prima volta. Perché oggi Vincent Van Gogh è uno dei mostri sacri dell'arte, le sue tele sono pezzi unici e milioni sono le persone che lo ricordano, lo amano e lo stimano.
Quasi come un dispetto che il fato stesso dipinse sulla tela della sua vita.





















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