Dal processo giudiziario a quello mediatico

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I processi giudiziari hanno sempre accompagnato la storia. Sorgono ovunque c'è un contenzioso, banalmente dalla lite di condominio ai più seri conflitti armati. E i contenziosi generano forme giurisdizionali. Ma il processo spesso è fonte di ingiustizia, dai tempi di quello di Socrate ai nostri giorni, e poi pone problemi di ordine etico e politico.

Dal giudizio su Gesù a Socrate, dai gerarchi nazisti di Norimberga a Cogne, Erba e Perugia; ma tra di loro, esiste un filo rosso che li lega. E' il principio di legittimità di chi giudica. E' corretto che a giudicare siano persone coinvolte nelle vicende oggetto di un procedimento giudiziario? Questa azione può causare dei rischi e quello più grave è che il processo si faccia a livello mediatico, televisivo. In questo caso, si influenzerà pesantemente l'opinione pubblica e sarà il telespettatore a giudicare chi è innocente e chi è colpevole.

Oggi, i grandi dibattiti nella società nascono e si sviluppano proprio in occasione di clamorosi processi, che riescono sempre a catturare l'attenzione delle persone per intere settimane. Ancor più che ai casi politici, l'opinione pubblica si appassiona a quelli ricchi di pathos tragico, circondati da un alone di mistero.

Dinanzi a tali eventi si riscontra una divisione del pubblico, destinata ad approfondirsi sempre più col passare del tempo: da un lato la schiera colpevolista, dall'altra quella innocentista. Entrambe sono spesso caratterizzate da una non conoscenza dei fatti specifici. Le posizioni, quindi, vengono assunte con una relativa indipendenza dagli oggetti di riferimento.

Negli ultimi anni è senza dubbio cresciuto l'interesse per le vicende giudiziarie anche nel nostro paese, soprattutto grazie all'opera di copertura effettuata di continuo dai media. Dal 1992 in poi, i processi sono entrati stabilmente a fare parte del palinsesto televisivo e anche il mondo giornalistico ha riservato maggior spazio a questo settore della cronaca.

L'enigmatico Novi Ligure, i continui interrogatori ad Anna Maria Franzoni a Cogne, le indagini sui coniugi Romano ad Erba, su Alberto Stasi a Garlasco, sugli universitari a Perugia. La giustizia, da un discorso sottoposto alla logica del segreto nella fase istruttoria e a uno specifico codice normativo, si è trasformata in un discorso di tutti e per tutti. Il sistema giudiziario da un generale regime di scarsa visibilità è passato a un regime di visibilità e dicibilità totale.

I media non si accontentano più di riferire ciò che fa la giustizia, di criticarla se necessario, di limitarsi quindi a quelli che sarebbero i propri compiti; ma ne copiano i metodi, il che rende la lettura e la visione noiosa, quanto i verbali di polizia.

Piuttosto che informare sul lavoro della giustizia, adottano il punto di vista di una parte; rivelano elementi di prova ai propri lettori, ancora prima che la giustizia ne sia a conoscenza; valuta il lavoro di ciascuno e alla fine giudica sostituendosi al giudice. I media vantano le stesse doti di un giudice istruttore: pazienza, scrupolosità, tenacia.

Alcuni giornalisti partecipano attivamente alle indagini e si sentono autorizzati a farlo citando le fonti, si pongono come i verificatori e i certificatori di queste informazioni, interrogano i testimoni, se possibile prima della giustizia, e mettono a confronto le testimonianze. La difesa non si comporta diversamente: sente il dovere di dare spiegazioni attraverso i media, testimonia e si difende sui giornali.

In Italia dovrebbe esserci un po' più di civiltà, magari come negli Stati Uniti, dove i processi vengono seguiti con costante attenzione dalle tv, ma con una differenza sostanziale: si parla di essi solo ed esclusivamente nella fase pubblica, il dibattimento appunto, dove vi è la possibilità per accusa e difesa di essere paritari nelle argomentazioni. Le fughe di notizie sono all'ordine del giorno nel nostro Paese.


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