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La liquidità dei corpi e dei sentimenti

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René Magritte

Secondo Zygmunt Bauman, noto sociologo e filosofo britannico di origini polacche, la nostra è una società liquida (Vita liquida, Laterza, 2008).
Egli utilizza quest'aggettivo per definire l'estrema rapidità dei cambiamenti, che impediscono il consolidarsi delle abitudini e delle tradizioni.

Certamente la globalizzazione telematica, in questo, ha delle grosse responsabilità. Le nuove tecnologie non solo hanno cambiato gli stili di vita, modificando anche le nostre priorità, ma ci hanno costretti a seguire un andamento veloce, al quale noi tutti ancora ci stiamo abituando.
Il costume è cambiato, e con esso è cambiata la metodologia relazionale. Gran parte dei rapporti amicali e sentimentali nascono online, e sono il frutto delle frequentazioni virtuali, che avvengono attraverso i social network. Che fine hanno fatto tutti gli altri sensi? Possibile che la fretta sia l'unica motivazione che ha permesso all'olfatto, all'udito, e al tatto di essere rimpiazzati dallo schermo? I rapporti che nascono online sono il frutto della idealizzazione del soggetto, ci si innamora non della persona, ma dell'idea della persona e dell'immagine che essa ci è riuscita a trasmettere attraverso la costruzione del proprio profilo, inserendo foto e commenti che tendono a rappresentarlo al meglio. Risulta evidente che questo tipo di approccio si sposa perfettamente con il modello di società impostoci dalla globalizzazione, fondato sulle apparenze, sul concetto dell'usa e getta e, quindi, sulla continua ricerca della perfezione fisica e caratteriale, tale come quella che ci appare attraverso i profili che vediamo all'interno dei siti destinati agli incontri e alla conoscenza.

Non è un caso che, per rendere più semplice la conoscenza, questi spazi siano concepiti attraverso il criterio dell'inserimento delle proprie informazioni di base (nome, cognome, città, età e interessi) per rendere più pratico il sistema e per dare la possibilità agli individui di scegliere il pacchetto che vogliono, esattamente come si fa con un prodotto in un maxistore, o con un viaggio. Se poi l'incontro non va a buon fine, nel senso che la scelta non è ricaduta sulla persona giusta, si inseriscono altri dati e si scelgono altri potenziali partner.

E questa modalità di approccio non è diffusa solo nei paesi che godono di un'economia avanzata, come sottolinea Fatema Mernissi, docente di sociologia dell'Università di Rabat, nel suo libro Karawan. Dal deserto al web, anche "in Marocco, le ragazze connettendosi dagli internet point, spendono gran parte del proprio tempo alla ricerca del partner online".

La crisi americana si ripercuote sulla Moda

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Barbie al New York Fashion Week

Negli Stati Uniti più di due milioni di persone nel 2008 hanno perduto il loro impiego. Negli ultimi mesi si è assistito ad uno dei peggiori crolli del sistema bancario e finanziario degli ultimi tempi. L'America sta fronteggiando una delle più preoccupanti recessioni della sua storia.
Continue chiusure di negozi, saldi vertiginosi generalizzati (fino al 70-80 pe cento) applicati per fronteggiare le perdite di fatturato, tagli del personale minacciati da marchi consolidati, come ad esempio Macy's e Neiman Marcus, testimoniano che anche la Moda sta attraversando tempi duri. Chiara evidenza della crisi in atto si riscontra anche nel decremento del 44 per cento delle pagine pubblicate a gennaio 2009 rispetto al 2008 di uno dei più celeberrimi magazine sulla Moda, Vogue.

Nonostante questo scenario quasi drammatico, il mondo dell'effimero si è presentato puntuale al suo appuntamento. Dal 13 al 20 febbraio si è tenuta al Bryant Park di New York la settimana della Moda, per mostrare le nuove tendenze della moda femminile della prossima stagione, primavera-estate 2010.

Quest'anno sembra dominare un'unica filosofia: niente eccessi, niente sprechi, anche se, come spesso si dice per infondere speranza, "the show must go on".

Le sfilate sono state caratterizzate da una generalizzata tendenza al risparmio: inviti spediti via e-mail anziché via posta, invitati dimezzati, party cancellati (Calvin Klein e Marc Jacobs). Molte le assenze sulle passarelle sia riguardanti nuovi designer che nuovi business (Peter Som non è stato presente, Obedient Sons and Daughters ha già chiuso e Kira Plastinina sta dismettendo molti dei suoi negozi). Svariate le case di Moda, come Vera Wang, Betsey Johnson, Carmen Marc Valvo, Monique Lhuillier e Naeem Khan, che hanno optato per presentazioni nelle rispettive showroom o in location alternative al fine di ridurre i costi.

Ad alleggerire i toni ed a provare a riportare il sorriso sui volti degli americani ci ha provato la Barbie, intramontabile bambola ideata da Mattel che quest'anno compie 50 anni, a cui è stata dedicata una vera e propria sfilata. Modelle in carne ed ossa dalle sembianze simili alla bellissima bambolina hanno sfilato in passerella indossando abiti disegnati da 50 designer ispirati ai suoi vari look.

In totale controtendenza Oscar de la Renta, che ha addirittura raddoppiato le sfilate, cavalcando le buone performance di vendita ottenute nel 2008.

Altro grande evento, che infonde gli animi di ottimismo, è stato l'attesissimo opening di Armani, che sfida la crisi aprendo il suo nuovo concept store sulla Madison Avenue. Qui, in un unico building, si potranno trovare riunite le linee Giorgio Armani, Emporio Armani, Armani Jeans, Armani Casa, Armani Beauty, Armani Dolci e l'immancabile ristorante.

Un importante segnale di fiducia nel futuro arriva anche (non a caso durante la settimana dedicata alla Moda americana) dall'accordo di collaborazione siglato dal Politecnico di Milano e dal Fashion Institute of Technology di New York, finalizzato a formare gli stilisti del domani. Secondo quanto deciso, una selezione di studenti italiani del Corso di Laurea Specialistica in Design della Moda avrà la possibilità di trascorre un semestre al Fit di New York e viceversa. Il programma di scambio sarà operativo a partire da gennaio 2009 e rappresenta un passo importante non solo per lo sviluppo della Moda ma anche per quello dei nuovi talenti, che avranno così l'opportunità di formarsi in un contesto internazionale.

Iniziative che attestano come il sistema Moda stia reagendo alla difficile situazione economica cercando di puntare sul suo ruolo di macchina creatrice di sogni, di favorire nuove opportunità puntando sul futuro, che diventa locomotiva per la ripresa.

Il sangue nero del vampiro
Scheda del libro
  Editore   Newton Compton
  Autrice   Valerie Stivers
  Pagine   327
  Formato   13,5 x 21
  Prezzo   € 9,90
  Valutazione   in corso
  Sito web   www.newtoncompton.com


Contenuto del libro


Il sangue nero del vampiro

Kate McAlliston, giovane studentessa, accetta di lavorare come stagista presso una prestigiosa rivista di moda, "Tasty". Dopo le prime angherie e umiliazioni da parte delle colleghe e della direttrice, quando finalmente Kate sta conquistando un piccolo spazio per sé, all'improvviso ha il terribile sospetto che l'intero staff sia composto da vampiri. Incredula, Kate decide di indagare sul misterioso segreto che si nasconde tra le mura dell'ufficio. Tra strane abitudini e sotterfugi rivelatori, scoprirà la verità: la direttrice è davvero a capo di un esercito di vampiri, ma non ha nessuna intenzione di lasciare trapelare la notizia...


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Donne sul Ring

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Donna boxing

Siamo tutte dolci, tenere, accomodanti, capricciose, destabilizzanti. Siamo amanti, mogli, madri, bambine. Ma sappiamo anche lottare con determinazione e ferocia, e quando vogliamo perseguiamo i nostri obiettivi con precisione scientifica; amiamo e odiamo con un'intensità sconosciuta all'altra metà del cielo, a volte in modo inconsapevole e poco controllato. Siamo il vaso di pandora che contiene tutto, e l'opposto di tutto.

Eppure, quando mostriamo apertamente la nostra forza e la nostra potenziale aggressività in pubblico, che sia dietro ad una scrivania che in contesti di lotte sociali o politiche, ancora veniamo denigrate, o peggio sottovalutate. Forse perchè facciamo un po' paura, per la capacità assolutamente tutta femminile di passare da un ruolo all'altro con un sorriso, con naturalezza e innata disinvoltura.

In particolare quando deponiamo lo smalto e i tacchi a spillo per infilarci i guantoni da boxe. Sì, perchè le donne che salgono sul ring per disputare un incontro, sia di boxe, che di kick boxing o di qualsiasi altro sport da combattimento, sono sempre di più. Ancora poco considerate dall'universo sportivo maschile, eppure determinate e atleticamente preparate.

Combattere è catartico. Permette di esprimersi istintivamente e di canalizzare e sfogare energie e tensioni. Ovvi sono i vantaggi a livello circolatorio, e al di là di quello che tutti pensano, il fisico acquisisce tonicità e flessuosità, oltre che forza.

Per quanto riguarda la boxe, possiamo dire che è una disciplina genuina, da strada, alla portata di tutti. Si impara facilmente una volta acquisite le tecniche di base: diretto, jeb e gancio. Bisogna muoversi veloce, saltellare, tenere alta la guardia. Si lavora di braccia e addominali, si sviluppa istinto e velocità di reazione. Fa bene alla testa e al corpo. Aumenta l'autostima, la sicurezza di sè, si impara l'autogestione fisica ed emotiva, perché l'allenamento aiuta ad incrementare la concentrazione e la capacità di autocontrollo. Si impara a conoscere soprattutto se stesse, perché non si può affrontare un avversario se non si conoscono le proprie potenzialità e risorse.

La boxe femminile è nata in Inghilterra nel secolo scorso. Il primo incontro ufficialmente riconosciuto risale al 1888, anche se le cronache attestano che già nel 1722 si tenevano combattimenti tra donne. Ma sono stati poi gli Stati Uniti a mettere le basi di quella che è la boxe femminile dei giorni nostri, anche se si è sempre trattato di un movimento tenuto in vita da appassionati e poco stimato dalla massa.
Sono gli anni 50 a segnare la svolta quando l'inglese Barbara Buttrick, piccola e poco muscolosa, ma estremamente potente, diventa la prima boxeuse professionista.
Ma il cammino è ancora molto lungo e costellato di difficoltà. Le atlete arrivano soprattutto dalle discipline orientali e le palestre che allenano anche le donne non sono così diffuse. Nel resto del mondo sono moltissime le donne che fanno pugilato, in testa Cina e India. L'Italia è all'ultimo posto, e i pregiudizi sono ancora pesanti e troppo spesso insuperabili.

Ma le donne non mollano, forti del fatto che le discipline da combattimento, anche se travestite da fitness, stanno tornando prepotentemente di moda: si comincia con l'intraprendere un'attività fisica a medio-alto impatto col desiderio di dimagrire e di tenersi in forma per poi ritrovarsi, grazie al supporto di allenatori e maestri intelligenti e di mentalità aperta, a combattere su di un tatami, per quanto riguarda gli sport di origine orientale, o su di un ring.
Si entra dalla porta di servizio per uscire dalla principale, cosa per la quale siamo abituate da decenni, nel lungo cammino dell'emancipazione femminile. Costellato da tanta determinazione, sudore, fatica e sacrifici. E a volte occhi neri e lividi, magari anche nasi rotti e costole incrinate. Che portiamo con ironia e nascondiamo col fondotinta non appena riponiamo i guantoni per riprendere il ruolo di madri, mogli, fidanzate, segretarie, operaie, o libere professioniste. In nome di una libertà di essere, slegata dalla cultura dell'apparire.

Ma cosa pensano gli uomini che si accompagnano a queste donne guerriere? Che sono sexy e femminili, anche se noi, diciamocela tutta, quei pantaloncini un po' larghi dalla lunghezza indefinita li avremmo pensati in modo diverso... ma ovviamente, sono stati ideati da un uomo.

Vittime della Moda

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Donna nel Medioevo

Tutti lo sono, grandi, piccoli, uomini e donne: tutti vittime della moda. I più tradizionalisti storceranno il naso a quanto appena detto, ma è tutto vero! Nella società di oggi, è difficile non restarne influenzati, secondo recenti studi persino i bambini tra i 5 e i 7 anni, che in linea di massima hanno un vocabolario che si aggira sulle 800 parole, sono in grado di riconoscere una quantità di marche che oscilla tra le 150!

Il libro dal titolo "Filosofia della Moda", scritto dallo studioso Lars F. H. Svendsen, è davvero un ottimo manuale per chi al riguardo nutre parecchi dubbi. Moda: termine che sentiamo almeno una volta al giorno, tutti ne parlano, c'è chi la ama, c'è chi la critica, per i media è uno degli ingredienti più presenti nei loro ricettari.

Ma cos'è la Moda? Essa è tutto e niente: tutto perché comprende ogni cosa, moda è tutto ciò che prima o poi è soggetto al cambiamento; ma allo stesso tempo è niente proprio perché tutto cambia e allora non esisterà mai un qualcosa perennemente alla moda!
Lo scopo degli stilisti, da sempre, è stato infatti riuscire a trovare il perennemente "alla moda": un'utopia! Si suole indicare come origine della moda il tardo 1700, epoca di cambiamenti e di sviluppo, ma andando qualche secolo indietro sarà evidente la presenza della cura del proprio modo di mostrarsi persino nel Medioevo! Come osservò lo studioso Simmel c'è un fortissimo legame tra moda e identità ed è proprio questa la ragione fondamentale per cui tutti non possono farne a meno: vediamo il perché.

Nel Medioevo vennero stabilite alcune leggi contro il lusso, delle vere e proprie restrizioni sociali in base al rango d'appartenenza. Queste leggi vennero trasgredite immediatamente, e ciò non fece che rafforzare il significato degli abiti intesi come segni di distinzione sociale. Inoltre, nel 1800, in seguito alla democratizzazione della moda, l'aspirazione al possesso di oggetti di consumo dal potente valore simbolico fu il motivo di un'aspra disuguaglianza sociale. Ogni abito dunque è un simbolo, e noi, inconsciamente, acquistiamo proprio il suo simbolo.

La griffe è proprio l'elemento di differenziazione in assoluto. Si parla allora di un vero e proprio consumismo di simboli, ogni individuo vuole differenziarsi, imitando i "superiori" e distinguendosi non solo da chi si trova ai "gradini inferiori", ma persino dai "simili": sarà un paradosso?! Fatto sta che è proprio vero, tutti noi siamo attratti non dall'abito in sé, ma dalla sua rappresentazione, da ciò che simboleggia. Noi, che temiamo l'arena sociale a cui ogni giorno dobbiamo apparire sempre come i migliori (anche migliori di quel che siamo) fatichiamo, sudiamo per costruire noi stessi: ogni giorno, fin da quando siamo nati.

Dal processo giudiziario a quello mediatico

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I processi giudiziari hanno sempre accompagnato la storia. Sorgono ovunque c'è un contenzioso, banalmente dalla lite di condominio ai più seri conflitti armati. E i contenziosi generano forme giurisdizionali. Ma il processo spesso è fonte di ingiustizia, dai tempi di quello di Socrate ai nostri giorni, e poi pone problemi di ordine etico e politico.

Dal giudizio su Gesù a Socrate, dai gerarchi nazisti di Norimberga a Cogne, Erba e Perugia; ma tra di loro, esiste un filo rosso che li lega. E' il principio di legittimità di chi giudica. E' corretto che a giudicare siano persone coinvolte nelle vicende oggetto di un procedimento giudiziario? Questa azione può causare dei rischi e quello più grave è che il processo si faccia a livello mediatico, televisivo. In questo caso, si influenzerà pesantemente l'opinione pubblica e sarà il telespettatore a giudicare chi è innocente e chi è colpevole.

Oggi, i grandi dibattiti nella società nascono e si sviluppano proprio in occasione di clamorosi processi, che riescono sempre a catturare l'attenzione delle persone per intere settimane. Ancor più che ai casi politici, l'opinione pubblica si appassiona a quelli ricchi di pathos tragico, circondati da un alone di mistero.

Dinanzi a tali eventi si riscontra una divisione del pubblico, destinata ad approfondirsi sempre più col passare del tempo: da un lato la schiera colpevolista, dall'altra quella innocentista. Entrambe sono spesso caratterizzate da una non conoscenza dei fatti specifici. Le posizioni, quindi, vengono assunte con una relativa indipendenza dagli oggetti di riferimento.

Negli ultimi anni è senza dubbio cresciuto l'interesse per le vicende giudiziarie anche nel nostro paese, soprattutto grazie all'opera di copertura effettuata di continuo dai media. Dal 1992 in poi, i processi sono entrati stabilmente a fare parte del palinsesto televisivo e anche il mondo giornalistico ha riservato maggior spazio a questo settore della cronaca.

L'enigmatico Novi Ligure, i continui interrogatori ad Anna Maria Franzoni a Cogne, le indagini sui coniugi Romano ad Erba, su Alberto Stasi a Garlasco, sugli universitari a Perugia. La giustizia, da un discorso sottoposto alla logica del segreto nella fase istruttoria e a uno specifico codice normativo, si è trasformata in un discorso di tutti e per tutti. Il sistema giudiziario da un generale regime di scarsa visibilità è passato a un regime di visibilità e dicibilità totale.

I media non si accontentano più di riferire ciò che fa la giustizia, di criticarla se necessario, di limitarsi quindi a quelli che sarebbero i propri compiti; ma ne copiano i metodi, il che rende la lettura e la visione noiosa, quanto i verbali di polizia.

Piuttosto che informare sul lavoro della giustizia, adottano il punto di vista di una parte; rivelano elementi di prova ai propri lettori, ancora prima che la giustizia ne sia a conoscenza; valuta il lavoro di ciascuno e alla fine giudica sostituendosi al giudice. I media vantano le stesse doti di un giudice istruttore: pazienza, scrupolosità, tenacia.

Alcuni giornalisti partecipano attivamente alle indagini e si sentono autorizzati a farlo citando le fonti, si pongono come i verificatori e i certificatori di queste informazioni, interrogano i testimoni, se possibile prima della giustizia, e mettono a confronto le testimonianze. La difesa non si comporta diversamente: sente il dovere di dare spiegazioni attraverso i media, testimonia e si difende sui giornali.

In Italia dovrebbe esserci un po' più di civiltà, magari come negli Stati Uniti, dove i processi vengono seguiti con costante attenzione dalle tv, ma con una differenza sostanziale: si parla di essi solo ed esclusivamente nella fase pubblica, il dibattimento appunto, dove vi è la possibilità per accusa e difesa di essere paritari nelle argomentazioni. Le fughe di notizie sono all'ordine del giorno nel nostro Paese.

Chi di noi non ha un segreto inconfessabile? Nessuno. Ma la vera domanda è: chi mai si sognerebbe di divulgarlo pubblicamente, magari proprio in una di quelle piattaforme del web 2.0 che sono i blog e che sono ormai i nuovi diari del nostro secolo?

Beh, un tale di nome Frank Warren l'ha fatto. Partito come un progetto di "visual art", alla ricerca di materiale per una mostra, la sua idea è poi approdata su Blogspot.com, e dalle prime dieci cartoline ricevute all'inizio, si è trasformata in un fenomeno mondiale, raccontato da lui stesso anche in diversi libri (l'ultimo dei quali è "A Lifetime of Secrets: A PostSecret Book")

Warren ha iniziato lasciando nei bar, nei metrò e alle fermate degli autobus un biglietto con il suo messaggio: "Scrivetemi il segreto che vorreste confessare". Al suo indirizzo hanno iniziato subito ad arrivare le risposte. Il blog è nato nel 2004, e nel 2006 la rivista Forbes lo ha piazzato al quattordicesimo posto degli uomini più influenti di internet. Decisamente, non è da tutti!

L'idea è questa: lui raccoglie e pubblica tutti i messaggi inconfessabili che gli arrivano, scritti per lo più a mano su cartoline, da chi, in qualche modo, se ne vuole liberare. La gamma dei segreti va da quelli più leggeri ("Nella mia famiglia non ci si abbraccia mai"), a quelli più sconvolgenti ("Il fatto che tu mi abbia mostrato un porno quando avevo otto anni ha incasinato le mie relazioni, e la mia vita"). La garanzia che Warren dà è il completo anonimato. L'unica richiesta è il formato della cartolina (6x4 pollici), per il resto, si può scrivere su qualsiasi materiale inviabile per posta. Ogni domenica l'autore sceglie 10/15 cartoline e le pubblica. Ed è fatta, il segreto è stato svelato. Lui stesso ha sostenuto il potere terapeutico di questa sua idea auto-inviandosi una cartolina.

Ci si sentirà davvero più leggeri, dopo? La cosa certa è che le mille cartoline al giorno che arrivano nella sua cassetta postale, da oltre 200mila sconosciuti, che nel giro di quattro anni gli hanno scritto, e più di 5 milioni di visite al suo blog dimostrano che qualcuno, alla fine, ci crede. E oggi l'idea è stata esportata anche ad altri blog simili in tutto il mondo (è in cantiere anche un progetto italiano).

Alcune sono storie di dolore vero, tale da far sentire il bisogno di aggiungere all'interno del sito un link ad un'associazione americana di aiuto per la prevenzione del suicidio (www.hopeline.com), che qualcuno ha ammesso di aver contattato proprio grazie al lavoro di Warren (il quale, peraltro, ha fatto anche il giro di numerosi college americani per raccontare la sua storia).

In queste cartoline affiorano messaggi di rivalsa e vendetta, più o meno ironici ("Il mio ex marito è gay e la sua nuova moglie non lo sa!", oppure "Quando vado a casa del mio ex, gli nascondo tutti i preservativi perchè non possa fare sesso con la sua nuova ragazza!"), ma anche paure terribili ("Mia madre ha un disturbo mentale e ha lasciato la nostra famiglia. Ho così tanta paura di non sapere come fare per diventare una buona mamma e che i miei figli mi odino... proprio come io odio lei".) Qualcuno confessa abitudini non proprio galanti ("Amo fare la pipì nella doccia!") oppure aspetti fastidiosi del proprio corpo ("Ho una pancia davvero pelosa!"). Ma ci sono anche messaggi di speranze per il futuro ("Un giorno troverò la mia strada... speriamo..."). Su una foto di due ragazzi che si abbracciano sorridendo si vede scritto: "Più triste del giorno che tu mi hai lasciato è stato quello in cui mi sono reso conto che non mi mancavi più".

E così via, spaziando dall'amore al matrimonio, alla sofferenza, dal ricordo di un caro amico che è venuto a mancare alle cosiddette "bad habits" (una lei scrive che aveva paura di sposarsi perchè il compagno avrebbe scoperto che si metteva le dita nel naso. Dopo qualche tempo, ha riscritto, rassicurata dal fatto che anche lui lo fa!), dalle tensioni familiari, al difficile rapporto con se stessi degli adolescenti, and so on...

Lui garantisce di credere in quello che pubblica, pur non avendo alcuna certezza matematica che sia tutto vero. Tentar non nuoce. Potrebbe diventare davvero un modo per esorcizzare i propri fantasmi.

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