Il percorso, messo in sicurezza e visitabile con un accompagnatore specializzato e muniti di mantella impermeabile, elmetto protettivo e radio ricevente da cui sentire le spiegazioni, offre incredibili scorci paesaggistici e viste mozzafiato.
Tra giochi di luci e ombre, che si riflettono sulle rocce impervie, si intravedono i resti di un vecchio ponte romano per le aurighe, cascate, spruzzi d'acqua, fossili, muschi e licheni dai colori smeraldi e vermigli. Nascosta tra le fenditure della roccia è possibile scorgere persino un'immagine che ricorda la sacra sindone, testimonianza della potenza e della grandiosità della natura. Dal 2009 il percorso è stato esteso fino a "bagni di fondo", ex stabilimento termale che ospitò Sissi e il Principe Franz, ora dismesso.
Per gli amanti del turismo eno-gastronomico molte sono le proposte del territorio. I gourmet, per esempio, apprezzeranno sicuramente i prodotti semplici e genuini della vallata come i Mieli Thun dell'apicoltore Andrea Paternoster. Nel suo negozio, situato fra i meleti ai piedi del Castello, si trovano altre specialità selezionate dai migliori produttori della zona, come marmellate e salse con erbe spontanee, farine e paste (via Castel Thun 8, Vigo di Non, tel. 06461.657929, www.mielithun.it).
Da provare, durante il soggiorno in Val di Non, è il più tipico dei piatti della zona: il tortel di patate servito con salumi locali e formaggio oppure in alternativa "dolce" con la marmellata di ribes rosso. Altre portate sono gli strangolapreti (gnocchi di pane raffermo e spinaci), i canederli e la polenta con la selvaggina, la mortandela affumicata, presidio slow food, o formaggi d'alta montagna come il Monteson, da accompagnare col miele. Tutto da abbinare al vino autoctono tipico locale, il Groppello.
Dulcis in fundo, lo strudel, realizzato con le mele della Val di Non e per concludere un bicchierino di uno dei tanti distillati di pregio.
Per conoscere tutto sui prodotti tipici locali basta seguire gli itinerari suggeriti dalla Strada del vino e dei sapori delle Valli di Non e Sole (www.stradedelvinodeltrentino.it) o fare una sosta alla terrazza dei sapori che si trova a Cagnò.
Per dormire fra i meleti, l'Agritur Maso San Bartolomeo, in un antico convento di frati con annessa la più antica chiesetta della Valle: camere semplici ma curatissime e un'accoglienza davvero squisita (loc. Maso San Bartolomeo 114, Romeno, tel. 0463.875368, www.agriturmasosanbartolomeo.it, doppia b&b da 60 €).
Stessa atmosfera intima e familiare riserva l'Hotel Casez con un piccolo centro wellness. Nel suo ristorante Fior di Melo si gustano specialità caserecce, fra cui "l'impiccato", un tris di filetti alla piastra con salse (via Roma 48, Casez di Sanzeno, tel. 0463.434130, www.hotelcasez.it, doppia b&b da 84 €, menu da 23 €).
Tortel di patate, mortandela nonesa e formaggi d'alta montagna sfilano sui tavoli dell'Agritur Castel Vasio, antico maniero dell'800 circondato dai boschi, dove si può anche dormire in tre camere con legni originali e stufe in ceramica colorata (loc. Vasio, Fondo, cell. 349.4731441, www.castelvasio.net, doppia da 80 €, menu da 25 euro). Più raffinata (anche nella presentazione dei piatti decorati con fiori di campo, fiocchi di fieno, foglioline aromatiche) la cucina del Ristorante Alpino: tra le specialità, vellutata di mela Golden e lonzino del maso con insalata di tarassaco. Anche qui, alcune camere per la notte molto graziose (piazza Municipio 23, Brez, tel. 0463.873528, www.alpinobrez.it, doppia b&b da 70 €, menu da 30 €).
Per informazioni
Azienda per il Turismo Val di Non
Via Roma, 21 - 3813 Fondo -
Tel. 0463-830133 - Fax: 0463 -830161
www.visitvaldinon.it - info@visitvaldinon.it
Avevamo imparato ad apprezzarlo ed anche ad amarlo durante la I edizione del "Grande Fratello", Pietro Taricone - il "guerriero" casertano ci ha lasciati in un tranquillo giorno d'estate - ed in quella che era considerata per lui la sua più grande passione: il paracadutismo.
Non è facile in questo momento di immenso dolore trovare le parole giuste per descrive un ragazzo così "speciale" come era lui... un po' spavaldo - sempre attento alla sua forma fisica - coraggioso come solo i veri guerrieri sapevano di esserlo - con bellissimi occhi e un gran sorriso passionale che parlava da solo e da quel suo sguardo traspariva tutta la sua vera tenacia di un grande uomo...
Si era classificato 3° al Grande Fratello - pur rimanendo il vero e unico vincitore morale di quella edizione.
Non amava molto apparire in televisione e come poche persone dopo il successo ottenuto del reality aveva saputo mantenere la sua integrità senza montarsi troppo la testa... dedicandosi così alla recitazione.
Siamo vicini alla sua famiglia - alla compagna e alla figlia... e per chi scrive come noi - non è facile saper riempire le pagine per parlare di una persona che non c'è più soprattutto per chi lo conosceva.
Elencare tutta la sua carriera dopo l'uscita dal Grande Fratello diventerebbe troppo ripetitivo anche perchè tutti i giornali ne stanno parlando.
Ricordiamolo semplicemente così... con quel suo bellissimo sorriso... e quella passione che aveva nel cuore del paracadustismo che c'è lo ha portato via. Questa è la vita... e questa è la morte, difficile da comprendere, da accettare... ti senti all'improvviso investito da un dolore che non sai gestire e capire...
Un angelo meraviglioso brillerà ora in questo azzurro cielo d'estate - sarai la stella più luminosa che noi vedremo anche in mezzo a tante nuvole grigie, le tue nuove meravigliose ali avvolgeranno i tuoi cari nei momenti più duri, perchè sei morto da poche ora e già ci manchi terribilmente...
Ma non vogliamo dirti addio perchè un giorno ti rincontreremo... Ciao Guerriero!
Creato da giovani artisti salernitani, il nuovo brand "Gunpania" si affaccia appena adesso sul mercato italiano comunicando la propria filosofia. Si sa, ogni brand che si rispetti ne ha una, e la loro è densa di contenuti.
Infatti, il nuovo marchio si presenta con un'immagine molto forte: due pistole. Non è un caso se questo marchio viene alla luce in un territorio dilaniato da lotte intestine fra clan e da problemi di racket. Il brand nasce da un gesto di coraggio e d'amore. Fra i suoi primi obiettivi: contribuire alla diffusione di una cultura della legalità, cercando di allontanare i giovani dalla tentazione di cadere nelle grinfie del sistema malavitoso. Altre tematiche affrontate dal gruppo: l'inquinamento globale, e gli imprudenti stereotipi del bello imposti dalla società.
Il Team Gunpania (scenografi, costumisti, grafici e designer) ha scelto come strategia comunicativa la performance art. Bazzicano nelle strade e nelle piazze, travestiti da uomini del Ris, alla ricerca dei cadaveri o delle potenziali vittime.
Nella scelta di una comunicazione immediata, potremmo dire vis-a-vis, emerge la componente teatrale, che rispetto agli altri criteri comunicativi, riesce ad osservare la gente negli occhi, carpendone le emozioni. "Il brand nasce dall'analisi di una lungimirante intuizione di Eduardo De Filippo, che aveva preconizzato l'avvento di uno status socioeconomico nella regione Campania, e a Napoli in modo particolare, in cui si sarebbe arrivati ad un punto di non ritorno", ci ha detto Vincenzo Luca Forte (responsabile Marketing & Comunicazione del Social Brand Gunpania).
Il team dall'8 al 10 maggio si è dilettato nella performance art a Milano, in via Montenapoleone, affrontando, questa volta, il delicato tema della Moda e delle numerose vittime che, quotidianamente, miete il mercato del lusso. Gli artisti hanno individuato le potenziali fashion victims nelle varie boutique e lungo la strada, e hanno domandato loro se conoscessero la fantomatica "via Vittime della Moda". I rilievi dei "Ris" sono stati facilitati dalla collaborazione delle potenziali vittime, che si lasciavano cerchiare dal gesso bianco.
Troppo spesso i brand, soprattutto, nell'ambito della moda sono associati a qualcosa di inaccessibile ai più, e la merce proposta, come destinata a durare non oltre una stagione. Gunpania, in questo, è riuscita ad unire forma e contenuto.
Il gruppo è presente su Facebook e, in pochi mesi ha già ricevuto migliaia di adesioni.
Per la prima volta dopo circa vent'anni di restauro, sabato 17 aprile è stato inaugurato in Val di Non, nel Trentino Alto Adige, il museo castello di Thun, uno dei più bei castelli medievali del Trentino, un tempo residenza privata della nobile stirpe dei Thun e ora di proprietà della Provincia di Treno e parte del Museo del Buonconsiglio.
Il castello, situato in cima a una collina a 609 metri in bellissima posizione panoramica e strategica, sorge vicino al paese di Vigo di Ton, nei pressi di una delle principali vie di collegamento tra l'Italia e il nord Europa. Da sempre residenza simbolo di una delle più importanti famiglie trentine che ha segnato la storia del Principato vescovile di Trento, la Provincia ha deciso di aprirlo alla collettività, che d'ora in poi potrà ammirarlo in tutta la sua magnificenza, sia nelle parti esterne che, soprattutto, in quelle interne.
Per la Provincia autonoma di Trento, e in particolare per la Valle di Non, questo costituisce senza dubbio l'evento culturale più importante del 2010, considerato il valore del maniero che riporta alla luce, e soprattutto rende fruibile alla collettività, secoli di storia e arte.
Molte sono, infatti, le residenze principesche attualmente presenti sull'arco alpino, ma rare sono quelle aperte al pubblico.
Il Castello di Thun presenta una singolare peculiarità, che lo distingue dalla maggior parte delle fortezze oggi visitabili: è uno dei pochi esempi di dimora signorile appartenute a una sola famiglia, senza interruzione di continuità, dal 1267 fino ai giorni nostri, più precisamente fino al 1982, anno in cui è scomparso il suo ultimo abitante Franz Thun Hohenstein ed è stato rilevato dalla Provincia di Trento.
Così come la Val di Non gravita dal XII secolo intorno al castello, la storia di questa dimora si identifica completamente con quella dei suoi proprietari, i Thun, una famiglia di antichi feudatari vescovili che nell'arco di otto secoli passarono dall'oscurità delle origini ad acquisire posizioni di spicco nella scena politica europea.
Considerati uno dei più importanti casati del Trentino e del Tirolo, molti dei suoi esponenti divennero, infatti, principi Vescovi o ricoprirono prestigiose cariche diplomatiche, politiche, militari e religiose. Un ramo della famiglia fece addirittura fortuna in Boemia, il che contribuì non solo ad accrescere il potere dell'intera dinastia nell'ambito della scena mitteleuropea e internazionale, ma permise l'acquisizione del titolo di conti dell'Impero. Molti discendenti vivono ancora oggi tra Val di Non, Bolzano, Milano e Vienna.
Nonostante i molteplici possedimenti e feudi acquisiti nel tempo, questo maniero è rimasto sempre il cuore della stirpe e della sua storia. Le origini della fortezza risalgono al 1199, quando il principe vescovo di Trento conferì ai signori di Tono (chiamati in seguito alla tedesca Thun) la proprietà del dosso di Visione e con essa la possibilità di erigervi un castello - detto anticamente di Belvesino e poi semplicemente de Tono prima e Thun poi.
Il maniero, così come appare oggi, circondato da un complesso sistema di fortificazioni formato da torri, bastioni lunati, fossati e cammini di ronde, conserva ben poco del primitivo feudo medievale. Alla prima rocca se ne aggiunsero progressivamente altre, a testimonianza dell'enorme potere acquisito durante il Medioevo e il Rinascimento. Ampliamenti e modifiche successive si sono susseguite nei secoli rendendolo protagonista di differenti periodi evolutivi. Oggi è considerato più come un palazzo signorile e costituisce uno dei più rappresentativi esempi di architettura castellana gotica trentina e di dimora signorile arredata.
Purtroppo nel tempo il maniero ha subito, gravi spoliazioni, che hanno fatto sì che molto arredi principali andassero perduti, in particolare nel 1797 ad opera dei francesi. Alla fine dell'Ottocento il tracollo finanziario dei Thun, ad opera di Matteo Thun, avvenuta in corrispondenza al crollo del potere temporale della chiesa, che aveva contribuito a fare la fortuna del casato, obbligò alla vendita di un numero considerevole di opere d'arte, fino a che nel Novecento il castello passò al ramo boemo della famiglia, che eseguì restauri di pregio reintegrando l'ormai povero arredo.
Nelle sale si possono ammirare i raffinati arredi originali: mobili, oggetti, suppellettili e raccolte d'arte tutte possedute dalla famiglia, che ne testimoniano il rango, la ricchezza, nonché le alterne vicissitudini.
Dopo l'acquisizione nel 1992 della Provincia di Trento, il castello è stato oggetto di una complessa quanto mai articolata opera di restauro, che ha riguardato non solo la parte strutturale ma anche gli arredi e le collezioni ivi presenti e che ha coinvolto numerose sovraintendenze.
Il complesso architettonico, ora in visita, comprende il palazzo signorile, i giardini, le fortificazioni esterne ed è strutturato su tre piani. Per accedere al palazzo centrale si passa da un cortile interno superando una porta a volta su cui è presente lo stemma Thun con la data 1585 che porta all'atrio principale. Al piano terra si trovano le stanze pubbliche (Sala delle guardie, il forno del pane, la Sala del pozzo, la cappella e la sagrestia), mentre ai piani superiori si trovano quelle utilizzate dai signori. Al primo piano si trova la cucina vecchia e il vicino tinello, al secondo la Sala da pranzo e le stanze intercomunicanti. Al terzo piano da non perdere l'affascinante stanza del vescovo, sicuramente il pezzo forte della visita, resa celebre dal film di Michelangelo Antonioni "Il Mistero di Oberwald", con la sua elegante boiserie e il sontuoso soffitto che porta centralmente lo stemma, datato 1670, di Sigismodo Thun, principe vescovo di Trento e Bressanone. Degna di nota è infine la camera azzurra, che custodisce lo splendido dipinto di Guardi (Santo in adorazione dell'Eucarestia).
Gli allestimenti sono stati curati da Lia Camerlengo, Ezio Chini e Francesca Gramatica. Sono originali e sono rappresentativi delle varie collezioni possedute dalla famiglia, quali arredi con mobili, opere d'arte e suppellettili pregevoli.
Specchio del gusto della famiglia, nelle varie sale si ritrovano stili di epoche diverse che vanno dal Rinascimento al Biedermaier: secretaires, cassettoni a ribalta, stipi, comodini stile impero, stufe a olle, argenteria, porcellane, vetri, armi bianche, oltre a dipinti della scuola dei Bassano, ritratti di Giambattista Lampi, Crespi, Molteni, Garavaglia e altri ancora.
I quadri rappresentano uno spaccato dei gusti artistici dell'epoca, dal XVI secolo in poi: ritraggono molti esponenti della famiglia, oltre a nature morte, dipinti con soggetti sacri e mitologici. Della preziosa biblioteca un tempo esistente, che conta 9500 volumi nell'arco di sei secoli, e del significativo archivio, che ospita una delle collezioni di documenti più importanti della regione (di cui una metà risiede in terra boema, mentre gli altri volumi sono custoditi presso l'Archivio Provinciale di Trento) sono presenti solo alcuni testi, come ad esempio una versione rilegata a mano della Gerusalemme Liberata e un testo che cita i Thun e ne decanta l'importanza.
Il castello si presta come eccellente punto di partenza per la visita del territorio circostante e delle affascinanti attrazioni presenti in Val di Non (www.visitvaldinon.it). Il territorio offre, infatti, attrazioni turistiche per tutti i gusti - cha vanno dai trekking, alle passeggiate nei canyon, ai percorsi enogastronomici, alla visita a eremi e musei - che garantiscono la possibilità di trascorrere week end piacevoli tra natura, cultura, sapori del territorio e antiche tradizioni, in modo da poter unire l'utile al dilettevole. Il periodo ideale per pianificare una visita è in primavera, durante il periodo della fioritura dei meleti, o in autunno, in occasione della raccolta delle mele. A settembre sono previste novità espositive, tra cui la mostra della collezione di carrozze, una delle più ricche e varie del mondo.
Per informazioni
Castello del Buonconsiglio
Via Bernardo Clesio, 5 Trento
Tel. 0461 233770-492829
www.buonconsiglio.it
e-mail: info@buonconsiglio.it
Tariffe
Intera € 5
Ridotta € 3
Azienda per il Turismo Val di Non
Via Roma, 21 - 3813 Fondo
Tel. 0463-830133 - Fax: 0463 -830161
www.visitvaldinon.it - e-mail: info@visitvaldinon.it
Sembrerebbe sparita, debellata, sconfitta, se consideriamo che della malattia del secolo se ne parla ormai pochissimo, quasi più. Come se avesse cessato di essere una minaccia. Come se non ci facesse più paura.
Oggi parliamo di influenza A/H1N1 (febbre suina), siamo terrorizzati dagli effetti dell'inquinamento della terra e dei nostri mari, persino gli Ogm ci inquietano a dismisura e tormentano i nostri sogni.
Ma davvero la Sindrome da Immunodeficienza Acquisita che ha mietuto milioni di vittime a partire dai primi anni ottanta è stata debellata? Parliamo di 25 milioni di casi in venticinque anni.
No, il pericolo purtroppo non è passato, e se da un lato si affacciano nuove terapie che fanno ben sperare per il futuro, dall'altro la morsa del contagio non cessa a desistere. Anzi: in Italia si registrano ogni anno oltre 4.000 nuovi casi, dato oltretutto in difetto se consideriamo che non tutte le regioni sono monitorate dal Ministero della Salute.
In termini di prevenzione l'Italia risulta essere al ventisettesimo posto (su ventinove paesi), e le sporadiche campagne di divulgazione, quando vengono avviate, troppo spesso sono inadeguate e inefficaci.
Il nostro Paese deve fare in conti con un moralismo dilagante che impedisce la corretta informazione alle fasce più a rischio: tra i giovani dilagano un'incertezza e un'ignoranza davvero preoccupanti, come se l'Aids fosse una malattia inventata, lontana, impossibile da contrarre; come se riguardasse sempre "gli altri".
Eppure oggi più che mai - e i dati rilevati dall'osservatorio della città di Milano ne sono la dimostrazione più evidente - la Sindrome da Immunodeficienza conferma di essere pericolosa e mortale come in passato.
In casa non se ne parla, come anche a scuola: la maggioranza degli organismi preposti all'educazione dei nostri ragazzi evitano di affrontare le problematiche legate al sesso, alla contraccezione e ai rischi del contagio.
Il risultato è che la diagnosi dei nuovi casi avviene frequentemente senza riuscire a comprendere come la trasmissione del virus sia avvenuta, e purtroppo spesso quando è troppo tardi per consentire di intervenire in modo tempestivo.
Ed è questo il problema: perché l'immediatezza dell'accertamento può salvare la vita. E' qui che la terapia dà il suo meglio, e consente di avere riscontri efficaci. Dopo, diventa tutto più difficile.
E l'Aids si contrae esattamente come venticinque anni fa: la trasmissione tra tossicodipendenti, con lo scambio di siringhe infette, è leggermente diminuita; ma sono aumentati incredibilmente i casi di contagio tramite rapporti sessuali non protetti. L'uso del preservativo è ancora un tabù soprattutto tra i giovanissimi, e questo ci deve fare davvero riflettere.
L'informazione è un dovere delle Istituzioni, che non possono permettersi di farsi influenzare dal falso perbenismo cattolico che impedisce di pianificare i giusti interventi per combattere contro un nemico che continua a mietere vittime su vittime.
E allora, un giorno, forse davvero potremo dire: "ormai di Aids non si muore più"...
Informazioni utili:
www.lilamilano.it
centralino Informativo Aids: dal lunedì al venerdì si può telefonare al numero 02 58103515
www.lila.it/lilachat/category-view.asp
www.arche.it
www.npsitalia.net
www.aegis.com
A poche settimane dalla sua tragica scomparsa l'Italia ancora piange un grande uomo: Raimondo Vianello, ed ora a "Casa Vinello" si sono spenti per sempre i riflettori. Il 7 maggio avrebbe compiuto 88 anni, dal 4 aprile era stato ricoverato all'ospedale San Raffaele per un blocco renale e pochi giorni dopo, esattamente il 15 aprile, arriva la notizia che nessuno avrebbe voluto mai sentire: è morto Raimondo Vianello.
Lui, signore di altri tempi, garbato, fine, composto che con la sua bravura ed ironia ha saputo conquistare tutti, lascia in noi un enorme vuoto perché con la sua scomparsa si chiude un ciclo di personaggi che hanno fatto la storia della televisione italiana: come Corrado e Mike Buongiorno. "I grandi che non torneranno più".
La carriera di Raimondo Vianello inizia dal teatro di rivista alla televisione, dal cinema alla pubblicità, per lui sessant'anni di spettacolo che hanno fatto storia. Accompagnato sempre dalla stima dei suoi tanti telespettatori che in tutti questi anni lo hanno sempre seguito dai primi passi in Rai, fino all'arrivo in Mediaset alla scoperta del calcio con "Pressing".
Sarà difficile dimenticare le sue scenette strepitose e piene d'ironia nel varietà "Tante scuse" (1974), "Noi... no" (1977), dove Vianello interpreta Tarzan nella sigla-cult del varietà, "Stasera niente di nuovo" (1981), dove un indimenticabile Zorro diverte i telespettatori, fino ad arrivare a "Casa Vianello" (1988-2007), la sit-com più amata dagli italiani.
Intramontabili rimarranno le sue scene con la sua Sandra Mondaini. Ed è proprio a lei, la nostra adorata Sandra, che va ora il nostro pensiero, perché ora che il suo Raimondo non c'è più, il compagno di una vita, senza la sua spalla, come aveva detto in una ultima intervista, sarà dura. Ma il loro grande amore così puro e particolare fatto di battute non tramonterà mai.
E per molti di noi che sono cresciuti con le loro scenette, battute, sarà ora incomprensibile trovare chi potrà riempire questi enormi vuoti.
C'era una volta il cinema d'essaie. Quello fatto di pellicole destinate a pochi intenditori, proiettate in sale esclusive, in piccoli boduoir dalle poltrone scomode odorose di muffa e pop-corn, e con i soffitti macchiati dall'umidità. E ora c'è "Avatar", il film di James Cameron che ha incassato più di qualsiasi altro nella storia della cinematografia moderna. Il futuro.
Pensato e realizzato per essere proiettato in 3D, è stato distribuito nei più moderni impianti multisala di tutto il mondo; ancora pochi, in effetti, ma in crescita esponenziale.
Si indossano gli speciali occhiali per la visione tridimensionale e in un istante tutto appare diverso: si viene scagliati direttamente nella storia, dove ogni cosa è pericolosamente vicina, più tangibile, emozionale.
L'impressione è di vivere accanto ai personaggi principali; si diventa parte integrante del mondo rappresentato sullo schermo. E' tutto più intenso: i colori, l'azione, la fotografia. Si vola, si corre, ci si arrampica, si provano vertigini, gli oggetti cadono e ci vengono incontro come fossero reali, e le immagini si imprimono con più forza nella nostra coscienza, destando forti emozioni.
"Avatar" è stata la conferma che si attendeva da tempo, e il cinema si proietta direttamente nella sua espressione più avveniristica e tecnologica, prevista da molti ma non auspicata da tutti; comunque ormai realtà.
Ma come si realizza un fotogramma in 3D? In breve, senza entrare nei particolari, possiamo dire che grazie a particolari tecniche di ripresa si ottiene una prospettiva stereoscopica delle immagini, che vengono riprodotte nella stessa modalità dei nostri occhi, quindi in modo leggermente sfalsato. Sfruttando una tecnica di proiezione particolare, che utilizza due cineprese, e usufruendo degli speciali occhiali, è quindi possibile vedere anche la profondità delle immagini.
Quindi il futuro dei cinema è tridimensionale? Nonostante le probabilità siano molte, sono ancora diversi i dubbi che impediscono il boom del 3D. Innanzitutto teniamo conto che realizzare un film in questa versione comporta costi altissimi, pertanto per ora hanno accesso a questa tecnologia solo le grosse produzioni. Cameron, Spielberg, Jackson, sono tra i fautori e i più convinti sostenitori della "nuova via", e le loro ultime realizzazioni sono state girate in questo modo.
Un fatto è che solo le pellicole di azione e avventura si prestano perfettamente alla visione tridimensionale; per le altre, probabilmente non ha molto senso. E i cinema in grado di proiettare in entrambi i modi - 2D e 3D - sono meno di quello che si crede. I costi per adeguare le strutture sono molto elevati, pertanto è prevedibile che solo i Multiplex riusciranno a far fronte alla modernizzazione degli impianti, provocando la chiusura delle sale private - anche se i costi di distribuzione delle pellicole digitali e relativo stoccaggio sono più bassi rispetto a quelle standard.
Poi c'è da dire che la visione in 3D non convince tutti gli spettatori: il senso di nausea, e comunque di disagio, causato dalla visione tridimensionale è piuttosto comune, e non può essere sottovalutato. I mal di testa post-visione sono numerosi, e causano anche dubbi sulla sicurezza degli occhiali che vengono dati in dotazione; oltretutto il costo del biglietto è più alto.
Eppure per Jeffrey Katsenberg , presidente e co-fondatore della Dreamworks, il 3D salverà il cinema, perché riuscirà nuovamente a riempire le sale che ormai da anni avvertono la crisi dovuta alla mancanza di pubblico.
Ma non si parla solo di grande schermo, già ci si sta muovendo per portare la visione tridimensionale nell'Home Entertainment: si presume che nel giro di un anno e mezzo sarà possibile fruire della visione in tre dimensioni utilizzando qualsiasi dispositivo o metodo di broadcasting a disposizione.
Si, è vero, guardare una pellicola in 3D ci proietta in un grande Luna Park, facendoci tornare bambini. Ma è anche vero che l'approccio ad un film in 3D è diverso rispetto a quello di una pellicola standard: ci si concentra sugli effetti, sull'azione, e si perde spesso e volentieri il senso della storia. Altro motivo per cui la realizzazione di un film in tre dimensioni si presta solo ad alcuni soggetti. Eppure le Major stanno investendo milioni di dollari in questo progetto, e i film in 3D in prossima uscita sono davvero numerosissimi - anche se ovviamente girati in entrambe le versioni.
Ma davvero una scena in 3D, per quanto realistica e girata in modo perfetto, potrà mai essere ricordata per decenni come le pietre miliari del panorama storico della cinematografia? Ancora ricordiamo l'addio in bianco e nero di Humphrey Bogart a Ingrid Bergman, nel meraviglioso Casablanca. Per quanto ricorderemo la battaglia di "Avatar", o le rincorse di improbabili draghetti volanti? Saranno in grado le produzioni in 3D di suscitare le stesse emozioni, a distanza di anni?
Forse anche la capacità di percezione emotiva è cambiata a tal punto, in linea con la nostra epoca leggera e sfuggente, per cui ormai non è più importante lasciare un segno nel tempo. Eppure in questo modo il cinema perderà il suo valore più importante: quello legato alla capacità evocativa di un'immagine, di un'inquadratura, di una musica; quello di sapere emozionare intensamente e costantemente nel tempo.
Oltretutto teniamo conto anche di un risvolto agghiacciante, anche se curioso, della nuova tecnologia 3D: sembra che l'industria pornografica si stia muovendo per realizzare produzioni tridimensionali... ai posteri l'ardua sentenza!
A Mantova un'emozionante manifestazione mette in mostra per la prima volta un aspetto inedito del patrimonio dei Gonzaga e svela luci e ombre del Rinascimento mantovano.
Fin dall'antichità i nobili di tutta Europa amavano ornare e abbellire le pareti dei loro castelli e dei palazzi con arazzi. Questi raffinati ed eleganti quadri di stoffa erano molto apprezzati per la loro multifunzionalità: non solo difendevano dal freddo, ma erano facilmente trasportabili, si potevano sovrapporre alle decorazioni murarie e riuscivano a proporre di continuo spazi fantastici e inattesi, con innumerevoli varietà di combinazioni. Non ultimo, spesso assolvevano una funzione celebrativa, che raccontava le gesta del casato e metteva in luce le qualità, la ricchezza e la magnificenza dei proprietari.
Molti di questi manufatti erano realizzati in serie, ma gli esemplari più pregiati erano commissionati e fatti tessere sulla base del modello disegnato da grandi artisti ed erano realizzati con materiali pregiati, tra cui anche oro. Per questo motivo queste preziose tappezzerie erano spesso considerate vere e proprie opere d'arte da collezionare e costituivano una componente d'inestimabile valore del patrimonio di molti nobili casati.
Mantova rilancia il valore storico e artistico di questi tesori d'arte, solitamente considerati come arti minori e un po' sottovalutati, proponendo dal 14 marzo al 27 giugno 2010 "Gli arazzi dei Gonzaga".
Una scelta ardita, ambiziosa, che punta a sorprendere il visitatore, proponendo un tema raro e inconsueto. La rappresentazione delle preziose tappezzerie che decoravano gli appartamenti e le sale dei palazzi mantovani nel Rinascimento, infatti, mostra un aspetto inedito dell'immenso patrimonio artistico dei Gonzaga, che viene per la prima volta riunito ed esposto in una manifestazione imponente che a Mantova non ha precedenti.
L'esposizione temporanea, allestita nelle sale di Palazzo Te, del Museo Diocesano e del Museo di Palazzo Ducale e voluto dal neonato Comitato Scientifico del Centro Internazionale d'arte e cultura di Palazzo Te, è stata organizzata sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica e della casa reale belga, in collaborazione con Skira.
Oggetto dell'esposizione sono oltre 30 pregiati e raffinati arazzi, datati tra il XV e il XVI secolo e commissionati dai Gonzaga (figli di Isabella d'Este e Francesco II), in particolare da Ercole, cardinale del casato, e Ferrante, generale, viceré di Sicilia e Governatore di Milano.
La mostra, curata dal fiammingo Guy Delmarcel, massimo studioso dell'argomento, è frutto di un meticoloso lavoro di ricerca che ha permesso di riportare nel loro ambiente naturale opere che nel tempo hanno conosciuto numerose diaspore, altrimenti disperse nei vari meandri del mondo. Alcuni esemplari provengono, infatti, da collezioni private (come ad esempio i sei pezzi messi a disposizione dalla famiglia Marzotto), altri dai musei americani, francesi e olandesi, rese disponibili grazie alla collaborazione internazionale.
Il percorso espositivo, dislocato nelle tre differenti sedi del Palazzo Te, Museo Diocesano e Museo di Palazzo Ducale, è concepito come un racconto e fa rivivere l'atmosfera e i fasti delle corti delle signorie del Rinascimento.
Gli arazzi sono raggruppati per tema: paesaggi floreali, giochi di putti, resoconto degli amari frutti della guerra e storie tratte dalla bibbia e dalla mitologia.
Con il termine Millefiori si fa solitamente riferimento agli arazzi cronologicamente più antichi, in cui prevalgono decorazioni floreali, arricchite da piccoli animali, dal carattere fiabesco, tipiche riproduzioni dello stile dell'epoca.
La serie dei giochi di putti sono attribuiti al disegno di Giulio Romano, raffigurano giochi di angeli in contesti floreali. Uno dei più suggestivi esempi è la danza che raffigura balli e giochi davanti ad un viale alberato, sullo sfondo il Castello Sforzesco, residenza di Ferrante e Villa Simonetta.
I parati raffiguranti i " fructis belli", commissionati probabilmente da Ferrante, illustrano luci e ombre della guerra, con episodi tratti dalla vita militare, che inducono ad una riflessione ironica sull'uso delle armi e sulla rovina provocata dalla guerra, da cui amari frutti della guerra.
Quelli storico-mitologici illustrano vicende tratte dalla Bibbia, dalla storia antica (Giasone e Medea) e/o dalla mitologia (Enea e Didone).
Le "Storie di Mosè" mostrano alcuni episodi della vita del sant'uomo e costituiscono probabilmente un'allegoria del ruolo di capo spirituale di Ercole Gonzaga.
Anche se i maestosi e imponenti parati esposti sono solo una selezione degli innumerevoli esemplari posseduti dal casato (molti dei quali furono distrutti, andati perduti o consumati dall'uso) offrono uno spettro molto ampio e rappresentativo dell'arte dell'arazzo, sia per la varietà dei soggetti che per la bellezza e la finezza del disegno, realizzato da artisti del calibro di Raffaello, Mantegna e Giulio Romano.
Alcuni hanno un elevato valore storico e artistico, testimoniato tra l'altro da eventi storici. Basti pensare che la restituzione dell'arazzo raffigurante gli atti degli apostoli, incluso nella mostra e realizzato su disegno di Raffaello, è stato oggetto di contesa e addirittura inserito nei trattati con l'Austria.
Quasi tutti furono realizzati nelle Fiandre, considerate l'Industria d'arte d'Europa, o in Italia ad opera di arazzieri di origine fiamminga, come Nicola Karcher, al quale viene attribuita la realizzazione di alcuni di quelli presenti in questa mostra.
Ognuno di essi possiede un suo fascino indiscutibile, che va ben oltre quello di spettacolare manufatto artistico. Ogni arazzo racconta una storia che parla d'arte, di poesia, di usi e costumi, di guerra, d'amore di artisti e di mecenatismo, di fasti e di ricchezza. Fa rivivere le mode, i canoni estetici, i gusti e le vicende storiche dell'epoca. Si erge come illustre testimone della vita sociale, del lavoro e della situazione dei lavoratori e dei tessitori. Espressione di un'arte e di una tecnica antica, la realizzazione di un arazzo coinvolgeva di solito molti soggetti che dovevano operare in modo interconnesso: dall'artista, al cartonista, ai vari tessitori. Per questo motivo alcuni considerano gli arazzi un eccellente esempio di lavoro in serie e di sintesi tra il lavoro artistico e quello tessile-artigianale.
Il progetto espositivo si caratterizza per l'alto contenuto scientifico, evidente nell'innovativo sistema d'illuminazione utilizzato, non sempre facile, in quanto si scontra con esigenze di conservazione di questi tesori d'arte.
Per agevolare la visita completa è stato proposto un biglietto cumulato unico, che dà la possibilità di accedere a tutte e tre le location.
Una mostra spettacolare, in grado di suscitare emozioni e suggestioni, che fa rivivere i fasti di un'epoca e offre un piccolo assaggio dello straordinario patrimonio storico e artistico di Mantova, di recente nominata patrimonio dell'Unesco.
I biglietti costano dagli 8 ai 10 euro. La prenotazione è obbligatoria per i gruppi, e consigliata per i singoli, vista l'affluenza di visitatori prevista.
Il biglietto d'ingresso consente la visita gratuita anche al Museo della Città di Palazzo San Sebastiano e al Museo Diocesano Gonzaga.
Per maggiori informazioni:
Palazzo Te - Viale Te 13, 46100 Mantova
Museo Diocesano Francesco Gonzaga- Piazza Virgiliana 55, 46100 Mantova
Museo di Palazzo Ducale- Piazza Sordello 40, 46100 Mantova
Prenotazione: 199199111
sito web: www.centropalazzote.it
Negli anni Cinquanta erano i Tupperware party, in cui le signore si ritrovavano per piazzare nelle case i famosi contenitori di plastica per alimenti.
Poi, nel 2005, in Spagna, è arrivata Dina Hoernecke che, con le sue ragazze de La Maleta Roja, ha tentato di dare "Una risposta alla cattiva educazione che noi spagnole riceviamo in campo sessuale" e ha inventato i Tuppersex party. La dinamica è la stessa: una mette a disposizione la casa, chiama a raccolta le amiche, e la venditrice porta-a-porta arriva con la sua valigetta, pronta a esporre la sua merce. Solo che, questa volta, i prodotti sono sex toys, oli per il corpo e cosmetica erotica, lingerie e piume.
Oggi lì le Reuniones Tuppersex sono frequentatissime, e la moda sbarca anche in Italia, grazie a due aziende che operano in materia: La Valigia Rossa, sorella nostrana di quella spagnola, e Love Factory Italia. Le riunioni, a porte chiuse e dedicate solo alle donne, durano all'incirca due ore, e sono l'occasione non solo per vedere, toccare, assaggiare e odorare le proposte che le consulenti estraggono man mano dalle loro valigie, ma anche, e soprattutto, per parlare liberamente di sesso, nell'atmosfera complice di un pomeriggio tra amiche.
Per organizzare un incontro non ci sono costi: è richiesto solo un impegno di acquisto minimo di dieci euro.
Per chi volesse avere maggiori informazioni al riguardo (e, perché no, anche per fare un corso di formazione, a Barcellona, per diventare promoter), può contattare la responsabile italiana dell'iniziativa, Cristina Luzzi, all'email cristina.luzzi@lavaligiarossa.com
Lo Yemen e' stato a lungo un Paese dimenticato, quasi invisibile. A suscitare l'attenzione dell'opinione pubblica sono stati i recenti avvenimenti che lo hanno collegato al gruppo terroristico di Al Qaeda.
Strategicamente posizionato tra l'Oceano Indiano ed il Mediterraneo, a meta' tra il Mar Rosso ed il Golfo di Aden, lo Yemen e' stato ultimamente paragonato alla Somalia, non solo per le divisioni interne, che rischiano di far implodere definitivamente il sistema statale, ma anche in quanto, apparentemente, e' stato scelto da Al Qaeda, come nuovo quartier generale e come bacino da cui attingere per il reclutamento di nuovi adepti.
A fare il parallelismo e' stato lo stesso presidente yemenita, Ali Abdullah Saleh. Questo teme lo scoppio di una guerra civile e la conseguente perdita di potere da parte del governo, gia' in difficolta' nel controllare i gruppi ribelli di nord e sud. In realta', la fragilita' dello Stato arabo supera il dualismo meridione/settentrione, ricollegandosi piuttosto ad una vera e propria frammentazione, terreno ideale per la proliferazione di movimenti estremisti.
La contrapposizione tra le correnti "pacifiste" del sud, che chiedono la fine dell'unita' nazionale in nome di una identita' meridionale indipendente, contro gli sciiti seguaci di Al Houti del nord, non costituisce l'unico elemento d'instabilita'. Questa deriva da un'unione forzata ed inadeguatamente affrontata avvenuta nel 1990 e si accompagna a divisioni tribali, ideali fondamentalisti, poverta' e debolezza del potere centrale che caratterizzano lo Yemen e rischiano di portarlo al collasso. Con il risultato di lasciare libero il campo ad una sorta di "Al Qaeda del Golfo di Aden" in grado di riunire terroristi somali e yemeniti.
Lo stesso presidente a gennaio, di fronte alla nuova minaccia e all'arrivo massiccio nel Paese di militanti della "rete del terrore" provenienti dall'Arabia Saudita e dall'Egitto, si era dichiarato disposto a negoziare con Al Qaeda, se i suoi membri avessero acconsentito a "consegnare" le armi. Alcuni ufficiali yemeniti hanno fatto sapere che Al Awlaki, l'uomo che e' stato collegato con l'attentatore del volo Delta ed il medico della sparatoria di Fort Hood, potrebbe essere disposto ad iniziare un dialogo. Questo negli ultimi mesi e' passato da un relativo anonimato ad un riconoscimento internazionale come "il Bin Laden di internet". La sua influenza come Imam e la padronanza della lingua inglese, unite ad una destrezza nelle comunicazioni via internet, lo rendono un elemento chiave per il reclutamento di giovani musulmani in occidente, spostando ed estendendo il campo di "arruolamento" ben oltre la tradizionale moschea.
Il governo di Sana'a, che si sta impegnando per contenere il dilagare di elementi estremisti, ammette che per contrastere la rete del terrore ha bisogno di aiuti da parte degli Usa e dell'Ue. E proprio gli Stati Uniti e la Gran Bretagna si stanno muovendo congiuntamente per addestrare e formare piu' efficacemente le unita' antiterrorismo della polizia locale.
Anche la ribellione degli Houthi non puo' piu' essere considerata un problema locale. I tentativi militari e diplomatici, completamente fallimentari, del governo di Saleh destano preoccupazione tra i suoi vicini. Questi non possono permettere un deterioramento della sicurezza nello Yemen, finendo con il trovarsi accanto ad una Somalia "araba".
Il Qatar, nel 2007, si era fatto promotore di un processo di mediazione tra le due parti. Questo e' stato interrotto dopo un paio di anni, rendendo nullo l'Accordo di Doha, tra le altre cose criticato per le eccessive concessioni offerte ai ribelli. L'Arabia Saudita, lo Stato piu' importante all'interno del mercato pertrolifero mondiale, condividendo un lungo confine con lo Yemen, considera la ribellione Houti una sfida fondamentale per la sicurezza del proprio Paese. Gli stessi Houti accusano infatti i sauditi di essere coinvolti nelle operazioni militari a sostegno di Sana'a. Dall'altra parte, le autorita' centrali stanno ora accusando l'Iran di sostenere gli Houthi nell'ambito di una politica che mira a destabilizzare il Golfo. A completare lo scenario si aggiunge la possibilita' di un asse terroristico Yemen-Somalia. A questo punto, gli Stati della penisola temono che la situazione possa degenerare in un conflitto regionale di carattere strategico.
Sebbene non esista una realtà chiamata "organizzazione internazionale di Al Qaeda", vi sono cellule in diverse aree mondiali, che possono essere ad essa piu' o meno collegate. In questo senso, Osama Bin Laden risulta essere indipendente da quello che accade in Yemen, dove agiscono invece gruppi locali. In quest'ottica, gli sforzi che si stanno compiendo nel Paese, anche da parte della comunita' internazionale, si spera riescano a prevenire la trasformazione dello Yemen in un nuovo fronte di guerra, teatro di operazioni militari "preventive" verso un nemico non meglio definito.

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